Il “mistero” della ziqqurat sarda

In Sardegna, a due passi da Sassari, lungo la strada che conduce a Porto Torres, sorge un sito archeologico particolare: la ziqqurat di Monte d’Accoddi.  Su internet sono molti i siti che ne parlano in maniera più o meno accurata o fantasiosa. 

Qualcuno lo chiama il Tempio della Luna, altri lo ritengono addirittura le rovine della mitica Atlantide (che secondo alcuni sarebbe proprio rappresentata dalla Sardegna). I più accorti invece la accomunano alle ziqqurat mesopotamiche.

Ma cosa ci dice in realtà l’archeologia su questo monumento che affascina così tante persone?

Cominciamo dicendo che il sito ha subito diverse campagne di scavi. Fu indagato per la prima volta negli anni ‘50 del secolo scorso da Ercole Contu (1) Si deve proprio a questo studioso il paragone con le ziqqurat vicino-orientali. Questi primi scavi misero in luce anche alcune capanne di forma rettangolare e altre strutture collegate con l’ambiente sacro: un menhir trovato adagiato sul terreno e una lastra di calcare appoggiata su pilastri di pietre, quella oggi nota come altare. 

La situazione rimase invariata fino al 1979, quando Contu e Santo Tinè decisero di riprendere gli scavi al fine di acquisire dati stratigrafici più dettagliati. La stratigrafia è, infatti, uno degli strumenti che permette agli archeologi di definire le varie fasi di un sito e di conseguenza di datarlo perlomeno all’interno di una cronologia relativa. Questo perché i vari strati di terreno si depositano in un ordine specifico che è possibile ricostruire in modo preciso, definendo in questo modo anche i vari rapporti tra uno strato e l’altro e gli oggetti o le strutture presenti al loro interno.

Gli scavi condotti da Tinè, protrattisi in diverse campagne durate fino al 1986, misero in luce diversi elementi. Prima di tutto si potè accertare che un edificio rettangolare sorgeva sulla piattaforma, alta quasi sei metri. Questa costruzione andò poi distrutta in un incendio e venne sostituita con un nuovo tumulo, alto questa volta circa 9 metri, che copriva le rovine del precedente. 

Alla fine degli scavi Tinè confermò l’opinione di Contu riguardo al monumento. Si trattava di “una specie di altare a terrazze” con un “eventuale sacello o tempio soprastante” (2)

L’archeologo nel suo saggio lo accostava (3) ai templi vicino-orientali della fase detta Jamdat Nasr (3100-2700 a.C) e affermava che avrebbe potuto “anche meglio ricordare  ciò che prelude alle prime vere e proprie ziqqurat della dinastia di Uruk (2113-2005 a.C)”.

Pur ammettendo che sarebbero necessari scavi più approfonditi, Tinè si dichiarava convinto di questa ipotesi. Il monumento venne attribuito per la sua prima fase alla cultura neolitica di Ozieri, e a quella eneolitica di Filigosa per la seconda fase costruttiva (4).

Dopo queste campagne non vennero più effettuati scavi archeologici nel nostro sito. La ricerca, però, non si ferma mai e dal 1986 altri siti sono stati scoperti e studiati con metodi più accurati. Tutto ciò potrebbe condurre a modifica ciò che sappiamo del contesto nel quale il sito era inserito. Proprio per questo, capita spesso che siti scavati diversi anni fa, vengano ripresi in esame studiati alla luce delle nostre conoscenze attuali. Ciò è quanto è accaduto anche per il sito di Monte d’Accoddi. Nuove constatazioni sono state fatte nel 2011 dall’archeologa Maria Grazia Melis.

In sostanza, l’insediamento di Monte d’Accoddi presenta diverse fasi abitative di non facile ricostruzione, anche per la natura delle indagini archeologiche, che non hanno esposto l’area ad uno scavo sistematico. 

Per Monte d’Accoddi sembra opportuno parlare di abitato e non semplicemente di un santuario, perché le strutture e gli oggetti dell’antichità non sono mai isolati dal proprio contesto. La ziqqurat di Monte d’Accoddi rappresenta il luogo di culto di un grande villaggio composto da case quadrangolari. Tali agglomerati abitativi sono tipici del periodo. Inoltre, spiega ancora Maria Grazia Melis, gli scavi hanno portato alla luce sono materiali che hanno aiutato gli studiosi nella ricostruzione di un periodo complicato come quello del passaggio dal neolitico all’età del Rame. 

A questo punto, sembra che il primo insediamento umano di Monte d’Accoddi risalga al Neolitico medio (4500 a.C.). A questa fase appartengono alcune capanne circolari ritrovate nei pressi dell’altare. Successivamente, in un periodo riferibile alla cultura di Ozieri, l’abitato si ingrandì e le case divennero a pianta quadrangolare, poggianti su uno zoccolo di pietrame e con i muri in legno. A questo periodo risale anche la definizione di una zona sacra. A quest’area appartenevano probabilmente i menhir, le pietre sferoidali e la lastra dedicata alle offerte votive.

Sopra una parte di queste strutture fu poi edificata una prima terrazza con rampa d’accesso e un edificio sulla sommità. Secondo i dati di scavo, un incendio distrusse questa area sacra intorno al 2900 a.C. Dopo questo evento l’area non fu abbandonata, anzi, sopra la precedente terrazza ne venne riedificata un’altra più ampia. Questa terza struttura venne utilizzata ancora durante l’Età del Rame e quella del Bronzo, quando l’introduzione di nuove convinzioni religiose portò all’abbandono dei precedenti luoghi di culto.

Per concludere, spendiamo qualche parola riguardo agli studi archeoastronomici effettuati sul sito di Monte d’Accoddi.

Capita spesso che gli studi archeoastronomici vengano rifiutati dagli archeologi. Questo perché raramente si tratta di lavori multidisciplinari: purtroppo accade che non tengano conto delle conoscenze relative al contesto storico, economico o sociale mutuate dall’archeologia. 

Nel caso di Monte d’Accoddi, è stato proposto che la ziqqurat fosse allineata con la Croce del sud, oppure con Orione. In realtà, bisogna tener presente che con quei nomi ci si riferisce a costellazioni fissate in epoca classica. Il nostro sito risale al passaggio tra il Neolitico e l’Età del Rame. In assenza di fonti scritte, non sappiamo se queste popolazioni riconoscessero nel cielo le stesse costellazioni. Non sappiamo neanche se, in assoluto, ne conoscessero!

Insomma, il sito archeologico sardo di Monte d’Accoddi è posto in un contesto che ha bisogno di essere rivisto e reinterpretato alla luce delle nuove conoscenze sulla preistoria della regione. In particolare, gli scavi non sistematici, realizzati molti anni fa e pubblicati in modo discontinuo, rendono difficile il lavoro di ricostruzione e di studio dei dati. 

Sotto questa luce, potrebbero anche venir riviste e mitigate le similitudini avanzate con le ziqqurat vicino-orientali.  

Immagine in evidenza: il complesso archeologico di Monte d’Accoddi. Foto di Gianni Careddu, da Wikipedia – licenza Creative Commons. 

Note bibliografiche:

(1) E. Contu, Costruzione megalitica in Località Monte d’Accoddi, in Rivista di Scienze Preistoriche, VIII, 1953, pp. 199-202.

(2) ibid.

(3) S. Tinè, Nuovi scavi nel santuario di Monte d’Accoddi (SS), in Annali del dipartimento di studi del mondo classico e del mediterraneo antico, IX, 1987, pp. 9-22.

(4) E. Contu,  Monte d’Accoddi tra esegesi, confronti e cronologie. Qualche nuova considerazione. In: Serreli, G. e Vacca, D. (eds.), Aspetti del megalitismo preistorico, Grafica del Parteolla, Dolianova, 2001.

Un pensiero riguardo “Il “mistero” della ziqqurat sarda

  • 16 Gennaio 2020 in 13:51
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    visto anni fa durante una visita in Sardegna , non facile da trovare , almeno allora negli anni ’80 ma ne vale la pena ,bellissimo !

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