La strana storia del generale Pappalardo e degli Ummiti

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

L’ultimo movimento populista sorto in Italia è rappresentato dai Gilet Arancioni, legati all’MLI, Movimento Liberazione Italia, presieduto dal generale di brigata dei Carabinieri in pensione Antonio Pappalardo, già esponente del Movimento dei Forconi, attivissimo in varie formazioni politiche sin dal 1992. I Gilet Arancioni sono di nascita recente (2019), ma hanno subito adottato motivi e temi di tipo “anti-sistema” (sospetto contro i vaccini e il 5G, idee su “congiure globaliste” per dominare il mondo, dubbi sulla reale esistenza del coronavirus, e così via). 

Il 31 maggio sono saliti alla ribalta delle cronache per aver radunato in Piazza del Duomo, a Milano, galvanizzati da Pappalardo e fra la sorpresa di diversi organi di stampa, un notevole numero di scontenti e di “delusi” dalla politica.

Tra i giornalisti che hanno parlato della sua figura, alcuni sono andati a ripescare una storia di alcuni anni fa. Pappalardo è infatti, per quanto ne sappiamo, il solo leader di un movimento politico ed ex-esponente di un governo italiano (è stato sottosegretario alle Finanze sotto il governo Ciampi), ad aver raccontato un suo colloquio con un alieno. Lo ha ripetuto più volte, a voce e in un suo libro. La storia dietro a questo “incontro ravvicinato” del quarto tipo, però, forse più interessante dello stesso racconto dell’ex-generale. Da quello, però, partiamo per raccontarvela meglio.

Un alieno con smanie editoriali

L’incontro del generale sarebbe avvenuto ai primi del 2000, sull’Appennino aquilano. Così lo raccontò Pappalardo stesso in un video postato su Facebook parecchi anni dopo, nel 2018:

Io mi ricordo ancora quella notte. Era il sei febbraio del 2000, ho una villetta – piccola villetta – fra Roma e L’Aquila dove trascorrevo e tutt’ora trascorro i miei weekend. E quella sera, com’era nostro costume, mia moglie ed io intorno alle 10:30-11:00 di sera, dopo mangiato, ci siamo inerpicati per il sentiero che porta verso il paesello di Civitella […]. La strada era totalmente al buio, il sentiero era illuminato solo dalle stelle, non c’era nemmeno la luna, quando improvvisamente a cento metri di distanza si è profilata la figura di un uomo alto circa due metri. Mia moglie ha avuto paura e mi ha invitato a tornare indietro. Ho detto a lei “non è il caso, andiamo avanti sono un Carabiniere e sono capace di affrontare pericoli di ogni genere”. Così quest’uomo si è avvicinato. Era un uomo alto, come ho detto, aveva un lungo impermeabile grigio addosso, uno sciarpone e un cappello in testa. Quando ha visto mia moglie si è tolto il cappello e l’ha salutata molto galantemente. Questo mi ha in qualche modo rassicurato. Di lì a poco lui si è rivolto a me e mi ha detto “io sono un alieno e vengo da un altro pianeta”. […] Ha detto che proveniva dal pianeta Ummo che dista dalla Terra 13,5 anni luce. Ha tirato fuori da un tascone di questo suo impermeabile un brogliaccio, un manoscritto e me l’ha consegnato. E mi ha detto: “qui c’è scritta una storia fantastica, la prego di pubblicarla”.

Alle timide rimostranze di Pappalardo, l’alieno spiegò di aver scelto lui perché era “un uomo libero”, e lo pregò di provvedere entro dieci anni alla pubblicazione. I fogli erano scritti per lo più in spagnolo, con parti in francese e pochissime frasi in italiano e inglese. Il generale passò tutta la notte a leggerli, e rimase “stupefatto”. La mattina dopo si confrontò con la moglie sull’esperienza della sera prima, e scoprì che lei non ricordava assolutamente nulla. Questo, in sintesi, il racconto di Pappalardo.

“L’utopia dell’Ummita”, ovvero, il romanzo che non è un romanzo (?) 

Dieci anni dopo l’incontro con l’alieno, il generale si sentì finalmente pronto per dare alla stampe il suo libro, L’utopia dell’Ummita (Morrone Editore, 2010). Sottotitolo: “Romanzo trascritto e curato da Antonio Pappalardo“. Il generale non era a caccia di pubblicità, quindi accettò di buon grado di pubblicarlo a nome del vero autore, Walet Humm (l’alieno)…

Uno studioso di ufologia e del pensiero occultistico ed esoterico, Marco Mucci, ha messo in evidenza i punti salienti della narrazione. A ben vedere, ha spiegato Mucci in una lista legata al Centro Italiano Studi Ufologici, il romanzo consegnato da Walet Humm al generale non è altro che il quadro in cui intessere un’interpretazione della storia italiana fra il XIX e il XX secolo. L’artificio letterario che ne è alla base è costituito dalla possibilità data dagli Ummiti ad un gruppo di prescelti di rivedere, in una specie di “sala degli specchi” la “vera” vicenda nazionale dal Risorgimento ad oggi.  

Nel testo è presentata quella che appare una vera e propria teologia Ummita di tipo manicheista, in cui i poteri occulti, malvagi, che cercano di dominare il mondo, sono l’espressione del dio del male, Thufer, cui si contrappone il dio degli Ummiti, Xama, che propugna il bene e l’amore (e che, insieme a Zifron e Zarel, costituiscono una triade divina, altro elemento originale del racconto dell’ex-generale).

C’è bisogno di dirlo? Gli Ummiti di Pappalardo rivelano che le tre grandi religioni monoteiste hanno ormai il solo scopo di arricchirsi, che gli Illuminati di Baviera sono infiltrati dappertutto, che ci sono loro dietro a diversi episodi della storia recente (omicidio Kennedy, 11 settembre) e così via… Insomma, nulla di particolarmente originale, che non si possa leggere in uno dei tanti siti complottisti sparsi per il web.

Il tutto unito ad un po’ di revisionismo storico anti-risorgimentale, si direbbe, a tratti in apparenza consonante con le idee dei neo-borbonici, i nostalgici del Regno delle Due Sicilie e di ciò che fu il Sud prima del 1861. Per la cronaca: anche Ettore Majorana, il fisico misteriosamente scomparso nel 1938, era un alieno ummita.

La curiosa storia della corrispondenza da Ummo

Al di là della rivisitazione storica, però, l’idea del pianeta Ummo non è una novità annunciata da Pappalardo. Gli Ummiti o Ummani sono stati, per molti anni, protagonisti di uno dei più curiosi episodi della storia dell’ufologia. La specialità di questi extraterrestri in missione sulla Terra era quella di… scrivere lettere. E in effetti, per un lungo periodo, persone di varia estrazione e di Paesi diversi si trovarono recapitate a mezzo posta fogli dattiloscritti o vergati a mano, recanti un caratteristico timbro, vagamente simile al simbolo astrologico dei Pesci, ma con una stanghetta verticale in più  – immagine che si trovava impressa, a dire degli Ummiti, anche sulle loro astronavi. Il “simbolo di Ummo”, sia pur in una ristretta cerchia di appassionati, è diventato un’icona pop, ed è stato riutilizzato in ambiti diversissimi: dalla grafica per copertine di cd, alla simbologia politica della destra radicale. Gruppi religiosi come l’ormai quasi scomparsa Chiesa Giurisdavidica l’hanno collegato alle loro credenze. 

A volte, nelle lettere comparivano anche altri simboli, parte della loro lingua: una dimensione della nostra storia che finora non è stata analizzata come meriterebbe.   

I nostri extraterrestri affermavano di provenire dal pianeta Ummo, che disterebbe da noi 14,6 anni luce (non chiedeteci perché a Pappalardo, nel suo libro, ne risultasse 1,1 in meno) e orbiterebbe intorno alla stella binaria Wolf 424 (da loro chiamata Iumma). Alti, biondi e indistinguibili da normali esseri umani – a parte qualche piccolo dettaglio e l’atrofia dell’epiglottide, cosa che gli conferirebbe una tipica voce “stile Paperino” – gli Ummiti sarebbero giunti sulla Terra per la prima volta nel marzo 1950. Dal loro osservatorio sul monte Cheval Blanc, in Francia, avrebbero a lungo esaminato la nostra civiltà, individuando le persone “chiave” con cui entrare in contatto, i loro “amici di penna”. Poi avrebbero preso a spedire le loro lettere.

Ondate e ondate di lettere

In realtà, la vicenda di Ummo viene da lontano, e nasce in un Paese a suo tempo in posizione relativamente marginale rispetto all’Europa: la Spagna dell’ultima fase della dittatura fascista di Francisco Franco. In quel Paese, nel 1966, cominciarono ad arrivare delle curiosissime missive, dirette ad appassionati di UFO e ad altre persone, che rapidamente diventarono centinaia. Erano gli Ummiti in missione sulla Terra a redigerle, con l’ausilio di normali macchine da scrivere e con tanto di francobolli. 

Le ricevettero autori di libri, scienziati, anche qualche politico. Ma quelli bersagliati erano soprattutto gli ufologi – che, come da copione, erano anche i più propensi a credere al contenuto degli scritti. Dalla Spagna le lettere giunsero poi ad appassionati francesi, italiani, eccetera.  

Ma cosa avevano da raccontare, i nostri prodi spammatori Ummiti? Narravano del loro modo di vivere, della loro civiltà, spiegavano il funzionamento dei loro dischi volanti e fornivano dettagli tecnologici e cosmologici anche abbastanza sofisticati. Quella di Ummo era una società “fredda”, fatta da scienziati, ma pacifica. Dio, la religione, non erano negati, ma nel corpus letterario ummita, soprattutto in quello della prima generazione di lettere, trovavano poco posto. Qualsiasi cosa si volesse pensare degli autori dei testi, si trattava di qualcuno dotato di un buon grado di cultura. 

Rivelazioni e dischi volanti

Questo non significa che ogni tanto qualche “errorino” non ci fosse, in questo smisurato epistolario galattico. Una delle prime lettere si soffermava sulla distanza della stella Wolf 424 dal nostro sistema solare indicandola in 3,68 anni luce: la cosa avrebbe dovuto dar da pensare, visto che quella misura rispecchiava quelle fatte da poveri astronomi terrestri nel 1938. Le nuove stime, più precise, fatte nel 1952 stabilirono invece una distanza maggiore, pari a 14,3 anni luce. Ci credereste? In un secondo tempo anche le dichiarazioni degli Ummiti si modificarono secondo questa più recente rilevazione. Curioso, vero?

Per dirla con Nietzsche: umano, troppo umano.

Un certo numero di ufologi del tempo, almeno in qualche misura, purtroppo prestò ascolto all’idea che sul serio extraterrestri giunti da un altro sistema stellare potessero scrivere lettere a personaggi vari, spiegando un sacco di cose sul loro conto, indicando una via “scientifica” per la società, ma senza farsi vedere più di tanto. 

Invisibili, ma non del tutto: per rendersi più credibili, il 1 giugno 1967 gli Ummiti misero in bella posa una delle loro astronavi nel cielo del paese di San José de Valderas, vicino a Madrid. Sulla carlinga del loro disco volante, mostrarono a tutti il simbolo del loro sistema di governo, UMMOAELEWE  (spammatori ante litteram, usavano sovente i caratteri maiuscoli, quando traslitteravano per noi parole della loro lingua…). Le foto, per vostra conoscenza, sono del tipo che qui vi mostriamo.

Su questo genere di immagini parecchi ufologi litigarono per anni. Uno di loro, il catalano Antonio Ribera (1920-2001), uno degli ufologi “seri” della sua generazione, definì Ummo e le foto di San José de Valderas Un caso perfecto, e quella frase diventò il titolo di un libro uscito nel 1969. Fu lui a diffondere fra tutti gli appassionati spagnoli ed europei l’idea che dietro le lettere potesse davvero esserci qualcosa di alieno.

Nei decenni, Ummo ha generato un culto di modeste proporzioni, ma articolato e assai interessante. In Italia, ad esempio, a partire dal 1986 si ebbe persino una piccola associazione, il CRIU, che nella sua denominazione (“Centro Ricerche Italiano di Ummologia e di Ufologia) trasformava in neologismo la specialissima disciplina volta a comprendere la modalità d’azione e la scienza degli inviati di Ummo.

Il vero ummita

A partire dai primi anni ‘90, con l’avvento dell’approccio sociologico da parte di ufologi di vari Paesi dell’Europa occidentale, i contorni della saga di Ummo sono andati chiarendosi. A mostrarlo, due numeri delle riviste francese e spagnola Ovni-Présence e Cuadernos de Ufología usciti nel 1992 e nel 1994 (per inciso, queste testate furono fondamentali per decostruire il mito degli UFO anche in Italia). E poi, quanto su Ummo pubblicò nel 1993 La alternativa racional, notiziario del gruppo scettico spagnolo poi diventato ARP – Sociedad para el Avance del Pensamiento Crítico.

Da lì in poi, è diventato chiaro che gli Ummiti (e anche le foto di San José de Valderas) derivano dalla notevole personalità di un ingegnere e dirigente industriale, José Luis Jordán Peña (1931-2014). Una personalità molto particolare: parapsicologo, autore di pubblicazioni scientifiche, ma anche attivo, come ultracattolico e agente della polizia politica della dittatura fascista, nelle persecuzioni contro minoranze religiose (Testimoni di Geova, protestanti di varie chiese) e culturali (massoni). 

Presso il locale madrileno La ballena alegre, si radunava il gruppo ufologico BURU (oltre che, negli anni ‘30, i capi della Falange fascista che nel 1936 diede avvio alla guerra civile). Fu in quelle riunioni, cui Peña prese parte attiva, che probabilmente nacque l’idea delle lettere.

Fu lui a ideare, con notevole talento, il mondo di Ummo e a scrivere da casa sua, sulla sua macchina da scrivere, le prime serie di lettere. Lui stesso, alla fine, nel 1993, fu costretto ad ammetterlo, scrivendo al riguardo su La alternativa racional. Un altro ex-ufologo passato allo ,scetticismo, il francese Dominique Caudron, ha poi mostrato in dettaglio da quali pubblicazioni Peña trasse, con ogni probabilità, le nozioni che andarono a formare il nucleo della presunta “super-scienza ummita”, sulla quale tanti appassionati avevano litigato a lungo. Qui a sinistra, il suo necrologio: come si vede, la memoria di Ummo lo seguì sino all’ultimo istante.

Attenzione, però. Col passare del tempo, la corrispondenza ummita si “sganciò” dai suoi estensori originali, quelli spagnoli, e diede origine (cosa durata sino a tutti gli anni ‘80) ad una serie di imitatori più o meno fedeli, mediocri o assai creativi. Gli Ummiti, dalla mano di un singolo, diventarono un grande gioco collettivo, in cui ognuno poteva aggiungere un tassello del puzzle, introdurre temi nuovi, usare il mito per dar più forza a un’argomentazione filosofica, o semplicemente prendersi gioco di un ufologo un po’ troppo credulone. 

Ma quindi, Pappalardo?

Pappalardo è probabilmente uno dei più recenti fra questi epigoni. Per quanto ne sappiamo, i nomi ummiti usati nel suo libro non appaiono da nessun’altra parte, così come è una novità la divinità Xama. Quest’ultimo termine, in particolare, non figura nel “dizionario ummita” compilato dall’ufologo spagnolo Antonio Moya Cerpa. La civiltà di Ummo, che nelle lettere “vere” ha un forte impianto scientifico-tecnologico giunta sulla Terra a mero scopo di ricerca, per Pappalardo diventa un’entità politica, una sorta di “maestro illuminato” che vuole comunicare agli abitanti del nostro pianeta una reinterpretazione della storia e una filosofia basata sull’amore universale. Ma in realtà la stessa concezione politica retrostante cambia radicalmente, fra le lettere di Peña e il libro di Pappalardo. Le prime scaturivano dalla presenza di un mondo diviso tra blocco sovietico e blocco occidentale: vi si vagheggiava una federazione che avrebbe posto fine a tutte le guerre, un nuovo ordine galattico scaturito dal progresso che avrebbe messo le cose a posto, in linea con la fantascienza classica. L’utopia dell’Ummita di Pappalardo giunge in un mondo politicamente molto cambiato, in cui i sogni e la paure sono diverse – e in cui anche gli alieni non sono più quelli di una volta. Pappalardo vuole un’umanità sovranista, in cui i popoli del sud del mondo si ribellino alle grandi multinazionali e alle società segrete che, come in mille altri casi, cercano di imporre un Nuovo Ordine Mondiale

Circa quest’ultimo, asseriva Pappalardo nel suo video del 2018

[…] gli Ummiti non lo vogliono, e vogliono invece la felicità, e la libertà dei popoli sovrani. Ed ecco perché è nato il movimento Liberazione Italia, in Italia, e di liberazione del mondo. Per dare un grande segnale a tutti i popoli. 

Un romanzo politico, insomma, assai lontano dai motivi tipici del primo Ummo-pensiero ideati da Peña. L’impressione è che – essendo venuto a conoscenza della curiosa vicenda delle lettere – Pappalardo abbia reimpiegato il tema come cornice per il suo romanzo-trattato, modificando però in modo radicale l’impalcatura originaria del cosmo ummita; uno strumento retorico, quello dello sfondo narrativo preesistente, comune nella storia della letteratura a opere ben più titolate, consce di usare il nome di un autore del passato per promuovere una propria agenda. Verosimilmente, per noi, anche l’incontro di Pappalardo con l’Ummo-scrittore è da collocare in questo filone. 

Immagine in evidenza: il “sigillo del governo centrale di Ummo”, raffigurato nelle lettere che lo spagnolo José Luis Jordán Peña e poi altri spedirono per più di vent’anni. 

Un pensiero riguardo “La strana storia del generale Pappalardo e degli Ummiti

  • 10 Giugno 2020 in 19:29
    Permalink

    Pare che del Gruppo di Pappalardo faccia parte anche Renzo Arbore. E’ lui che canta l’ inno degli Ummiti, Aumm Aumm. Numerose pubblicazioni su You Tube.

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