Ti conosco, mascherina al cloroformio! 

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Piemonte, 5 maggio 2020. Attraverso WhatsApp inizia a circolare questo appello:

Salve a tutti. Dal Comando di Polizia Locale di Torino mi trasmettono quanto segue: Vi sono personaggi che, spacciandosi per mandatari della Regione o del Comune, contattano le persone con la scusa di portare mascherine gratuite facendole provare per vedere se vanno bene di misura. ATTENZIONE, le mascherine sono imbevuto (sic) di cloroformio. Addormentano e loro entrano in casa e derubano. FATE GIRARE NON È UNA BUFALA

L’appello, che ci è stato segnalato anche da quartieri centrali di Torino, è giunto in un periodo in cui le mascherine acquistate dalla Regione Piemonte hanno cominciato davvero ad essere distribuite, e questo potrebbe forse averlo reso più credibile agli occhi dei destinatari. In realtà il “garante” della catena (in questo caso “la Polizia Locale di Torino”) è assolutamente fittizio: il messaggio non proviene da fonti ufficiali e non ci sono prove di crimini perpetrati con questo modus operandi. In Italia ne hanno parlato siti come TorinoFan e Bufale.net

Quanto al testo “piemontese”, sembra riprendere un analogo appello che circola in inglese almeno dalla fine di marzo:

ATTENZIONE!!! Una nuova cosa in giro. C’è gente che sta andando porta a porta a distribuire mascherine. Dicono che è una nuova iniziativa dell’amministrazione locale. Ti chiedono per favore di mettertela per vedere se è della misura giusta. È cosparsa di sostanze chimiche che ti mandano al tappeto dritto e filato. A questo punto ti derubano! Per favore, NON accettate mascherine da sconosciuti. Ricordate amici, sono tempi difficili e la gente è disperata, i tassi di criminalità saliranno. Per favore, siate cauti e state al sicuro! (Da Snopes)

Insomma, si tratta di una leggenda che circolava già a livello internazionale, e che, malgrado l’inconsistenza fattuale (addormentare le persone all’istante con un po’ di cloroformio è un’idea da fumetto di altri tempi) da noi è arrivata relativamente tardi. Per la verità, qualche “assaggio” c’era già stato fin da aprile. Il 24 un utente di Facebook di Settimo Torinese aveva già infatti postato un video su questo tema (ed è curioso che provenga di una località della cintura del capoluogo piemontese, poco distante da dove – nelle settimane successive – sarebbe circolato l’appello WhatsApp). Il filmato, a sua volta, è brevissimo (circa 30 secondi) e proviene da TikTok (ma aveva già fatto il giro di parecchi social: un utente della Carolina del Nord, ad esempio, lo aveva postato su Twitter il 29 aprile); i protagonisti parlano una lingua per noi difficile da identificare, forse dell’Asia meridionale. Nella sequenza si vede un uomo che, su una strada di paese, ferma una coppia in auto; ha in mano due mascherine chirurgiche e le porge alle due persone nell’abitacolo. Queste ultime (uomo e donna) le indossano e, di colpo (in un paio di secondi!), si addormentano pesantemente. A quel punto il malintenzionato prende occhiali da sole, anello e cellulare. Filmato autentico? Bufala? La modalità del crimine e la struttura del filmato fanno pensare più a una “scenetta” fatta di proposito, forse con intenti “istruttivi” (una cautionary tale), ma con alcune incongruenze: possibile che le vittime non abbiano sentito l’odore del cloroformio? E quanti vapori si dovrebbero respirare per andare ko in un paio di secondi? C’è da dire, inoltre, che non è l’unico filmato di questo tipo che è circolato in queste settimane. 

Quella dei criminali che anestetizzano le vittime grazie alle mascherine è infatti una delle mille voci nate con la pandemia, ma una voce che sorprende per la rapidità estrema con cui è diventata globale. Si è diffusa in meno di trenta giorni in parti completamente diverse del mondo. Il processo mitopoietico in atto pare davvero globale. 

Per ricostruire meglio la diffusione di questa leggenda, dobbiamo risalire al 4 di marzo, quando l’espansione dei casi al di fuori dell’area estremo-orientale – almeno ufficialmente – pareva essere ancora piuttosto limitata. E stupisce il fatto che in molti Paesi l’allarme per le narco-mascherine abbia preceduto – non seguito – l’espansione del contagio.

Il 4 marzo, dunque, ecco la prima apparizione a noi nota: su Twitter, un utente della città indiana di Vijayawada, nella parte centro-orientale della Federazione, lancia un allarme:

Una semplice richiesta a tutti. Non accettate mascherine gratuite da sconosciuti. Potrebbero aver applicato del cloroformio alle maschere. Assicuratevi di comprarle, tenetevi lontano dal virus e dai traffici. Siate vigilanti! 

Come per tante altre voci, è possibile che la storia sia nata sui social prima di essere raccolta dai media, soprattutto da quelli mainstream, sempre più affaticati nella loro rincorsa a modalità comunicative che li scavalcano di continuo. 

Due settimane dopo la prima apparizione, la leggenda appare ai capi opposti del mondo, a Los Angeles, in California, ancora su Twitter: 

Salve a tutti. Purtroppo oggi ho saputo da un amico che lavora al Dipartimento di Polizia che in giro c’è gente che commette varie truffe, come quella in cui danno delle mascherine gratuite con il cloroformio per far svenire le persone e poi derubarle. 

Stavolta il meccanismo è quello più classico: la fonte “bene informata”, cioè il poliziotto che rivela un particolare vitale, ma sconosciuto ai più e che poi – ovviamente – il narratore corre a rivelare sui social. La questione della “fonte” delle voci sulla pandemia, peraltro, è stata discussa a inizio maggio dai folkloristi Alexandra Arkhipova e Ian Brodie prima nel gruppo Facebook della International Society for Contemporary Legend Research (ISCLR), e poi nell’area discussioni del sito H-Folk, che si occupa di scienze umane: non è il caso del “poliziotto di Los Angeles” della versione che abbiamo appena richiamato, o di quella torinese che parla della “Polizia Locale”, ma per Arkhipova e Brodie spessissimo nelle leggende sul Covid-19 si sarebbero manifestate delle modalità “ibride” di attribuzione del racconto a fonti “autorevoli”: 1) un membro di qualche ospedale, ente pubblico, istituzione di ricerca in posizione junior (ad esempio, uno che “conta poco”) e che al contempo risulta rilevante per il pubblico cui la comunicazione è destinata (ad esempio, un “medico italiano” che lavora in un grande organismo di ricerca straniero se il racconto è destinato a un pubblico italiano); 2) un familiare o membro della cerchia più interna di una fonte che abbiamo descritto al punto 1, ma che in questo caso non si assume la responsabilità diretta della “fuga di notizie”. 

Ma torniamo alle nostre mascherine al cloroformio. Nell’ultima decade di marzo, dai social si è infine passati, massicciamente, ai siti d’informazione. Per quanto ne sappiamo, la cosa è accaduta nell’Africa sub-sahariana, dove la voce è dilagata da una parte all’altra del continente. 

Il 23 marzo, nel Ghana, esperti di investigazioni private mettevano in guardia contro quella nuova minaccia criminale. Tre giorni dopo, al capo opposto del continente, in Sudafrica, era il turno di un’utente che l’aveva saputo da una fonte molto autorevole, la “zia farmacista”. Ma ventiquattr’ore prima, in Nigeria, il capo del sindacato dei trasportatori dello Stato di Ogun aveva lanciato un appello dai toni ben più drammatici: rapimenti, violenze sessuali e perfino uccisioni correvano il rischio di essere portate a termine grazie al trucco delle mascherine al cloroformio che potevano indurre persino convulsioni e coma (sic)!   

Tra fine marzo e inizio aprile si è poi passati a un po’ di tutte le isole Britanniche. Il 1° aprile sembra se ne parlasse a Belfast, nell’Ulster, dove si raccontava di uomini che giravano per le case offrendo le mascherine, ma poco dopo la stessa scena era ambientata nelle “zone rurali della Repubblica d’Irlanda”, dove un furgone bianco propinava agli anziani il tranello (e qui è interessante vedere l’ibridazione della leggenda con quella, già sedimentata, dei white vans rapitori)…

Si trattava di spie rivelatrici di ciò che in realtà stava capitando nell’intera Gran Bretagna. La sera del 3 aprile l’agenzia Reuters spiegava per la prima volta, in modo ampio, che si trattava di una leggenda metropolitana e che non c’era nessuna evidenza di azioni di quel genere: la storia era girata parecchio su Facebook con riferimento a Maltby, vicino Sheffield, almeno dal 31 marzo. Interrogata al riguardo dalla Reuters, la Polizia della Greater Manchester (anche lì la voce era ricorrente) ne aveva escluso con fermezza la realtà.

Subito dopo è stato il turno del sub-continente indiano. Alle Isole Mauritius, il 5 aprile i toni erano ironici, ma nel frattempo in India si stava verificando un fenomeno ancora più interessante. Sul suo sito, il quotidiano India Today considerava invenzioni queste storie, ma faceva notare che già da giorni nel Paese più di una persona si era messa a inscenare per le videocamere, su Tik Tok, finte rapine con mascherine soporifere per ammonire la gente contro il pericolo: ne trovate due, una qui e una nell’articolo di India Today che vi abbiamo segnalato. 

Quella comparsa in Italia il 24 aprile potrebbe essere parte di questa serie “didattica” indiana, o almeno qualcosa di molto simile. 

In aprile la storia sembra essersi diffusa ancor più ampiamente negli Stati Uniti. Il giorno 9 PolitiFact, sito del “Poynter Institute” che si occupa di studi sui media, ha spiegato che, fra le altre cose, il falso allarme era stato attribuito alla Polizia della Contea di Cheasepeake, in Virginia, che però ne aveva formalmente negato qualsiasi paternità. Un altro post virale diffusosi a metà mese era quello proveniente dal profilo Facebook di una donna del Rhode Island. Molto interessante anche quanto pubblicato (ironicamente?) su Twitter il 30 aprile da un utente di Kansas City (Missouri). Accanto alla foto di un vecchio furgone bianco che vende macherine  (“tre per cinque dollari”, secondo il cartello), il monito dell’utente: quello che non vi dicono è che queste maschere puzzano di cloroformio.  

Per la Francia, diffusa via Facebook e testate locali, ma poi smentita da siti come France Tv Info e poi da Libération, la si vede circolare un po’ dopo il 10 di aprile. Il 15 aprile è in Olanda (se ne è occupato il folklorista Peter Burger) mentre nella seconda metà del mese la troviamo, in formato audio, pure in Spagna, riferita a un paio di località della provincia di Albacete (anche in quell’occasione è stata la Guardia Civil a dover smentire). Negli stessi giorni, con il solito fraseggio, la si vede ricorrere in Germania.

Insomma, possiamo dire che tutto il mondo teme le mascherine al cloroformio. Ma perché questo mito risulta così potente? Una ragione potrebbe stare nel fatto che unisce due filoni già ben attestati. Da una parte, c’è l’idea dei criminali senza pietà che approfittano di una situazione d’emergenza per depredare persone già spaventate. Esempi di questa tipologia sono le catene WhatsApp circolate a marzo-aprile anche in Italia (“Attenzione che girano per le case con la scusa di fare i tamponi per il coronavirus… non aprite perché sono truffatori o ladri… non passa nessuno da casa… avvisa chi conosci”) o le foto virali diffuse a Napoli sui “rapinatori armati” che prenderebbero di mira le abitazioni partenopee (in realtà, immagini di cronaca relative a due malviventi arrestati in Germania nel dicembre 2019). 

Dall’altra, c’è l’idea dei sistemi insoliti per compiere reati: biglietti alla burundanga per rendere incoscienti le vittime, finti profumi al cloroformio, spray e gas narcotizzanti, portachiavi con microchip di tracciamento, bimbi-esca e uova collose, CD bruciati con effetti soporiferi, senza dimenticare la lunghissima tradizione folklorica delle rapine con ipnosi

Le mascherine al cloroformio sono una sintesi perfetta. 

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