Comalcalco: Maya mediterranei?

C’è un vecchio ritornello che si ripete ormai da secoli, cioè da quando gli europei sono sbarcati nel Nuovo Mondo, armati della propria supposta superiorità culturale: come sono nati i grandi imperi precolombiani? È possibile che dei selvaggi con il gonnellino, che non conoscevano neanche la ruota, abbiano costruito grandi città, reti di strade, monumenti in pietra e mura ciclopiche? Non sarà magari che sono stati aiutati da qualcuno? 

Già alla fine del ‘500 si era persa la memoria delle città precolombiane, presto sepolte dalla vegetazione della foresta e gli indios, privati della propria cultura e tradizione, vivevano come straccioni nelle città spagnole.

Sembrava impossibile agli studiosi che fossero stati loro i costruttori di quelle imponenti costruzioni. Si cominciò così a pensare che fossero stati altri, più evoluti e civilizzati, a realizzarle. Inizialmente si puntò il dito verso la mitica Atlantide, poi ci si rivolse verso popoli dei quali si stava cominciando a riscoprire le vestigia archeologiche: gli Egizi, i Greci, i Romani, i Fenici e i Babilonesi, per limitarci ai popoli di provenienza mediterranea.

Ma queste genti ci sono state davvero, laggiù? Le prove in quella direzione in pratica sono nulle e si riducono a qualche ritrovamento sporadico, dubbio o addirittura a falsi conclamati.

L’argomento però è talmente succulento che ogni tanto salta fuori una “novità” in tal senso. Ed è quello che è successo a partire da fine agosto, quando alcune testate giornalistiche hanno rilanciato una notizia singolare. Rainews, ad esempio ha titolato in rete: “Tra gli antichi maya una comunità di navigatori giunti dal Mediterraneo”.

Il pezzo discute in particolare di un sito, Comalcalco, nel quale sarebbero presenti alcune sepolture “in vaso”, cioè di un tipo sconosciuto nel resto dell’America Latina, ma ben note nel mondo mediterraneo. Queste e altre scoperte ancora in corso di studio proverebbero che i greci o altri popoli mediterranei sarebbero veramente stati nel Nuovo Mondo prima di Colombo e che avrebbero fondato almeno una colonia: Comalcalco, appunto, che si trova nell’odierno stato messicano di Tabasco, e sulla quale potete vedere anche questa introduzione – quindi, leggetevi ‘sto paper! un po’ più tecnica.

Analizziamo con ordine le presunte prove. Prima di tutto, non mi posso pronunciare sugli scavi ancora in corso e sui materiali in corso di studio. È necessario aspettare che sia disponibile qualche pubblicazione scientifica perché i dati siano accessibili al vaglio degli studiosi. Senza poter vedere foto e disegni dei materiali, della stratigrafia e delle aree di scavo, non è possibile dire nulla di serio in merito. Lasciando perciò da parte, almeno allo stato delle cose, questi cenni a “prove” non pubblicate né illustrate nei dettagli, concentriamoci invece sulle sepolture in vaso.

Come detto, Comalcalco si trova nello stato messicano di Tabasco. Le prime costruzioni del sito sono più antiche, ma l’uso di seppellire i defunti all’interno di urne funerarie sarebbe collocabile fra il 600 e il 900 d. C. (dunque a metà tra il periodo tardo classico e l’ultimo classico). 

La datazione è un primo elemento sul quale riflettere. Dobbiamo chiederci: che cosa succedeva nello stesso periodo nel Mediterraneo? Esistevano ancora quelle civiltà che utilizzavano la sepoltura in vaso? La risposta è no.

Siamo nell’Alto Medioevo, ossia in un periodo in cui le antiche pratiche pagane erano un lontano ricordo e le sepolture avvenivano per lo più in tombe lignee o in terra semplice, secondo il metodo cristiano. Possiamo rintracciare ancora, in Italia, alcune sepolture in vaso che risalgono al VII secolo d. C., ma si tratta degli ultimi casi isolati e che non rappresentano il rito prevalente.

Andiamo avanti. La sepoltura in vaso era forse sconosciuta in Mesoamerica? La risposta ancora una volta è un secco no.

Già una guida alle sepolture di Comalcalco, opera di  Miriam Judith Gallegos Gomora, e Ricardo Armijo Torres,, ci spiega con chiarezza che questa pratica funeraria è attestata anche in altri siti, come Chiapa de Corzo, Chamà, San Josè e ancora in altre località. Dunque, la pratica è ben nota agli archeologi, tanto che già Alberto Ruz Lhuillier, nel suo volume del 2005 sui costumi funerari del maya, tra i quattordici modi per seppellire un defunto da lui identificati segnalava anche quello della deposizione in vasi d’argilla.

Come sono fatte, quindi, le sepolture di Comalcalco? Si possono accostare a quelle mediterranee?

La risposta è, ancora una volta, no.

Una delle colonne della scienza archeologica è la tipologia, una tecnica che permette di accostare reperti appartenenti agli stessi ambiti culturali e agli stessi periodi storici sulla base di precisi elementi legati alla forma dell’oggetto.

Per esempio, la forma dell’orlo, dell’ansa (cioè il manico), delle decorazioni e del vaso stesso possono dare precise indicazioni su quando quell’oggetto è stato prodotto e in quale contesto culturale. Qualcosa di simile si può fare per alcune pratiche rituali, come, appunto, per le sepolture.

Nel nostro caso, le tombe di Comalcalco furono realizzate con grandi vasi troncoconici, capovolti con l’apertura in basso e contenenti la sepoltura primaria dell’intero corpo del defunto. Questi vasi erano fatti in argilla locale, uguale a quella utilizzata per gli altri vasi presenti nel sito. I defunti avevano un corredo formato da oggetti inseribili nel contesto maya del periodo, e alcuni presentavano iscrizioni in lingua e caratteri maya. Per di più, analizzando gli scheletri si è potuto rilevare che questi presentavano caratteri culturali tipici della zona, come la mutilazione dei denti, limati a forma di fungo.

Dunque, tutti caratteri che inseriscono le sepolture e i defunti lì inumati nell’ambiente culturale maya del tardo e ultimo periodo classico.

E le sepolture in vaso mediterranee? Si possono paragonare a quelle di Comalcalco? Basta confrontare le due immagini qui sotto per capire l’inconsistenza di un simile collegamento. La prima, quella a sinistra, qui sotto, è presa dalla guida alle sepolture di Comalcalco che ho già menzionato sopra.

 

Entrando nel dettaglio, nel mondo classico era diffusa la sepoltura in enchitrysmòs, e cioè all’interno di anfore. I siti che presentano questo fenomeno sono numerosissimi. Vi rimando a questo studio del 2013 di Alessandro Costantini, nel quale è riprodotta, da un suo lavoro precedente, la seconda delle due immagini, quella che vedete qui sotto, a destra. Questa pratica non era in uso solo presso i greci, ma anche presso i romani e i fenici. È particolarmente presente in siti con spiccata vocazione commerciale, nei quali questi contenitori, utilizzati per il trasporto di liquidi come vino e olio, erano disponibili con facilità. Un volta non più utilizzabili commercialmente, venivano reimpiegati nelle sepolture. Vista la dimensione dei contenitori, essi erano usati principalmente per la deposizione di bambini o per la sepoltura secondaria di un adulto. In questo caso il defunto veniva dapprima sepolto altrove, poi, dopo qualche tempo, se ne raccoglievano le ossa ormai prive dei tessuti molli, che erano infine deposte nel vaso.

Le differenze tra questa pratica mediterranea e quella riscontrata a Comalcalco e, più in generale, nel mondo maya, sono molteplici. La forma e la dimensione dei contenitori, prevalentemente anfore nel mondo classico e invece grandi vasi troncoconici a Comalcalco; la posizione: le anfore venivano deposte su un fianco, nella terra semplice, a formare una specie di cassa, mentre le urne maya erano deposte a testa in giù, su un basamento di terra o di mattoni. Infine, l’identità del defunto: le sepolture ad enchitrysmòs mediterranee erano utilizzate per lo più per sepolture infantili o deposizioni secondarie di adulti. Data la loro forma, infatti, non potevano contenere un corpo adulto completo. Le sepolture di Comalcalco invece, proprio grazie alle loro ingenti dimensioni contenevano proprio il corpo intero di un adulto.

A questo punto qualcuno potrebbe ribattere che queste osservazioni sono persino troppo stringenti, che non c’è bisogno di fare parallelismi così precisi. In fondo il metodo è a grandi linee lo stesso e i presunti coloni greci potrebbero essersi mescolati con i nativi, “macchiando” la purezza dei loro rituali…

Certo, tutto è possibile, ma per affermarlo servono prove. Cerchiamo di esaminare un caso in cui un sito del Nuovo Mondo è stato attribuito con certezza a coloni europei (e che per ora è anche l’unico ad esser tale!)

Stiamo parlando dell’insediamento di L’Anse-aux-Meadows, sull’isola di Terranova, abitato da coloni islandesi intorno all’anno Mille (per approfondire, vi rinvio a un mio video).

In questo caso, abitazioni, oggetti, usanze, sono puntualmente confrontabili con quelli presenti in Islanda nello stesso periodo. Studiando altre colonie del mondo antico, come quelle fenicie o greche o anche romane, troveremmo la stessa cosa.

Dunque, in archeologia non basta riscontrare un elemento che somiglia nei suoi caratteri generali ad una pratica diffusa a migliaia di chilometri di distanza e che risale a un altro periodo, per poter dimostrare l’esistenza di un contatto tra le due realtà. La tipologia ci insegna che le somiglianze devono essere puntuali e stringenti (per esempio, sarebbe una bella scoperta trovare anfore greche, fatte con argille provenienti dal Mediterraneo, in Mesoamerica). Anche il contesto nel quale avviene il ritrovamento deve essere pertinente. In una colonia greca avremmo case di modello greco, templi in cui si adorano divinità greche costruiti secondo una pianta ben precisa, oggetti fabbricati in Grecia o su modello greco e per finire, scrittura e nomi greci.

Tutto questo per ora non è mai stato ritrovato nel Nuovo Mondo, e nemmeno i ritrovamenti di Comalcalco ad oggi resi noti possono farci cambiare idea.

Immagine in evidenza: il sito archeologico di Comalcalco (foto da Wikipedia, rilasciata in pubblico dominio dall’autore, Miguel Mann)

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