Coronavirus e vitamina D: intervista a Beatrice Mautino

In queste ore molti giornali e agenzie stampa hanno pubblicato una notizia secondo cui assumere vitamina D potrebbe proteggere contro il contagio da Covid-19. All’origine ci sarebbe uno studio dell’Università di Torino: solo che, se si va a ben guardare, non esiste nessun vero studio. Assumere alte dosi di vitamina D può essere pericoloso: per questo sarebbe opportuno che prima di pubblicare consigli per la prevenzione di una malattia si ascoltasse il parere degli esperti. Noi lo abbiamo chiesto a Beatrice Mautino, che nel suo ultimo libro parla a lungo di vitamina D e delle controversie sulla sua integrazione. Consigliamo, per chi volesse approfondire, anche il suo blog post per Le Scienze e il suo video sulla controversia della vitamina D.

Sui giornali si parla di uno studio dell’università di Torino, ma si tratta in realtà di un comunicato mandato da due medici all’Accademia di Medicina di Torino. Cosa ne pensi?

Lo studio, in effetti, non esiste. O, meglio, se esiste non è stato pubblicato da nessuna parte. Magari lo sarà, ma per il momento quello che abbiamo a disposizione sono un comunicato stampa e un documento che contiene un’analisi bibliografica, qualche ipotesi e qualche suggerimento di comportamento.

Quali sono i valori di vitamina D considerati “corretti”? C’è accordo in medicina sui livelli di questa vitamina che si dovrebbero assumere?

A oggi non c’è un consenso unanime su quanta vitamina D si possa considerare «normale». Non vi sono dubbi sul fatto che valori molto bassi, inferiori a 8-10 nanogrammi per millilitro di sangue, diano problemi ossei come il rachitismo nei bambini o una condizione analoga, e molto rara, negli adulti. Si sa anche che, per la salute ossea, la vitamina D è solo uno degli elementi da prendere in considerazione. Insomma, come sempre la faccenda è complessa.
Quando però ci si sposta verso la situazione fisiologica, la forchetta delle interpretazioni va da un minimo di 10 a un massimo di 60 nanogrammi per millilitro di sangue. Analizzando la letteratura scientifica sul tema, si considerano fisiologici valori compresi tra 20 e 50. L’Agenzia Italiana del Farmaco ha messo  l’asticella a 20 nanogrammi per millilitro in linea con le linee guida internazionali. Ma per molti anni quell’asticella è stata a 30 nanogrammi per millilitro.

Nel tuo ultimo libro parli molto di vitamina D e di controversie scientifiche. Ci puoi fare un riassunto?

Come dicevo, la controversia principale è quella sul valore di soglia per considerare “fisiologica”, cioè normale, una concentrazione di vitamina D nel sangue. Questo dato è fondamentale perché a seconda che si stia da una parte o dall’altra dell’asticella si viene considerati sani o malati con conseguente aumento o diminuzione del mercato di farmaci e integratori. Il caso della vitamina D è uno di quei casi da manuale di “disease mongering“, cioè l’invenzione di una malattia. A un certo punto, una decina di anni fa, il valore soglia è stato alzato a 30 nanogrammi per millilitro trasformando la stragrande maggioranza della popolazione in malati. Come potete immaginare, il mercato dei farmaci è schizzato alle stelle e la situazione si sta normalizzando solo in quest’utlimo periodo grazie al lavoro di AIFA in Italia e degli enti analoghi in giro per il mondo che hanno riportato l’asticella là dove doveva stare, a 20 nanogrammi per millilitro.

Hai qualche suggerimento per i giornali che si trovano ad avere a che fare con un comunicato stampa di questo tipo? Cosa si può fare per fare corretta informazione in una situazione di emergenza come quella attuale?

I suggerimenti sono gli stessi che il CICAP dà sempre, anche se viene da pensare che siano inutili visti i risultati. Dalla verifica delle fonti, all’esercizio del dubbio anche di fronte a un comunicato stampa che arriva da un ente prestigioso all’importanza di mettere i singoli studi e le singole notizie nel contesto generale. L’analisi effettuata dai ricercatori torinesi può anche essere interessante e quello della vitamina D è sicuramente un aspetto da prendere in considerazione nello studio delle terapie. Ma prima di darlo in pasto alla stampa e al pubblico bisognerebbe avere in mano qualcosa di più solido di una correlazione debole e qualche deduzione.

In momenti difficili come quello che stiamo vivendo c’è bisogno di senso di responsabilità sia da parte degli scienziati che, per quanto innamorati della propria idea, dovrebbero imparare a far uscire i risultati solo dopo averli prodotti e verificati, sia da parte dei media che rischiano di aumentare il rumore di fondo e la confusione di una situazione che è già molto confusa di suo.

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