Esce (a sorpresa) il Rapporto Ruini su Medjugorje: “soprannaturali” le prime apparizioni?

A sorpresa, lo scorso febbraio alcune case editrici hanno pubblicato il “Rapporto Ruini”, vale a dire la relazione finale della commissione d’inchiesta internazionale sulle visioni di Medjugorje istituita nel 2010 da Benedetto XVI e presieduta dall’ex-presidente della CEI Camillo Ruini, per indagare sulla soprannaturalità delle apparizioni mariane che si susseguono nella cittadina della Bosnia-Erzegovina dal giugno 1981. I lavori della commissione furono chiusi nel 2014 e da allora si sono susseguiti rumor e dichiarazioni anche da parte di papa Francesco che sembravano propendere per un giudizio negativo. Una dichiarazione ufficiale, tuttavia, non c’è mai stata. Forse la pandemia – scoppiata da noi negli stessi giorni dell’uscita del testo – forse la preferenza tutta vaticana per l’understatament, forse una fuga di notizie: qualcosa ha impedito che la pubblicazione del rapporto coincidesse con un annuncio pubblico. Ora, almeno, sappiamo con certezza cosa ha stabilito la commissione sui fatti di Medjugorje.

 

Il fenomeno delle “mariofanie”

Le apparizioni mariane (mariofanie) nella storia non sono affatto rare, almeno a voler credere a tutte le dichiarazioni. René Laurentin, nel suo Dizionario delle apparizioni della Beata Vergine Maria (2010), ne ha elencate oltre duemila. Secondo alcuni calcoli a spanne, solo dagli anni Novanta a oggi ce ne sarebbero state oltre cinquecento. La chiesa cattolica, però, ne riconosce al momento appena 15. Tra queste, le più note riguardano le apparizioni di Lourdes (1858) e Fatima (1917), le più importanti mete di pellegrinaggio del cattolicesimo contemporaneo; le altre non hanno avuto uguale fortuna. A parte resta, ovviamente, Medjugorje. Da quando, il 24 giugno 1981, la Madonna sarebbe apparsa a sei persone allora giovanissime, quattro donne e due uomini di età compresa tra i 10 e i 16 anni, in questa piccola località dell’allora Jugoslavia, oggi in Bosnia-Erzegovina, il fenomeno Medjugorje si è dilatato fino ad assumere proporzioni epocali. Secondo uno studio citatissimo della Facoltà di Scienze Sociali dell’Università dell’Erzegovina, dal 1981 la cittadina ha generato un fatturato complessivo di 11 miliardi di euro e oggi dà lavoro a quasi duemila persone nel settore turistico e ricettivo, con 20.000 posti letto, senza contare i tour operator.

Eppure, nonostante la centralità assoluta di questa meta nella rete dei pellegrinaggi mondiali, la chiesa è rimasta reticente sul riconoscimento della realtà delle apparizioni. Pavao Žanić, l’allora vescovo di Mostar-Duvno, diocesi in cui ricade Medjugorje, è stato fino alla morte un convinto critico della miracolosità delle apparizioni, a differenza della comunità francescana del paesino, che gestisce l’imponente chiesa di San Giacomo. Nel 1982 fu costituita la prima commissione d’inchiesta diocesana, ampliata nel 1984, che nel 1986 si pronunciò con un constat de non supernaturalitate, la formula con cui viene disconosciuta la soprannaturalità dell’apparizione. La cosa, però, non piacque alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che riteneva possibile l’intromissione della politica nella decisione della diocesi (si era nella fase declinante della Jugoslavia comunista). Fu perciò convocata una commissione d’inchiesta nazionale, che nel 1991, alla vigilia della guerra civile, si pronunciò per il non constat de supernaturalitate, la formula dubitativa con cui si dichiara che al momento non è possibile pronunciarsi a favore della soprannaturalità, ma nemmeno escluderla del tutto.

 

La commissione Ruini

La guerra non fermò né le apparizioni ai “veggenti”, né il crescente richiamo di Medjugorje, ma nemmeno l’ostilità della diocesi locale: il nuovo vescovo, Ratko Perić, rimase, come il predecessore, decisamente scettico sulle apparizioni, di cui non ha mai riconosciuto la soprannaturalità. Nel 2010 Benedetto XVI, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, decise allora di provare a raggiungere un verdetto conclusivo avocando a sé il caso e istituendo una commissione internazionale d’inchiesta guidata dal cardinale Camillo Ruini e composta da altri 12 membri: il cardinale Jozef Tomko, già prefetto della Congregazione per la Propaganda della Fede; il cardinale Vinko Puljić, arcivescovo di Vrhbosna, presidente della Conferenza episcopale di Bosnia-Erzegovina; il cardinale Josip Bozanić, arcivescovo di Zagabria; il cardinale Julián Herranz, presidente emerito del Pontificio Consiglio per i testi legislativi; il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi; Achim Schütz, professore di Antropologia teologica alla Pontificia Università Lateranense; Krzysztof Nykiel, officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede; David Maria A. Jaeger, consultore del Pontificio Consiglio per i testi legislativi; Salvatore M. Perrella, professore di Teologia dogmatica e di Mariologia al Marianum; Pierangelo Sequeri, professore di Teologia fondamentale alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale; Zdzislaw Jozef Kijas, relatore della Congregazione per le cause dei santi, e Tony Anatrella, psicoanalista e specialista in psichiatria sociale, professore di Psicologia al Collège des Bernardins e alle Facultés libres de Philosophie et de Psychologie di Parigi. A questi si sono aggiunti quattro esperti: Franjo Topić, professore di Teologia fondamentale alla Facoltà teologica di Sarajevo; Mijo Nikić, professore di Psicologia e Psicologia delle religioni presso la Facoltà di Filosofia della Compagnia di Gesù a Zagabria; Veronica Nela Gašpar, professoressa di teologia a Rijeka; Mihály Szentmártoni, professore di Spiritualità presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Vale la pena sottolineare che tutti i membri della commissione Ruini sono ecclesiastici. Da qui, il dubbio che un non credente potrebbe porsi riguardo alla terzietà di questa commissione. Ma va a questo proposito chiarito un punto essenziale: le commissioni d’inchiesta della chiesa cattolica relative ad apparizioni o miracoli non hanno l’obiettivo di verificare se il fenomeno sia da considerarsi o meno soprannaturale sulla base del metodo scientifico, perché se si accettasse questo criterio bisognerebbe applicarlo a qualsiasi lato “miracoloso” di una religione che invece riconosce la possibilità dei miracoli come manifestazioni del divino e che quindi riconosce “a monte” l’esistenza del soprannaturale. La commissione d’inchiesta, dunque, non è, per così dire, come un gruppo d’indagine CICAP: in sostanza, persegue uno scopo di tipo teologico.

Questo non significa che non abbia un suo metodo d’indagine: nella fattispecie. si tratta delle “Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni” promulgate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1978 e rese note pubblicamente nel 2012. Queste norme stabiliscono i “criteri per giudicare, almeno con una certa probabilità, del carattere delle presunte apparizioni o rivelazioni”. Tali criteri sono la “certezza morale” dell’esistenza del fatto; circostanze personali come le “qualità personali del soggetto o dei soggetti”, tra cui l’equilibrio psichico, la rettitudine morale, la sincerità, la “docilità abituale verso l’autorità ecclesiastica”, la coerenza con la dottrina teologia e spirituale; la produzione di una “sana devozione e frutti spirituali abbondanti e costanti”, come conversioni, spirito di preghiera, ecc. Qualora, invece, si dimostrasse che le dichiarazioni delle persone coinvolte cadano in contraddizione o in errore manifesto, che siano in errore sul piano della dottrina cattolica, che puntino a una evidente ricerca di lucro, che le persone coinvolte o i loro seguaci compiano atti immorali o che siano segnati da psicopatologie, allora, in questo caso,sarebbe più probabile propendere per la non soprannaturalità dei fatti.

 

La “soprannaturalità” delle prime apparizioni

È su queste basi che la commissione Ruini ha svolto le sue indagini tra il 2010 e il 2014 tenendo 17 riunioni plenarie. Nel corso di questi lavori, sono stati ascoltati tutti i veggenti di Medjugorje (sottoposti anche a perizia psichiatrica) ed è stato svolto nel 2012 un sopralluogo di quattro giorni nella cittadina per osservare direttamente la gestione dei flussi di pellegrini. È stata vagliata tutta la documentazione essenziale prodotta dal 1981, tra cui le trascrizioni degli interrogatori di polizia ai veggenti, i documenti più recentemente resi noti prodotti a suo tempo dai servizi segreti jugoslavi, i rapporti dei parroci e dei vescovi dell’epoca. Al termine, la commissione si  pronunciata sulle apparizioni, decidendo però di distinguere tra due tipologie: le primissime apparizioni, sette in tutto (tra il 25 e il 29 giugno 1981), e quelle successive.

Vale la pena ricordare, infatti, che la Gospa (il termine bosniaco per la Madonna) continua ad apparire a tutti i sei veggenti originali. A Marija Pavlović, Vicka Ivanković e Ivan Dragičević si manifesta ogni giorno, a Ivanka Ivanković ogni 25 giugno (anniversario della prima apparizione a Ivanka), a Jakov Čolo il 25 dicembre e a Mirjana Dragičević il 18 marzo (giorno del suo compleanno) e ogni 2 del mese, anche se a marzo di quest’anno la Madonna avrebbe annunciato alla veggente che le apparirà d’ora in avanti solo il 18 marzo. Di fronte a questa enorme massa di mariofanie, la scelta della Commissione Ruini è stata quella di concentrarsi sulle primissime apparizioni, che mostrerebbero maggiori caratteri di originalità: in particolare, le testimonianze dell’epoca confermerebbero lo stupore e la meraviglia dei veggenti di fronte all’apparizione, successivamente banalizzata; l’imprevedibilità delle prime apparizioni, poi scandite invece a giorni e orari precisi; la determinazione dei veggenti a confermarne la veridicità anche in momenti drammatici come quelli dell’interrogatorio delle autorità di polizia; il contenuto dei primi “messaggi”, in cui l’apparizione si definisce “Signora della Pace” e invita a digiuno e preghiera, senza fare annunci miracolosi o emettere profezie apocalittiche, come invece sembra essere accaduto in seguito con la rivelazione ai veggenti di “10 segreti” di natura apocalittica.

Un precedente importante per capire questa scelta è quello delle ultime apparizioni riconosciute dalla chiesa,  quelle avvenute a Kibeho, in Ruanda: qui tre veggenti (Alphonsine Mumureke, Nathalie Mukamazimpaka e Marie Claire Mukangango) ebbero diverse visioni tra il 1981 e il 1983, mentre la sola Mumureke continuò ad averle fino al 1989. Ma il vescovo della diocesi di Gikongoro, che approvò con decreto la soprannaturalità delle apparizioni nel 2001, riconobbe solo le prime, quelle avvenute alla presenza di tutte e tre le donne, e non quelle successive. È dunque possibile, per la chiesa cattolica, distinguere, all’interno di uno stesso fenomeno presunto soprannaturale, quella parte che può essere definita “autentica” da quella di cui invece non ritiene di riconoscere la soprannaturalità. Sulla base di questo precedente, la commissione Ruini ha quindi inteso distinguere nettamente tra le primissime apparizioni e quelle che avvengono ancora oggi, ritenendo “di poter affermare con ragionevole certezza che le prime sette apparizioni risultano intrinsecamente credibili, perché capaci di suscitare in chi le ha vissute un risveglio della fede, una conversione del modo di vivere e un rinnovato senso di appartenenza alla Chiesa”. Su questo punto, dei 15 presenti alla votazione finale 13 hanno votato a favore della soprannaturalità (constat de supernaturalitate), contro 1 nondum decernendum (“non è ancora possibile esprimere un giudizio”) e 1 constat de non supernaturalitate (“consta la non soprannaturalità”). Come risultato, quindi, la commissione d’inchiesta “ritiene gli inizi del fenomeno di Medjugorje non riducibili a sole dinamiche umane, ma aventi un’origine soprannaturale”.

Più sfumate sono state le deliberazioni sugli eventi dei trent’anni successivi, cioè sull’attuale “fenomeno Medjugorje”. Qui, la commissione ha valutato da un lato la credibilità dei veggenti e dall’altro la bontà di quanto avviene nella meta del pellegrinaggio mariano. Nel corso degli anni sono state avanzate non poche accuse sull’arricchimento personale dei veggenti grazie al fenomeno Medjugorje: alcuni di loro gestiscono interi alberghi nella cittadina e altri sono spesso in tournée per il mondo. La commissione Ruini ha censurato in particolare l’atteggiamento di uno di loro, Ivan Dragicević, chiedendogli di non prendere più soldi per la sua partecipazione a manifestazioni all’estero, mentre ha riconosciuto che tutti gli altri continuano una vita di preghiera e di moderazione, senza lussi ostentati. Ha tuttavia stigmatizzato alcuni degli aspetti che hanno reso il fenomeno Medjugorje particolarmente popolare in alcuni ambienti radicali, in particolare la questione dei 10 segreti e della pergamena scritta con inchiostro invisibile su cui sarebbero scritti, ritenendoli incoerenti con la teologia mariana e con il contenuto delle prime rivelazioni. La commissione ha quindi espresso parere dubitativo su tutte le apparizioni successive alle prime sette, con 12 voti attendisti (nondum decernendum) e 2 voti decisamente negativi (constat de non supernaturalitate).

 

La strategia del Vaticano su Medjugorje

A questo punto è stato sollevato il problema più “politico”: che fare? Si tratta infatti di decidere su quale atteggiamento il Vaticano deve assumere su Medjugorje nel momento in cui le prime apparizioni sono state definitivamente riconosciute. Alcuni eventi intercorsi dopo il 2014 (termine dei lavori della commissione) avevano già mostrato un inedito attivismo della Santa Sede: nel 2017 Francesco aveva nominato l’arcivescovo polacco Henryk Hoser “inviato speciale della Santa Sede per Medjugorje”, con compiti prettamente pastorali, cioè con lo scopo di accompagnare pastoralmente e spiritualmente i pellegrinaggi, finora organizzati senza autorizzazione delle diocesi di provenienza e quindi con l’esplicito divieto ai parroci di accompagnare i fedeli. Una scelta che, secondo la commissione Ruini, avrebbe “ottenuto l’effetto non voluto di lasciare libero il campo a iniziative non conformi con il sentire e la disciplina della Chiesa”. Per  controllare ulteriormente la situazione, nel 2019 Francesco ha ufficialmente autorizzato le visite pastorali a Medjugorje, consentendo quindi alle parrocchie di organizzare pellegrinaggi “ufficiali” con la presenza dei parroci.

La lettura del rapporto Ruini permette oggi di ricostruire la ratio di queste scelte. Scopriamo infatti che la commissione aveva votato pressoché all’unanimità (13 voti a favore contro 1 nullo) sulla revoca dei divieti di pellegrinaggio a Medjugorje, valutando poi tre diversi scenari: sottoporre Medjugorje all’autorità diretta della Santa Sede, lasciarla sotto la direzione del vescovo diocesano locale sollevando però dall’incarico l’attuale vescovo Perić, ostile al fenomeno, oppure istituire una nuova circoscrizione ecclesiastica, così da sottrarre Medjugorje dall’autorità della diocesi di Mostar-Duvno guidata da Perić (comunque prossimo a decadere per limiti di età). I membri hanno votato con 10 voti a favore della prima soluzione, contro 4 voti per la soluzione del vescovo diocesano e 1 per la nuova circoscrizione ecclesiastica. Presa questa decisione, è stato chiesto infine ai membri della commissione di esprimersi sul da farsi: istituire o meno un santuario pontificio a Medjugorje, così da porre la meta mariana sotto il diretto controllo della Santa Sede? Le tre risposte possibili (“si eriga”, “non si eriga per ora”, “non si eriga affatto”) tradiscono forse la volontà di una soluzione di compromesso che però non è stata recepita, dal momento che 9 membri hanno votato per l’erezione del santuario senza ulteriori indugi, 4 per differire l’erezione e 1 contro. Sul tema, comunque, il papa non si è ancora espresso.

 

Oltre la “soprannaturalità”: le motivazioni politiche del Rapporto Ruini

È opportuno a questo punto provare a capire la strategia che ha guidato le scelte della commissione Ruini. Innanzitutto, la reticenza del Vaticano nei confronti di Medjugorje si spiega con il rischio di una “banalizzazione” degli aspetti miracolosi della fede cattolica, se si considera da un lato l’enorme numero di presunte apparizioni, dall’altro “la banalità ripetitiva di alcune comunicazioni che i testimoni dichiarano di aver ricevuto dalla Gospa”, come scrive la stessa commissione. L’altro rischio è relativo alla politicizzazione. È indubbio che, nel tempo, alcune apparizioni mariane siano state usate per strumentalizzazioni politiche. Tra tutte, quelle di Fatima, dichiaratamente ostili al comunismo che nel 1917 aveva appena assunto il potere in Russia, ma anche quelle di Garabandal, mai riconosciute, che tra il 1961 e il 1965 furono usate per attaccare il Concilio Vaticano II. Nel 1981 il maresciallo Tito era morto da poco più di un anno e il timore che le apparizioni fossero strumentalizzate per favorire il crollo del comunismo in Jugoslavia fu forte tanto tra le autorità governative sia tra quelle vaticane. Con il passare degli anni, l’assenza di appropriazioni ideologiche delle mariofanie di Medjugorje ha allontanato questi timori.

D’altro canto, di fronte all’enormità del fenomeno devozionale, il Vaticano è stato chiamato a una scelta di campo. Ignorarlo avrebbe significato prestare il fianco alla nascita di una sorta di “chiesa parallela”, oggi in parte rappresentata dal movimento carismatico e in generale da quei gruppi che, mostrando insofferenza verso l’autorità ecclesiastica, intendono vivere la fede in modo “più genuino”, ritornando a una presunta autenticità della fede miracolosa dei primi tempi, analogamente a quanto avviene con le confessioni neo-pentecostali nel Protestantesimo, che non negano, ma anzi enfatizzano, la possibilità di continui fenomeni soprannaturali dovuti alla manifestazione dello Spirito Santo. Sono queste nuove chiese a contendere oggi al Cattolicesimo ampie fette di fedeli soprattutto in America Latina e in Africa, dove si concentra la maggioranza dei cattolici del mondo. Medjugorje sembra quindi rappresentare una specie di terreno di scontro di visioni diverse della fede cristiana, su cui ora il Vaticano intende introdursi con tutta l’autorità del suo magistero.

La costruzione futura di un santuario pontificio riporterebbe il fenomeno Medjugorje nell’alveo della fede “istituzionale”, soprattutto se affiancata, come chiede il Rapporto Ruini, da un’azione pastorale efficace nei confronti dei pellegrini, i quali “sono per lo più in una disposizione di apertura d’animo che li rende pronti a rileggere la propria storia personale, dandole un nuovo orientamento cristiano”. L’obiettivo esplicito è di spostare il focus “non tanto sulle visioni e i veggenti, ma piuttosto sulle questioni centrali della vita cristiana e di una spiritualità mariana nel mondo contemporaneo”. Scegliendo di riconoscere come “soprannaturali” solo le prime apparizioni, il Vaticano cerca proprio di ridimensionare l’appeal dei veggenti e delle loro visioni, al fine di sottrarre loro il controllo del fenomeno. Se infatti fosse stata riconosciuta la soprannaturalità di tutte le apparizioni, si sarebbe potuto ipotizzare che con la loro fine (in seguito alla morte dei veggenti) lo stesso fenomeno Medjugorje potesse sgonfiarsi; o, peggio ancora, che venisse rilanciato da persone ancora meno credibili. Istituendo invece un santuario di pellegrinaggio ad apparizioni ancora in corso, ma sulla scorta di un riconoscimento limitato solo quelle del giugno 1981, il fenomeno Medjugorje viene ricondotto a un evento limitato nel tempo, ormai esauritosi, ma sempre in grado di dispiegare benefici in termini di preghiera e conversioni. L’obiettivo, dunque, è “normalizzare” Medjugorje depurandolo dall’aspetto più esplicitamente soprannaturale e miracolistico.

Ma allora, perché non c’è stata ancora una comunicazione ufficiale in merito? Perché il Rapporto Ruini, consegnato nel 2014, non è mai stato reso noto fino al febbraio 2020, quando è stato pubblicato di alcuni editori, tra cui San Paolo Edizioni, diretta emanazione di un ordine religioso? Come mai non c’è stata, cioè, una dichiarazione da parte della Sala Stampa vaticana, come da prassi? Difficile dirlo. Nell’edizione del rapporto curata da Saverio Gaeta per San Paolo, il curatore cita Chiara Amirante, scrittrice cattolica e presidente della Comunità “Nuovi Orizzonti”, alla quale papa Francesco avrebbe rivelato di essere stato lui a “salvare Medjugorje”, “perché la Commissione della Congregazione della Dottrina della Fede, sulla base di tante notizie anche false, aveva già detto: «Medjugorje è tutto falso»”.

Questa dichiarazione potrebbe aiutare a dipanare il mistero. Forse, in realtà, la scelta di distinguere tra le due diverse categorie di apparizioni è stata una soluzione di compromesso tardiva, assunta cioè in seguito per evitare che tutto il fenomeno Medjugorje fosse bollato con il marchio della non supernaturalitate. Forse si è preferito non rendere noto il rapporto finché il papa non avesse preso le misure previste (la nomina dell’inviato pontificio e l’autorizzazione ai pellegrinaggi). Forse proprio Ruini era tra i più critici del fenomeno e ha portato avanti un lungo braccio di ferro con il Palazzo Apostolico per evitare che il rapporto venisse pubblicato. In tal caso, l’uscita del rapporto sarebbe un modo per attaccarlo. Non va dimenticato che, in un’intervista resa al Corriere della Sera nel novembre scorso, Ruini – per 17 anni a capo della Conferenza Episcopale Italiana – ha espresso contrarietà alla linea pontificia riguardo il dialogo con le forze politiche sovraniste, dicendosi disponibile a incontrare Matteo Salvini. Un’apertura che è stata letta dagli esperti come una presa di distanza dalla politica bergogliana. Le vicende vaticane non sono affatto nuove a questo tipo di iniziative: “manine” che, al momento opportuno, fanno trapelare documenti riservati per motivazioni di tipo politico (tra i tanti esempi, i due casi Vatileaks).

Soprannaturalità sì, dunque, ma forse per motivazioni ben più terrene di quanto il Vaticano voglia ammettere.

Roberto Paura

Dottore di ricerca in Fisica, con specializzazione in comunicazione della scienza, è giornalista scientifico e culturale per diverse testate, ha lavorato alla Città della Scienza di Napoli ed è stato borsista dell'INFN. Dal 2013 è presidente dell'Italian Institute for the Future. Dal 2019 è coordinatore del CICAP Campania.

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