Misteri della preistoria: le tavolette enigmatiche

C’è una particolare categoria di reperti che chi si occupa di preistoria conosce bene: si tratta di tavolette, quasi sempre realizzate in terracotta, di forma ovale o rettangolare. Su un lato portano segni geometrici ripetuti e ordinati in file parallele. Note fin dall’800, gli archeologi le hanno soprannominate tavolette enigmatiche perché la loro funzione rimane tuttora ancora sconosciuta.

Bisogna infatti tener presente che solo una parte della cultura materiale appartenuta agli uomini dell’antichità ha avuto la possibilità di conservarsi fino ai giorni nostri (per esempio sono andati perduti la maggior parte degli oggetti realizzati in materiali deperibili, come tessuti, utensili in legno e vimini, giocattoli di rami intrecciati ed erba secca), e di questi solamente una parte è stata ritrovata e studiata in modo scientifico dagli archeologi. Sono quindi davvero molte le informazioni sul passato che oggi siamo in grado di ricostruire solo parzialmente. 

Questa caratteristica è maggiormente valida per quelle epoche, come la preistoria, nelle quali non era presente la scrittura. Ma come si comporta un archeologo di fronte a questi reperti?

Prima di tutto mettiamo insieme le cose che sappiamo sulle tavolette enigmatiche.

Oltre alla loro forma, sappiamo che sono diffuse in un’area molto vasta che va dall’Italia settentrionale ai Carpazi, fino al Basso Danubio. Sappiamo anche il loro inquadramento cronologico: dal Bronzo Antico evoluto (ca. 2100 a.C.) fino al Bronzo Medio avanzato (ca. 1400 a.C.). Inoltre provengono quasi tutte da abitati e solo in rari casi da necropoli o sepolture.

Prima di tutto, quindi, gli archeologi hanno preso questi oggetti strani e misteriosi e li hanno inseriti nel loro contesto, sia spaziale che temporale. Questo è un processo fondamentale, perché le tavolette sono state prodotte da qualcuno in una determinata epoca e in un luogo specifico, dunque vanno collegate al resto dei materiali che provengono dallo stesso contesto. Solo così possiamo sperare di capire qualcosa in più su manufatti del genere. 

A cosa servivano quindi queste tavolette?

Nel corso degli anni sono state avanzate molteplici ipotesi.

Negli anni ‘70 ad esempio, S. Bandi propose la teoria diffusionista secondo la quale questi oggetti sarebbero arrivati nei Carpazi sotto l’influenza egea; si sarebbero diffusi solo successivamente nel resto dell’area coinvolta. Ulteriori studi però hanno dimostrato che le tavolette provenienti dal Nord Italia sono le più antiche, ribaltando quindi l’ipotesi di Bandi.

Secondo Stefania Carafa, che nel suo articolo “Le tavolette enigmatiche: un mistero ancora irrisolto” fa una panoramica delle varie ipotesi fino a quel momento prodotte, queste si possono suddividere in due categorie: quelle cultuali e quelle funzionali.

L’ipotesi più accettata e diffusa allo stato attuale delle ricerche è quella del sistema di calcolo. I segni geometrici venivano impressi sulle tavolette a crudo, poi venivano cotte e alcune anche verniciate. Questa caratteristica ha fatto pensare ad una contabilità duratura ed importante, accostata da alcuni studiosi (Piccoli e Zannini) a sistemi analoghi in uso nel vicino oriente. L’ipotesi funzionale, di conteggio di beni o merci, è avvalorata dal ritrovamento delle tavolette principalmente in contesti abitativi, dove si svolgeva la vita quotidiana delle persone e quindi anche il commercio o l’immagazzinamento.

Altre interpretazioni sono state invece criticate. Negli anni ‘60 Cattaneo propose l’interpretazione delle tavolette come calendari lunari o solari, data la presenza di segni circolari disposti su linee parallele. Mira Bonomi ritenne invece che potessero essere delle forme di fusione per produrre piccoli oggetti tondi, come anelli o pendenti.

Le ipotesi cultuali invece (come quella di de Minerbi) vedono nelle tavolette idoli, feticci o oggetti con valore magico. Il termine tedesco per indicare questi oggetti è per esempio Brotlaibidole e cioè “idoli a forma di pane”.

Se l’ipotesi funzionale sembra ad oggi la più accreditata ed è accettata dalla maggior parte degli studiosi, rimangono però ancora domande senza risposta. Gli archeologi hanno suddiviso le tavolette in precise tipologie con caratteristiche comuni. Queste però sono localizzate geograficamente in posti anche molto lontani tra loro. Ognuno di questi tipi veniva prodotto nello stesso luogo e poi circolavano, magari insieme alle merci, oppure in ogni centro si producevano più tipologie di tavolette? La tipologia varia a seconda della zona nella quale venivano prodotte o in base alla loro funzione? La loro distribuzione geografica è indice di un’attività commerciale o semplicemente di influenza culturale?

Probabilmente, in mancanza di fonti scritte, non sapremo mai con certezza a cosa servissero queste tavolette o quale fosse il sistema di calcolo impiegato. Non avremo neanche risposta alle molte altre domande che gli studiosi si pongono su questi oggetti. 

Quello che possiamo dire però è che, anche se nello studio della storia e dell’archeologia ci sono e continueranno ad esserci cose che non sappiamo, che non conosciamo come vorremmo o che lasciano aperte molte domande, alcune ipotesi sono più probabili di altre. Questo perché tengono conto del contesto geografico, temporale e culturale nel quale gli oggetti si inseriscono. Contesto che crea una rete di rimandi e somiglianze che è impossibile ignorare, se si vuole produrre uno studio scientifico sul tema.

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