I meloni del profeta Elia

Sulle pendici del monte Carmelo, in Galilea, ai viaggiatori in pellegrinaggio poteva capitare di imbattersi in rocce dall’aspetto curioso, cave e tondeggianti. Se poi avessero chiesto notizie al vicino convento dei carmelitani scalzi, ne avrebbero scoperto l’origine: si trattava nientemeno che di meloni pietrificati dal profeta Elia.

Un rapporto stretto, quello tra Elia e il monte Carmelo: secondo la Bibbia (Libro dei Re, 18) sarebbe proprio qui che il profeta avrebbe combattuto i seguaci del dio Baal, il nemico per eccellenza del Dio d’Israele. Una lunga tradizione colloca in quelle zona anche la grotta presso la quale si sarebbe in seguito rifugiato.

La leggenda dei meloni pietrificati si trova invece in molti testi del diciassettesimo secolo, ed è più o meno sempre la stessa: un giorno, Elia si trovò a passare vicino a un campo coltivato, e vide che era pieno di meloni maturi. Ne chiese uno al proprietario del terreno, per placare la sete. Ma l’uomo rifiutò l’elemosina e per giustificarsi esclamò: “Ma qui non ci sono meloni, sono solo pietre!”. Fu allora che Dio (o secondo altre versioni Elia stesso) trasformò tutti i frutti del campo in sassi, come punizione per la sua malvagità.

Ma cos’erano quindi quelle pietre, dall’aspetto di meloni pietrificati? Per scoprirlo, bisogna guardare alle testimonianze di chi ebbe l’occasione di vederle. Così le descrive, ad esempio, il carmelitano pavese Giuseppe Maria Fornari, nel 1688 (Anno memorabile de’ Carmelitani, Venezia):

E oggi giorno ancora si trovano in quel luogo vicino al Monte Carmelo meloni simili impietriti, de’ quali io n’ho veduto qui in Milano uno aperto di bellissimo colore con sue ghiande, e interiora insassite, che fu portato da quelle parti da un nostro Religioso.

Ancora più accurata quella di Gabriel de Bremond, negli stessi anni:

Si conferma il miracolo dal veder ancor oggi in quel campo pietre in forma di meloni assai curiosi, e da osservarsi, ritrovandosi in alcuni rotti cose di meraviglia, come di cristallo congelato.

In un saggio pubblicato nel 2016 sulla “Rivista di Storia e letteratura religiosa”, Davide Ferraris (nota 8, p. 51) riconduce la leggenda a scritti del quattordicesimo secolo, come quelli del carmelitano francese Jean de Cheminot (?-1350), specialmente lo Speculum fratrum ordinis beatae Mariae de Monte Carmelo, completato intorno al 1337.

La nostra storia, peraltro, non appartiene soltanto alla tradizione cristiana, ma pure a quella ebraica. I meloni del Carmelo avevano colpito l’immaginazione degli ebrei fin ben prima del sorgere del Cristianesimo, e furono usati come proiettili durante la rivolta giudaica anti-romana del 66-70 d. C. 

Quindi, i cosiddetti “melloni del monte Carmelo“, come vennero chiamati fino al XIX secolo, non erano altro che pietre cave, con all’interno uno strato di cristalli. Avete indovinato? Ebbene sì, erano geodi.

Non sono le uniche rocce che vennero scambiate per frutti pietrificati nel corso dei secoli: un caso analogo è quello delle “Melopeponiti“, descritte da Ulisse Aldovrandi e in alcuni trattati di “storia naturale”. Concrezioni le cui illustrazioni, all’occhio moderno, ricordano da vicino le septarie, dal curioso aspetto segmentato, ma che agli studiosi dell’epoca dovettero apparire come limoni o meloni pietrificati.

Il caso delle pietre del monte Carmelo, però, è più curioso, perché l’origine “prodigiosa” ha portato alcuni geodi ad essere venerati come reliquie: accade ancor oggi nel monastero dei carmelitani scalzi di Sanlúcar la Mayor, a Sevilla. Qui, protetto da una teca e da un guscio in marmo, si conserva una pietra che secondo il ricercatore del CSIS (l’analogo spagnolo del CNR) Juan Manuel García Ruiz ha tutto l’aspetto di un geode di calcedonio. Ma il cartiglio sul reliquiario racconta una storia diversa:

“Melone convertito miracolosamente in pietra da Sant’Elia”.

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