Il trapianto di organi tra vissuti soggettivi e malintesi

Intervista di Sabrina Bartolotta, traduzione di Matteo Matassoni

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), lo scorso anno si sono effettuati 139.024 trapianti di organo, a livello mondiale (con un incremento del 2,3% rispetto al 2018). Di questi, 90.306 sono stati trapianti di rene (di cui il 36,5% da donatori in vita), 32.348 di fegato (di cui il 19% da donatori in vita), 7.881 di cuore, 6.084 di polmone, 2.243 di pancreas e 162 di intestino. Una piccola percentuale di pazienti trapiantati (in particolare quelli sottoposti a trapianti di cuore), mostrano e/o riferiscono cambiamenti nella loro personalità (Bunzel. B et al., 1992; Pearsall P et al., 2000; Sanner M.A., 2003; Vamos M, 2010), nei loro comportamenti alimentari, nei gusti musicali e nelle preferenze sessuali, come se l’organo soggetto di trapianto mantenesse alcune caratteristiche del donatore.

Abbiamo cercato di chiarire questi fenomeni chiedendo l’opinione del Professor Bruce Hood (Università di Bristol), autorevole psicologo sperimentale britannico specializzato in neuroscienze cognitive dello sviluppo ed esperto ricercatore dei processi cognitivi alla base del pensiero magico negli adulti.

I cambiamenti comportamentali ed esperienziali riportati da questi pazienti trapiantati sono plausibili?   Se sì, come possono essere spiegati da una prospettiva scientifica?

Anche se tali racconti vengono presi come prova della trasmissione di stati psicologici dal donatore al trapiantato, non sono a conoscenza di studi scientifici che presentino prove valide né di meccanismi plausibili tramite i quali ciò potrebbe accadere. Nonostante i vari organi comunichino con il cervello e giochino un ruolo negli stati psicologici, e in effetti gli organi sono innervati in misura tale che presumibilmente potrebbero generare immagini rudimentali o un ricordo, questo non significa che si possa dire che, trapiantandoli in un altro essere umano, essi possano trasmettere a questo stati cognitivi e psicologici.

La mia interpretazione è che questi racconti riflettano una visione intuitiva secondo la quale quegli individui (i loro corpi e le loro personalità) vengono considerati in termini di essenzialismo psicologico, una peculiare proprietà metafisica che conferisce l’identità.

I bambini evocano spontaneamente visioni essenzialiste quando ragionano sugli organismi viventi – ad esempio l’idea che esista un’essenza che definisce un cane come diverso da un gatto – e questo modo di categorizzare il mondo rimane presente in molti adulti, influenzando i loro atteggiamenti e le loro credenze. Questo spiega credenze come il contagio morale, secondo la quale  toccando una persona malvagia si può restare contaminati o la ripugnanza verso il contatto fisico con gli “indesiderabili” propria di molte culture come il sistema di caste in India.

Sappiamo che idee religiose e superstizioni, così come le informazioni a cui si ha accesso sul donatore dell’organo, possono influenzare pensieri ed atteggiamenti del paziente ricevente riguardo l’organo trapiantato. Pearsall, un neuropsicologo americano, nel 1999 riportò un caso suggestivo:

“Una bambina di otto anni, che ricevette il cuore di una bambina di dieci, cominciò ad avere vividi incubi ricorrenti sulla morte. Sua madre decise di consultare uno psichiatra che, dopo diverse sessioni, concluse che lei fosse stata effettivamente testimone di incidenti reali. Decisero di chiamare la polizia che usò le dettagliate descrizioni dell’omicidio (la tempistica, l’arma, il posto, i vestiti che indossava, cosa gli aveva detto la bambina che lui aveva ucciso) date dalla bambina per trovare e condannare l’uomo in questione”.

In casi come quello presentato, come dovrebbe comportarsi lo specialista per studiare rigorosamente il paziente? Fino a che punto (e come) informazioni precedentemente ricevute avrebbero potuto influenzare gli incubi della bambina?

La maggior parte delle persone, compresi gli esperti che lavorano in un certo settore, hanno la tendenza a trovare prove o a sviluppare interpretazioni degli eventi che siano coerenti con le loro credenze. Ciò è risultato evidente in relazione alla questione del cambiamento climatico e, mentre scrivo, in quella della pandemia che stiamo vivendo. La tendenza a ragionare in questo modo è incredibilmente potente anche se molti, anche tra gli esperti che si richiamano all’importanza di basarsi sulla razionalità e sulle evidenze,  vorrebbero negare di esserne soggetti. Ma come disse scherzando il compianto premio Nobel Richard Feynman : “La persona più semplice da ingannare sei tu stesso“.

Questo è il motivo per cui noi abbiamo bisogno del metodo scientifico, che si basa su obiettività, riproducibilità e su metodi generalmente rigorosi, per evitare di trarre conclusioni sbagliate. Niente di tutto ciò è presente negli studi che lei ha menzionato. Pearsall era, per sua stessa ammissione, profondamente convinto dell’idea  che gli organi trapiantati fossero portatori di ricordi, come documentato nel suo libro del 1999, “The Heart’s Code: Tapping the Wisdom and Power of Our Heart”.

Non sto suggerendo che si sia inventato la storia della bambina (e ci sono molti altri esempi nel suo libro) ma dobbiamo ricordare che le persone credono alle cose più incredibili perché piace loro pensare che siano vere.

Alcuni autori (Sanner M.A., 2001; Goetzmann, 2004) riportano (in base ai dati clinici precedentemente esposti) che una piccola minoranza di pazienti che riceve trapianti può essere incapace di integrare psicologicamente la nuova parte del corpo, quindi essere più vulnerabile al disagio psicologico. Fino a che punto la sensazione di non-appartenenza di una parte del proprio corpo influenza la percezione della propria identità? E fino a che punto questo può influenzarne la guarigione?

In un altro studio Sanner ha anche mostrato che i pazienti con un organo trapiantato da un donatore vivente appaiono molto meno preoccupati di incorporare aspetti della personalità del donatore rispetto a pazienti che hanno ricevuto un rene da un donatore deceduto. Questo potrebbe essere in parte dovuto al fatto di sentirsi meno in colpa per la propria sopravvivenza se il donatore è tuttora vivente, ma anche al fatto che un donatore vivente ha comunque una sua esistenza indipendente. Non lo so per certo, ma penso che la prospettiva essenzialista possa essere molto utile per comprendere questo caso. Molte persone non sono consapevoli dei loro pregiudizi essenzialisti quando parlano delle proprie “reazioni di pancia”. Questo perché le credenze essenzialiste operano senza che la maggior parte ne sia pienamente consapevole .

Anche io a volte devo ricordare a me stesso che i miei atteggiamenti irrazionali verso il contatto fisico potrebbero essere dovuti a credenze essenzialiste e questo è tanto più rilevante nel clima attuale, in cui la paura di una contaminazione invisibile è realmente utile!

Le esperienze emotive più comuni riferite al trapianto di cuore sono sentimenti di colpevolezza e rimpianto, ma anche gratitudine, gioia e tristezza (Kaba E. et al., 2005; Sanner MA, 2003). E’ possibile che questi meccanismi emotivi, coinvolti prima e dopo l’operazione, possano influenzare cognitivamente la percezione di “strane sensazioni” (nel post operatorio)? E’ possibile che il processo emotivo influenzi la rappresentazione corporea di qualcuno?

Mi aspetto che i pazienti riceventi si sentano effettivamente diversi dopo un’operazione salvavita e ciò è perfettamente comprensibile dopo aver affrontato la prospettiva di una morte imminente. Immagino che si apprezzi di più la vita, che le persone si sentano più vitali e che agiscano con maggiore impegno . Ma non tutti i trapiantati reagiranno allo stesso modo. Abbiamo fatto vari studi che dimostrano che le persone adottano rapidamente una prospettiva essenzialista se pensano alla possibilità di ricevere un trapianto di organi da una persona cattiva o da una buona, ma questi studi sono stati condotti con studenti giovani e sani. Posso immaginare che i pazienti nella vita reale provino una varietà di emozioni che non possono essere facilmente riprodotte in esperimenti in cui analizziamo il pensiero degli studenti. Tuttavia, l’essenzialismo psicologico sembra spiegare molte delle credenze associate al trapianto di organi.

Secondo Lei, quale potrebbe essere la strada per evitare che questa piccola percentuale di pazienti provi queste sensazioni sgradevoli? Sarebbe possibile utilizzare la psicoterapia per raggiungere questo risultato? Se si, che tipo di psicoterapia potrebbe essere più adeguata in questo caso?

Questo va al di là della mia area di competenza, ma vorrei ribadire che una adeguata comprensione di cosa sia l’essenzialismo può contribuire a  fornire un aiuto per spiegare queste sensazioni.

Per esempio, le persone si sentono male fisicamente o provano repulsione alla prospettiva di indossare il maglione di un assassino. E’ una reazione automatica molto potente per alcune persone. Ho usato questo esempio in molte mie conferenze divulgative, in cui invitavo i partecipanti a toccare appunto un indumento. La reazione è immediata e tangibile perché è una risposta legata alla paura.

Ma se ci riflettono un momento, molte persone si rendono conto del fatto che  questa risposta è irrazionale e ovviamente, quando rivelo che il maglione appartiene a me e non ad un assassino, la situazione diviene comica. Quando puoi fornire spiegazioni alternative plausibili, allora hai trovato una strada per combattere le credenze irrazionali; questa è una delle diverse tecniche usate in psicoterapia.

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