Il leggendario albero delle oche 

Il 10 dicembre 2016 sulle coste di Muriwai, non lontano da Auckland, in Nuova Zelanda, si incagliò quella che il tabloid inglese Sun definì, con la sua consueta disinvoltura, “una gigantesca creatura alieniforme”. 

Si trattava in realtà di un tronco d’albero finito alla deriva e ricoperto da migliaia di cirripedi, comuni crostacei diffusi in quasi tutti gli oceani; ma il loro aspetto, simile a quello di tanti sacchetti appesi, ne faceva sicuramente uno spettacolo insolito. 

Se tra coloro che avevano provato a indovinarne la natura (un extraterrestre! un mostro marino! una capsula del tempo!) ci fosse stato un uomo del Medioevo, quello non avrebbe avuto dubbi: si trattava senza dubbio del leggendario albero delle oche

Fino a non troppi secoli fa, infatti, si pensava che alcuni uccelli marini tipici del Nord Europa (quelli che noi chiamiamo oche facciabianca o barnache, Branta leucopsis) non nascessero da uova, ma da conchiglie spuntate su un albero che cresceva in riva al mare. Dai rami si sviluppavano a poco a poco le valve, che poi cadevano in acqua come frutti maturi, liberando l’animale (le poverelle cadute sulla terraferma, invece, erano destinate alla morte).

E quali erano le conchiglie coinvolte in questo processo di generazione spontanea?  Proprio i cirripedi del genere Lepas, noti per attaccarsi a chiglie e relitti con il loro peduncolo. Forse, fu proprio questa l’origine del mito: tronchi come quello neozelandese potrebbero aver suggerito l’idea di tante oche appese ai rami con il loro becco (ed è così che viene illustrata la storia in diversi bestiari medioevali); tanto più per il colore bianconero dei cirripedi, simile a quello delle barnache, e per le “branchie” che spuntano dai loro gusci calcarei, vagamente simili a piume. 

Probabilmente, comunque, a contribuire alla leggenda furono anche le abitudini delle oche testabianca: questi animali svernano infatti tra le Isole britanniche, i Paesi Bassi e la Danimarca, ma per riprodursi si trasferiscono nelle spopolate regioni artiche. E così diversi studiosi dell’epoca, non avendo mai visto né nidi, né uova, arrivarono alla conclusione che nascessero dall’oceano. Un ragionamento errato – a noi sembra evidente – ma non si può dire che non derivasse da un’attenta osservazione della natura e dalla formulazione di ipotesi sulla possibile spiegazione (ipotesi che, all’epoca, ammettevano l’esistenza della generazione spontanea, che fu confutata da Francesco Redi soltanto nel 1668). 

Il mito, per la verità, tornò particolarmente utile ai monaci medievali, che erano tenuti a seguire le regole dei giorni “di magro”: dopotutto, se l’oca nasceva da un albero poteva essere considerata affine a un vegetale, e come tale venir consumata anche nei periodi di astinenza dalle carni. Ma non tutti erano d’accordo. 

Tra gli oppositori della pratica c’era ad esempio l’arcidiacono gallese Giraldus Cambrensis, che nel XIII secolo argomentava, nella sua Topographia Hibernica:

In alcune parti di Irlanda, vescovi e uomini di religione non si fanno scrupolo di mangiare questi uccelli nei giorni di digiuno, in quanto non carne, perché non nati da carne. Ma facendo così sono indotti nel peccato. Perché se una persona mangiasse la gamba del nostro primo progenitore, sebbene questi non sia nato da carne, quella persona non sarebbe giudicata innocente di aver mangiato carne.

In altre parole: anche Adamo non era nato da carne umana, ma nessuno ne avrebbe mangiato una gamba così a cuor leggero… E lo stesso si poteva dire delle oche, che magari non nascevano da uova come tutti gli altri uccelli, ma comunque sempre uccelli rimanevano. Accettate le premesse (l’esistenza di Adamo era considerata un fatto storico: l’esegesi biblica moderna era ancora lontana) non si può dire che il ragionamento mancasse di logica.

Bisogna notare, comunque, che un dibattito simile ferveva anche nelle comunità ebraiche, che si chiedevano se le oche fossero carne e se andassero trattate secondo le regole della kasherut previste per questi alimenti. 

Negli anni ‘50 del XIII secolo, il letterato e domenicano francese Vincenzo Bellovacense (1190-1264), nella prima parte del suo enciclopedico Speculum naturale (libro. XVII, 40), dà credito alla leggenda. Ma asserisce pure che fu papa Innocenzo III, nel 1215, pronunciarsi ufficialmente contro questa pratica nel corso del Quarto Concilio Laterano: a prescindere dalla loro origine, le oche facciabianca non potevano essere considerate vegetali. Sarebbe finita così l’abitudine di mangiarle nei giorni di magro, ma non certo la fama dell’albero leggendario

Nonostante i dubbi via via avanzati, ancora nel XVII secolo diversi studiosi di scienze naturali ne ribadivano l’esistenza. Il botanico inglese John Gerard  (1545-1612), ad esempio, raccontava nella sua Generall Historie of Plantes (1597) di aver aperto una di queste conchiglie, e di avervi trovato dentro una creatura “nuda come un uccello”, e delle piume. Ragioni più che sufficienti per ribadire l’esistenza del mitico albero delle oche. 

Solo nel 1751 un botanico inglese, John Hill, scrisse un articolo che smentiva definitivamente l’esistenza dell’albero delle oche, fornendo prove della loro modalità di riproduzione e bollando come superstiziosi coloro che vi credevano (compresi alcuni membri della Royal Society, con cui ebbe un dibattito piuttosto animato). Pian piano, le evidenze scientifiche portate da Hill ebbero la meglio e l’idea venne abbandonata.

L’eco di questa credenza, però, è ancora presente nel nome scientifico di due specie di cirripedi, entrambe descritte da Linneo nel 1758: la Lepas anatifera e la Lepas anserifera

Tradotti in italiano, “patella portatrice di anatre” e “patella portatrice di oche”.

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