La grande mania religiosa gallese

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Fra l’autunno del 1904 e l’estate del 1905, nel Galles si verificò un evento collettivo di enormi proporzioni: un periodo di esplosione di entusiasmo per la fede cristiana nella sua forma protestante, che comportò, fra le tante manifestazioni, anche una lunghissima serie di eventi che potremmo chiamare “paranormali”, nel senso generale del termine.

Questi periodi di effervescenza religiosa nella sociologia religiosa del Protestantesimo sono detti Revivals o Great Awakenings (“Grandi risvegli”) e sono regolarmente percepiti come azioni dirette della potenza dello Spirito di Dio sui credenti. La differente storia religiosa e culturale italiana fa sì che nel nostro Paese si tratti di dinamiche poco note (da noi si ebbe un caso del genere col Risveglio che interessò le chiese valdesi del Piemonte occidentale nel 1822-25), eppure si tratta di manifestazioni che a volte possono assumere dimensioni impressionanti, con conseguenze religiose, culturali, sociali e politiche sorprendenti.

Il “Revival gallese” fu appunto uno di questi periodi di “risveglio” che attraversò e travolse chiese protestanti di varia appartenenze (battiste, metodiste, presbiteriane) e anche segmenti della Church of England, la chiesa anglicana inglese.

I fenomeni insoliti che furono descritti dai “risvegliati” nel 1904-5, come si chiamano quelli che si sentono parte di queste ondate di entusiasmo, sono entrati a più riprese nei discorsi dei cultori di pseudoscienze come la parapsicologia prima, e, poi, l’ufologia.

E, in effetti, in quei mesi fu segnalato di tutto: figure luminose simili a persone, colonne di fuoco, stelle mai viste prima, sfere luminose a poca distanza dal suolo, insieme a lampi e ad altre luci insolite, suoni, musiche, voci misteriose udite anche da gruppi di persone, fenomeni di poltergeist e di tipo spiritico, comparsa di entità minacciose come “cani neri”, esperienze di ogni tipo durante il sonno, glossolalia, manifestazioni estatiche in un gran numero di partecipanti ai raduni di preghiera (riassumendo concisamente un’infinità di testimonianze meramente aneddotiche, il livello tipico di evidenza a cui, in molti casi, si sono arrestate ufologia e parapsicologia).

Di solito, chi sostiene che in quelle storie ci fosse qualche vero fenomeno sconosciuto, utilizza alcune rassegne del tempo, oppure si richiama a scritti più recenti di appassionati di Ufo e paranormale, anche ben fatte dal punto di vista documentario.

Per il primo tipo di fonti (le rassegne del tempo, in specie quelle concentrate sui “fenomeni”), ci sono scritti come la serie di articoli che il giornalista, scrittore e politico nazionalista gallese Beriah G. Evans (1848-1927) realizzò per un periodico di occultismo, la Occult Review, scrivendo tre lunghi articoli sui numeri da marzo a giugno del 1905, che chiamano in causa le storie del folklore locale su entità misteriose, fuochi fatui, luci misteriose ricorrenti…

Per capire come ragionano i sostenitori dell’ufologia e del paranormale, gli articoli di Evans sono utilissimi. Questi resoconti elencavano e descrivevano in dettaglio le cose che i testimoni riferivano, ne accreditavano parecchie, senza per questo giungere sino ad interpretazioni “mistiche” o particolarmente arzigogolate, poi si fermavano lì, rispondendo a un’esigenza assai avvertita dalla parte più interessante degli ufologi: la presa in considerazione, in minuti dettagli, della testimonianza individuale, del suo vissuto come documento vivente. Per questa capacità di esposizione ben orientata, ma che agli ufologi appariva “neutrale”, i lavori di Evans sono fra i preferiti tra i vari resoconti disponibili.

Però, gli ufologi di orientamento più vicino agli approcci scientifici hanno fatto propri anche ottimi lavori usciti quasi in contemporanea al Revival, ma che usavano toni più distaccati o addirittura scettici, come quello del pastore anglicano A. T. Fryer, che esercitava il suo ministero a Cardiff. I suoi studi, in più parti, comparvero sia sul Journal (nei volumi del 1905 e del 1907) sia nei Proceedings della maggior associazione di studiosi del paranormale dell’epoca, la Society for Psychical Research

Già nei titoli delle loro serie di articoli, Evans e Fryer annunciavano punti di vista differenti: quelli di Evans si chiamavano Merionetshire Mysteries, dal nome della contea in cui l’eccitazione era maggiore, mentre quelli del pastore Fryer, invece, erano riassunti come Psychological Aspects of the Welsh Revival. Il primo autore, un giornalista e un nazionalista gallese, il secondo, ministro di una chiesa cristiana. Nel proseguire la lettura vi chiediamo di tener presenti queste differenze, perché la diversa estrazione dei personaggi, negli studi più recenti sul Revival gallese, è diventata una delle strade per spiegare meglio ciò che accadde centoquindici anni fa. 

Solo un cenno ad un paio di altre cose, per sapere in che cosa si è manifestata l’attenzione degli appassionati dei fenomeni insoliti. La prima è una raccolta di casi di “luci misteriose”, pubblicata nel 1980 da uno scrittore britannico appassionato dell’insolito, Kevin McClure (Stars, and Rumours of Stars), che mescolava in modo affascinante Ufo, occulto, presunti fenomeni luminosi di origine geofisica e folklore. La seconda è la voce che il sociologo (ed ex-ufologo!) americano Robert Bartholomew, uno dei più attivi studiosi di manie di massa, di credenze moderne e dei meccanismi dei rumours ha curato per la sua Outbreak! The Encyclopedia of Extraordinary Social Behavior (2014). Di solito assai critico con i suoi soggetti di analisi (Bartholomew scrive anche per la nostra consorella Usa Skeptical Inquirer), ma forse memore del suo interesse per l’ufologia, nelle pagine del libro dedicate al Revival Bartholomew si era invece appoggiato a raccolte “simpatetiche” verso la realtà dei fenomeni – come quelle che vi abbiamo presentato prima. Ammetteva che i gallesi entusiasti scambiavano il pianeta Venere e luci al suolo per “luminosità celesti”, ma alla fine i resoconti anche a lui sembrano troppo numerosi e troppo dettagliati per essere considerati interamente frutto di dinamiche psicosociali.

A noi non interessa spiegare una per una le testimonianze – cosa del resto impossibile – ma cercare di capire se, a parte queste, sul Revival gallese siano state impiegate in tempi recenti strumenti e metodi di ricerca differenti. Quelli, forse, renderanno di più.

Vi suggeriamo due studi di questo tipo.

Il primo è quello pubblicato nel 2004 dallo storico delle idee Edward J. Gitre, che lavora attualmente presso la Virginia State University (The 1904–05 Welsh Revival: Modernization, Technologies, and Techniques of the Self) sulla rivista americana di storia del Cristianesimo Church History, 

Per Gitre, la struttura narrativa che sta dietro ai racconti del Revival – e anche dei suoi fenomeni “insoliti” – avrebbe al centro i cambiamenti tecnologici e, in particolare, lo sviluppo del trasporto di massa per ferrovia, allora al suo apice. Nel suo ragionamento, Gitre segue alcuni modelli interpretativi propri della narratologia, lo studio delle strutture e delle funzioni narrative dei testi, e in questo modo sostiene che nel Revival la tecnologia funse da attante, come lo chiamano gli addetti ai lavori, una specie di punto di snodo intorno cui furono costruite le storie narrate.

Questo snodo fondamentale (la ferrovia, insieme agli spazi e i tempi ad essa legati), ancora più della stampa quotidiana, che pure fu importante, determinò la rapidissima crescita di partecipazione al Revival, ne favorì la mancanza di centralizzazione e accompagnò il diffondersi dei fenomeni “paranormali” fra tantissime persone distanti fra loro. In quel contesto narrativo, la forza e l’imprevedibilità dell’azione dello Spirito santo erano argomenti ripetuti all’infinito dai protagonisti, che nelle esperienze avvertivano l’inverarsi del racconto biblico del libro di Gioele (cap. 2), quello che preconizza l’effusione generalizzata dello Spirito di Dio su tutti i figli e le figlie di Israele.

La figura più nota del movimento, l’ex-minatore Evan Roberts, (1878-1951) – che stava studiando per diventare pastore – non a caso schizzava da un posto all’altro usando il treno, sostenendo meeting di preghiera lunghissimi: persino l’agenda delle sue comparse nelle varie località era di difficile a sapersi. Per Gitre

Roberts era già un uomo del XX secolo, veloce e che non parlava più per parole, ma per frammenti di esperienza.

Egli, argomenta Gitre fornendo un gran numero di dettagli, faceva viaggiare il Revival, le sue luci in cielo, le visioni, i culti di durata infinita, in treno. In quei modi lo Spirito di Dio si effondeva su tutti, visibilmente.

Testimoni e carismatici (ecco come li rappresentava il Western Mail del 15 dicembre 1904), animati da una forza senza pari, profittavano come non mai della tecnica.

Un certo numero di manifestazioni e di esperienze visionarie ebbe luogo proprio sui treni e nelle stazioni, e grazie a quegli snodi narrativi (quegli “attanti”, per dirla sempre con il linguaggio della semiologia). in un’ora o due erano testimoniate in città distanti l’una dall’altra, ad opera di altri viaggiatori.

Per Gitre non va però trascurato un altro spazio peculiare: quello delle miniere, allora al centro del sistema industriale e delle tensioni sociali del Galles. Molte esperienze religiose (persino la presenza di “luci celestiali”) furono riferite proprio da quei luoghi di lavoro (qui a fianco, ecco una scena di quel tipo dal Western Mail del 3 dicembre 1904). Tempi e modalità dello svolgimento dei culti ecclesiastici erano sconvolti. Insomma, quello che con il Revival gallese cambiò in modo radicale, non furono tanto le tipologie dei “fenomeni”, ma i tempi e gli spazi di essi, la rapidità e la vastità della loro diffusione. Questi punti non sono mai stati colti dagli appassionati dei “misteri”, concentrati sui dettagli di singoli fenomeni, speranzosi di “isolare” un supposto “nucleo essenziale” di essi, sempre sfuggente come un miraggio.

Da un punto di vista più strettamente sociologico, per Gitre fu importantissima anche la fitta copertura dei racconti operata dalla stampa britannica. In generale, si noti bene, la stampa lesse gli eventi in maniera assolutamente favorevole. I poteri pubblici e la chiesa di Stato, quella anglicana, con cui i giornali erano sovente in tensione, invece li sminuivano. Ecco ciò che volevamo dire all’inizio, quando vi dicevamo degli accenti diversi delle relazioni sui fenomeni propri di un giornalista (Beriah Evans) e di un pastore (A. T. Fryer). Per cogliere meglio il ruolo delle cronache nel favorire la moltiplicazione dei “risvegliati”, basta dire che furono segnalate esperienze religiose di conversione verificatesi durante la lettura delle cronache dei giornali

Con il Revival del 1905, in altri termini, per Gitre ci troveremmo all’alba della società dello spettacolo, come l’avrebbe poi definita il filosofo francese Guy Debord, uno dei principali esponenti della critica situazionista.

Nell’estate di quello stesso 1905 fu la stessa velocità già un po’ futuristica a farlo spegnere rapidamente: l’idea di velocità che abbiamo visto già tante volte permeò l’intero fenomeno e contribuì rapidamente a “bruciarlo”. La scomparsa dei resoconti fu quasi improvvisa. Tutto quello che poteva accadere di insolito era accaduto quasi in un lampo, a migliaia di persone. L’anno dopo il suo leader più noto, Evan Roberts, iniziò a manifestare disturbi psichici e lasciò il Galles, ma ormai era stato dato il segnale di avvio di uno dei più grandi fenomeni della religiosità occidentale contemporanea, il Pentecostalismo, che ha trasformato il Protestantesimo, lo ha fatto rivivere e che oggi sta cambiando buona parte del Cristianesimo al di fuori degli ambienti cattolico e ortodosso.

Così Gitre conclude il suo studio del Revival:

Piuttosto che ritirarsi nell’oblio a fronte della “modernità”, i credenti riscrissero il sacro nei corpi fisici e negli spazi fisici – e nelle tecnologie della modernizzazione. Questi Revival erano la promessa di un nuovo tipo di cristianità per tempi nuovi. 

Accanto a Gitre, che tutto sommato vede il Revival come un fenomeno culturale volto al futuro, in cui la massa di fenomeni psichici e celesti è del tutto funzionale alla narrazione generale, ci preme farvi conoscere un’altra lettura dei fatti, meno fiduciosa per ciò che concerne la natura innovativa di quanto accadde oltre un secolo fa.

È un’interpretazione che rientra in una linea d’indagine recente, quella della “storia delle emozioni”. Intorno al 2010 quest’ambito della ricerca storica, attenta ai modi in cui le emozioni umane si trasformano e sono viste nel tempo, ha catturato un buon numero di ricercatori attivi in diversi ambiti disciplinari. Multiforme com’è, la storia delle emozioni trae metodi e nozioni da aree come la storia concettuale, che si occupa del modo in cui il significato dei termini cambia nel tempo: in questo modo, cerca di comprendere come i “sentimenti” degli individui mutano. In senso più generale, la storia delle emozioni prende parecchio dalle teorie costruttiviste.

In quest’ambito, il lavoro più importante per noi è stato fatto dallo storico delle idee Rhodri Hayward, che ha dedicato al Revival un intero capitolo del suo libro Resisting History: Religious Transcendence and the Invention of the Unconscious (Manchester University Press. 2007)

L’analisi di Hayward è complessa e a tratti non facile da seguire. Lo studioso compie dei giri logici assai articolati ma, alla fine interpreta i fenomeni del Revival in senso meno modernizzante e meno ottimista rispetto a Gitre.

Hayward sottolinea che se è vero che ci fu una figura di spicco, l’evangelista Evan Roberts, pesa di più il fatto che nel Revival agì una quantità innumerevole di convertiti che funsero da innesco e da traino di intere comunità. In questo senso, nota Hayward, è facilmente comprensibile la reazione scettica dei pastori delle varie chiese, che spiegavano i fenomeni “medianici” in termini di “isteria” o di “disturbi nervosi” e quelli aerei come equivoci con vari tipi di luci convenzionali (fari, pianeta Venere, lampi). Seppur articolate in maniera diversissima rispetto ai Paesi di tradizione cattolica, le nuove forme di spiritualità e la messa in discussione del culto tradizionale – assai più facile a realizzarsi nel Protestantesimo che nella messa cattolica – spaventavano parecchio anche loro. La stampa, invece, per motivi suoi, come visto era piuttosto entusiasta di quanto stava accadendo, e questo legarsi ad un mezzo “moderno”, in specie alle edizioni della sera dei quotidiani, dava l’impressione di apertura al futuro che, secondo Hayward, Edward Gitre avrebbe invece esaltato troppo.

Per Hayward, un’analisi attenta delle motivazioni e dei discorsi dei protagonisti dei fenomeni mostrerebbe che al centro di tutto ci sarebbe stato un tentativo di definire la propria identità utilizzando le idee psicologiche di sé e di inconscio che in quegli anni, con l’esplosione dell’interesse per gli scritti di Freud, erano in totale subbuglio e di enorme interesse per il lettore medio. Per Hayward, il Revival sarebbe stato un tentativo di mediare fra il nuovo mito, quello della sorgente concezione psicoanalitica dell’io, e le idee sulla psiche ancora prevalenti nella cultura britannica dei primissimi anni del XX secolo.

A tutto ciò si sarebbero mescolate alcune potenti spinte di tipo politico, per Hayward trascurate erroneamente da Gitre. In quegli anni, nel Galles era ormai risorto l’interesse per il proprio passato e per la lingua gallese, parlata da tutti, ma trascurata – a vantaggio dell’inglese – dalle istituzioni e dalle chiese protestanti in cui si era manifestato il Revival. Riunioni cultuali, happening di preghiera, fenomeni misteriosi dei “revivalisti” erano sovente raccontati in gallese e descritti con un orgoglio, una forza e una ricchezza che dietro di sé aveva il senso di un’identità nazionale troppo a lungo sminuita da Londra.

La psicologia e l’idea di sé stessi narrate dai “revivalisti” sono imbevute di queste cose, argomenta Hayward. Il Revival sarebbe stato dunque un movimento contraddittorio, incerto se andare verso il futuro o se rifugiarsi in idee del secolo precedente, il XIX, e perciò non così solido come pensa Gitre. Per Hayward, l’attenzione estrema sui fenomeni luminosi e su quelli psichici avrebbe funto da “supporto” volto a rimediare a queste incertezze di fondo sulle linee generali da tenere.

Così, per esempio, se da un lato nel Revival si ebbe una forte valorizzazione del ministero delle donne, che faticavano a farsi accettare come pastore in tutte le chiese della Riforma protestante, dall’altro i predicatori carismatici che per breve tempo presero il controllo (anche fisico) dei luoghi di culto furono propugnatori di idee teologiche che sovente riflettevano concezioni delle psiche proprie del tardo Romanticismo. Proprio inquadrandoli in quel modo i protagonisti degli eventi sarebbero riusciti a incorporare, nelle loro narrazioni alcuni fenomeni paranormali particolarmente bizzarri (bibliomanzia, risposte dello Spirito santo a richieste scritte su pezzi di carta, esperienze della Passione del Cristo…). Troppo bizzarri (e poco coerenti con il loro mondo) persino per gli ufologi che si sono interessati del Revival, e che quindi li hanno omessi dalle loro presentazioni. Ma pure quelle esperienze, in realtà, erano parte rilevante di un quadro generale, di un movimento di entusiasmo parossistico centrato intorno ad un buon numero di persone che si sentivano toccate dall’azione dello Spirito santo.  Per spiegare il Revival in termini adeguati, i punti di vista degli ufologi  migliori – pur a tratti originali – servono a poco, perché alla fine praticano quel bias cognitivo che di solito è detto cherry picking (ossia, scegliere i pezzi di una storia che più si confanno a quello che interessa, separandoli dagli altri).

Il libro di Hayward s’intitola non a caso resistere alla storia. Per lui, i “revivalisti” erano a disagio col processo di modernizzazione. Ne avvertivano l’arrivo, cercavano di usarlo, ma non era quello il loro mondo. Per Gitre, invece, il Revival e la sua multiformità fenomenica sarebbero stati l’esordio della modernizzazione di una parte rilevante del Cristianesimo, quella protestante. Due letture attente, documentatissime, ma piuttosto diverse, dunque.

Alla fine, la cosa più stimolante del Revival gallese, almeno per chi vede la realtà dal punto di vista scettico, sta proprio nel lasciarsi incuriosire dagli “attrezzi” che si possono usare quando ci si vuole occupare di pseudoscienze e di “misteri” del passato. Per questo, a noi hanno colpito i sistemi che hanno impiegato nei loro studi Gitre e Hayward. 

Quelli che sostengono che i presunti fenomeni “anomali” possano essere analizzati in modo autonomo (gli ufologi più razionali, ad esempio), lasciando sullo sfondo le discipline che li contestualizzano hanno sovente detto cose di buon senso, a volte acute, utili alla scienza. Il loro limite però viene a galla proprio con storie come quella del Revival gallese: cercare i “veri fenomeni” sperando di isolarli dagli errori percettivi, dalle invenzioni e dal “rumore di fondo” non porta a granché. Siamo convinti che i modi più recenti per affrontare questi eventi (la storia delle idee, la messa a punto di strumenti più adatti all’analisi dei movimenti religiosi, l’approccio biografico ai tanti protagonisti dei fatti, ecc.) siano più adeguati, più produttivi e più attenti a quello che, nel loro complesso, le fonti primarie ci suggeriscono.

Questi strumenti concettuali rendono conto non solo delle “luci misteriose”, delle “apparizioni di esseri strani”, delle “visioni” e delle manifestazioni psichiche, ma ci parlano, oggi, pure delle pseudoscienze che hanno cercato – in perfetta buona fede – di occuparsene, in particolare dell’ufologia e della parapsicologia, movimenti di pensiero importanti che hanno attraversato intere generazioni di esseri umani. 

Immagine in evidenza: i presunti fenomeni luminosi che interessavano la chiesetta metodista di Egryn nel 1905, com’erano rappresentati dalla stampa britannica del tempo. 

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