Regressione e falsi ricordi: l’ingannevole volto dell’ipnosi

Articolo di Annalisa Pellegrini

Falougha, Libano – anni ’50: Suleyman Andary racconta della sua casa e dei suoi figli a Gharife e discute circa la sua occupazione come proprietario di un torchio per produrre l’olio. Suleyman ha 9 anni.

Colombo, Sri Lanka – anni ’60: la piccola Shamlinie Prema ha il terrore dell’acqua e piange insistentemente ogni volta che vede un autobus passare davanti ai suoi occhi.  Shamlinie ricorda che, quando ancora viveva con la sua “mamma di Galtudawa”, mentre una mattina si recava a scuola, un autobus passando le schizzò dell’acqua, facendola cadere violentemente in una risaia e che dopo ciò si addormentò profondamente.

Questi sono soltanto due dei molti casi registrati da Ian Stevenson nel corso della sua carriera di psichiatra, dedicata allo studio del fenomeno della reincarnazione. Può essere questa una realistica spiegazione di memorie e paure di ignota provenienza? La verità è che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, nel tentativo di motivare preoccupazioni e timori apparentemente privi di origine, è caduto nel tranello della “vita passata”, immaginandosi in epoche lontane e in circostanze che vadano fantasiosamente a giustificare le proprie domande interiori. In ogni caso, se per la maggior parte questo pensiero rimane soltanto una curiosa riflessione che presto lascia spazio ad altro c’è chi, determinato ad andare a fondo sulla questione, si affida ad una tecnica che generalmente, specie nei canali divulgativi di stampo New Age, viene presentata come una più o meno definitiva soluzione al dubbio: l’ipnosi e, in particolare, l’ipnosi detta “regressiva”.

L’ipnosi è ad oggi una pratica accettata e praticata dai professionisti di tutti il mondo, ma che ha innegabilmente avuto un’origine abbastanza travagliata alle spalle: i primi studi che la vedono protagonista risalgono al diciottesimo secolo, quando Armand de Puységur, discepolo del celebre A. Mesmer, nel 1784 si rese conto che era possibile indurre in un individuo uno stato simile al sonno, pur conservando intatta la sua facoltà di intendere ed eseguire ordini. Tuttavia, prima di potersi affermare come tecnica ufficialmente riconosciuta, l’ipnosi dovette affrontare non poche difficoltà. C’è da dire che perfino lo stesso Puységur dava a questo fenomeno un’interpretazione tutta particolare, figlia della sua ammirazione verso il maestro e delle conoscenze del periodo: egli riteneva, infatti, che l’alterazione di coscienza altro non fosse che un evento legato al “magnetismo mesmeriano”, per cui il fluido magnetico individuato da Mesmer poteva essere non solo trasmesso, ma anche impiegato come induttore di uno stato di sonno. Non c’è da stupirsi se le reazioni a questo tipo di spiegazione furono di grande scetticismo, accompagnate ad accuse di ciarlataneria e semplice suggestione.

Sarà solo nel 1843 che per la prima volta si parlerà ufficialmente di ipnosi nel saggio di J. Braid Neuroypnology: in questa sede si abbandona del tutto il richiamo all’elemento del misterioso fluido magnetico di Mesmer e si introduce l’idea per cui il sonno apparente è indotto attraverso un meccanismo di natura psicologica, che si compie esclusivamente nella mente del paziente senza l’intervento di non ben definiti elementi esterni. Finalmente la pratica, tanto discussa e criticata, acquisisce maggiore credibilità, tanto da essere avallata da una vera e propria autorità scientifica, il neurologo francese Jean Martin Charcot, uno dei futuri maestri di Freud, che prende in seria considerazione la stessa nell’ambito degli studi sull’isteria.

Insomma, un percorso lungo e tortuoso quello dell’ipnosi verso la sua affermazione come strumento valido. La moderna definizione la descrive come una “modificazione dello stato di coscienza indotta in un soggetto consenziente da un rapporto diretto con un soggetto agente, mediante l’uso di tecniche di suggestione“. Si tratterebbe, dunque, di una condizione psicofisica che consente di ottenere, scandagliando l’inconscio dell’individuo, un’ampia varietà di risposte comportamentali grazie alla stimolazione verbale; l’individuo in questo modo risulta comunicare solo con l’ipnotista e seguirne in modo acritico e automatico le suggestioni, ignorando gli stimoli dell’ambiente.

Questo procedimento può essere inoltre utilizzato per “richiamare alla memoria eventi passati immagazzinati a livello subcosciente sotto forma di ricordo implicito. L’apprendimento implicito è tutto ciò che viene appreso e ricordato in modo non del tutto consapevole o esprimibile a parole, ma che può influenzare il comportamento in modo evidente ed esplicito”.

Il contributo di Milton Erickson

Nello stato di trance puoi lasciare che la tua mente inconscia passi in rassegna il vasto deposito di cose che hai appreso nel corso della tua vita. Ci sono molte cose che hai imparato senza saperlo. E molte delle conoscenze che ritenevi importanti a livello conscio sono scivolate nella tua mente inconscia

Così affermava M. Erickson, psichiatra e psicoterapeuta statunitense annoverato tra i pilastri dell’ipnosi moderna. Probabilmente fu proprio la sua sfortunata salute, accompagnata alla sua acuta intelligenza, a spronarlo nell’attività di analisi dei processi psichici. Non si può certo dire che Erickson non avesse avuto modo, fin dalla più tenera età, di approcciarsi a forme di isolamento mentale più o meno forzate: le sue percezioni del mondo esterno erano, infatti, viziate da vari problemi, quali il daltonismo, la sordità tonale e la dislessia, fattori che stimolarono la sua curiosità e il suo desiderio di ricerca. Tuttavia, fu quasi sicuramente l’ennesima sventura cui fu sottoposta la sua salute all’età di 17 anni a fargli vivere l’intensa esperienza che avrebbe segnato il suo percorso: costretto all’immobilità temporanea dalla poliomelite, mentre si trovava seduto su una sedia a dondolo posta circa al centro della stanza, si trovò a guardare attentamente la finestra che aveva di fronte, desiderando di avvicinarsi per osservare fuori; improvvisamente ebbe la percezione che la sua sedia avesse iniziato a dondolare leggermente. Al giovane Erickson sorse allora il dubbio che non si trattasse solamente di una sensazione, ma che effettivamente il suo essere assorto dalla visione della finestra presso la quale avrebbe voluto trovarsi avesse veramente stimolato le sue membra a svolgere un piccolo movimento corporeo in grado di far muovere la sedia. Questa insolita circostanza, che lo portò ad intuire il “principio ideomotorio dell’ipnosi”, fu il punto di partenza per la sua ricerca.

Su queste basi si pone l’originalità del lavoro di Erickson il quale, specie dopo la laurea all’Università del Wisconsin, si dedicò all’osservazione del rapporto tra i meccanismi mentali di stato di veglia e stato di trance e dimostrò che, in realtà, le condizioni di alterazione dello stato di coscienza rappresentano un elemento ordinario della vita quotidiana. Si proponeva, dunque, un nuovo approccio al fenomeno dell’ipnosi, non più presentato come una pratica misteriosa e meccanica, al contrario come una tecnica sì complessa, ma assolutamente non mistica e soprattutto non pericolosa; fu all’epoca della sua attività medica presso il Worcester State Hospital del Massachussetts (1931 – 1934) che pubblicò il suo primo scritto sull’ipnosi intitolato Possibili effetti nocivi dell’ipnosi sperimentale in cui, sulla base delle sue esperienze in ambito ospedaliero dimostrò, mediante la pratica su vari pazienti, che l’ipnosi era un procedimento che non comportava pericoli e che anzi aveva effetti benefici sulle condizioni di malattia.

Lo stesso Erickson rifuggì per tutta la sua vita la visione parapsicologica dell’ipnosi, rifiutando in modo assoluto distorsioni della pratica volte a connetterla ad una presunta “energia psichica”; all’opposto, affermò sempre che lo stato ipnotico rappresenta un fenomeno naturale che si verifica mediante processi fisiologici ordinari, quali la dimenticanza e la dissociazione, insistendo sull’importanza dell’aspetto individuale dell’intervento ipnoterapico, che non solo deve seguire principi generali ma che, per avere successo, deve adeguarsi alle potenzialità del paziente.

Proprio questo innovativo modo di interfacciarsi con la tecnica di ipnosi contribuì alla sua diffusione, in particolare in ambito clinico.

Per quanto riguarda l’applicazione dell’ipnosi regressiva da parte di Erickson, nei lunghi anni della sua attività vari sono i casi dallo stesso affrontati, casi che tuttavia hanno presentato tentativi di regressione limitati al ciclo vitale ordinario. Il rigore scientifico di Erickson, del resto, ha sempre fatto sì che egli rifiutasse categoricamente l’applicazione della pratica di regressione per indagare presunte vite precedenti, limitandosi perciò ad un impiego più realistico della stessa, mediante l’induzione di “una serie di suggestioni di stanchezza e sopore” al fine di “portare il paziente ad una condizione di sonno profondo e riposante“.

Ian Stevenson e lo studio sui bambini

Nello stesso periodo in cui Erickson portava avanti la propria indagine sul fenomeno dell’ipnosi, rimanendo saldamente ancorato all’approccio scientifico, Ian Stevenson, psichiatra statunitense di canadesi natali, procedeva su un percorso ben diverso. Terreno fertile per le sue teorie fu proprio l’attività di medico e docente di psichiatria presso l’Università della Virginia, a Charlottsville, mediante la quale ebbe modo di affrontare casi riguardanti perlopiù bambini, nei confronti dei quali l’interesse era rivolto alla ricerca di possibili spiegazioni di paure e fobie apparentemente immotivate.

Inizialmente, tuttavia, lo scopo dell’utilizzo dell’ipnosi regressiva su questi giovani pazienti non prevedeva la riemersione di ricordi da precedenti esistenze: Stevenson, infatti, era cristiano protestante perciò, quantomeno nei primi anni del suo lavoro, la reincarnazione non fu presa in considerazione. Solo in un secondo momento questa fu considerata una possibile giustificazione, in particolare quando, a detta sua, le caratteristiche che i piccoli pazienti sembravano presentare (fobie, attitudini, talenti apparentemente innati) condividevano moltissimi tratti di vicinanza con le testimonianze degli stessi, per cui il ricordo di vite precedenti pareva essere decisamente vivido. Ulteriori prove a favore della tesi erano considerati gli episodi di “xenoglossia” manifestati dai pazienti esaminati, i quali sembravano essere capaci di parlare lingue da loro non conosciute e mai imparate.

Lo studioso, scomparso nel 2007, scelse dunque di dedicarsi alla scoperta di nuove evidenze della reincarnazione in particolare attraverso i giovani soggetti da lui favoriti, dal momento che riteneva che la mente degli adulti, oramai inquinata da svariate conoscenze ed esperienze, tendesse a drammatizzare i differenti elementi di informazione presenti nella mente, unendoli in una “personalità antecedente” creata ad hoc. A questo problema si sarebbe ovviato, secondo il parere di Stevenson, interrogando soltanto bambini dei quali minore era l’età, maggiori sarebbero state le chances di recuperare memorie chiare e dettagliate. Fu proprio questo presupposto a far sì che Stevenson si gettasse in modo ancora più approfondito nell’analisi di casi che frequentemente gli venivano segnalati, viaggiando e interrogando famiglie e bimbi, raccogliendo così memorie da ambienti culturali diversi: aspetto importante della sua ricerca, specie negli ultimi anni di attività, fu proprio che alcuni racconti provenissero da Paesi in cui la credenza nel fenomeno della “reincarnazione” era ed è pressoché nulla; i racconti ottenuti furono successivamente raccolti nell’opera European cases of the reincarnation type (2003), redatta con lo scopo di fugare ogni critica circa l’origine delle testimonianze che, in effetti, prima di questa pubblicazione, emergevano principalmente da culture in cui la credenza sulla reincarnazione è più solida (India, Sri Lanka, Libano, Turchia, Thailandia, solo per fare alcuni esempi).

Tuttavia, lo stesso Stevenson precisa che

Non sempre le affermazioni fatte dai soggetti dei casi si sono dimostrate corrette; spesso capita, infatti, che alcune non trovino alcuna verifica, che nessuna affermazione sia verificabile o che il bambino non faccia alcuna affermazione verbale

Frasi queste che, ad un attento lettore, possono senza dubbio apparire come una presa di coscienza della debolezza di alcuni elementi dello studio condotto.

Altra ipotesi che rappresenta un punto fermo nel lavoro di Stevenson è quella per cui i bambini “reincarnati” avrebbero in comune un elemento che nei loro racconti si presentava, a detta del medico, come una costante: tutti affermavano di aver concluso la loro vita precedente in modo precoce e violento (ad esempio attraverso una malattia, un incidente o un assassinio), trauma che avrebbe prodotto sulla psiche della personalità antecedente un effetto tale da indurla a reincarnarsi al più presto per portare avanti l’esperienza esistenziale interrotta così bruscamente.

Le falle nelle tesi di Stevenson

Nicholas Spanos, professore di psicologia alla Carleton University di Ottawa, adotta un atteggiamento profondamente scettico relativamente al ricorso alla tecnica di regressione ipnotica per alleviare problemi della vita presente, problemi che si presumono derivare da difficoltà sorte in precedenti esistenze. Sostiene, infatti, che eventuali racconti di vite passate elaborati dagli interrogati non possono essere altro che

creazioni fantastiche indotte dalla fervida immaginazione dei soggetti.

Questi, del resto, altro non farebbero che cedere alle suggestioni dell’ipnotista non ritornando letteralmente a ricordi realmente esistenti, ma ricostruendo situazioni in base alle proprie conoscenze, esperienze, fantasie e interessi. In altre parole, se fossimo sottoposti ad una seduta di ipnosi regressiva in cui ci viene richiesto, ad esempio, di ritornare a quando eravamo bambini di 5 anni, non agiremmo in quanto convinti di avere nuovamente 5 anni, ma come penseremmo che un bambino di 5 anni si dovrebbe comportare, sulla base delle nostre conoscenze in merito.

Tuttavia, anche lo stesso Stevenson, come abbiamo detto, non amava ricevere testimonianze di soggetti di età adulta, perché poco genuine e spesso viziate dalla volontà di soddisfare le suggestioni dello psichiatra intento ad indurre lo stato di alterazione, motivo per cui i bambini sono stati i protagonisti delle sue ricerche. In ogni caso anche i risultati ottenuti dall’osservazione dei giovani pazienti non sono esenti da qualche debolezza.

In prima analisi, molti sono i dubbi relativi all’approccio con i bambini come principali soggetti di studio. Infatti, se certamente meno dotati di informazioni ed esperienze in grado di viziare eventuali ricordi rispetto a quelle possedute da un adulto, anche la giovane età rappresenta un grave limite: un bambino di pochi anni, con una risicata capacità di esprimersi, riporterà delle frasi spesso imprecise, composte da pochi vocaboli, dunque, fortemente a rischio di manipolazione; altresì, un bambino di età maggiore, seppur dotato di un lessico più vario mediante il quale esprimersi, rappresenta un soggetto facilmente influenzabile sia da parte di genitori e familiari, spesso pronti a fornire stimoli, anche involontari, volti a fare in modo che la testimonianza del piccolo sia creduta, sia da parte dello psichiatra stesso che pratica l’ipnosi.

A questo aspetto si ricollega l’altro fondamentale elemento dei casi studiati da Stevenson: la xenoglossia. Analizzando con più attenzione i casi in cui questa capacità sembrava essere presente, è emerso che, in generale, la vantata abilità si traduceva nella pronuncia di pochi vocaboli in lingua straniera, ma quasi mai in discorsi di senso compiuto.

Stevenson fu, inoltre, accusato di utilizzare frasi eccessivamente allusive durante le sedute, frasi che spesso si rivelavano impliciti suggerimenti relativi a cosa il paziente ipnotizzato avrebbe dovuto dire, come sostenuto dal filosofo statunitense Paul Edwards, il quale sottolineava che, con enorme probabilità, le affermazioni dei vari soggetti erano influenzate da “bias di conferma”, meccanismo psicologico per cui tendiamo a confermare le nostre posizioni sulla base dei dati che compongono il bagaglio di conoscenze che possediamo, scartando tutto ciò che sarebbe in grado di mettere in dubbio le nostre certezze.

In conclusione, la comunità scientifica non ha mai accolto gli studi di Stevenson in modo positivo, ritenendo le fondamenta dei suoi studi eccessivamente fragili. Ad ogni modo, se questo non ha dato la possibilità allo psichiatra di entrare a far parte dell’universo scientifico con il suo lavoro, certamente lo ha consegnato ai posti più elevati nel mondo della parapsicologia, garantendo ai suoi studi visibilità e apprezzamento dai molti che non si arrendono al fatto che questa vita, forse, è la nostra unica occasione.

Ipnosi e falsi ricordi. Il ruolo della suggestione nelle parole dei testimoni di presunti abusi rituali

Il fatto che la mente umana possa essere “modellata” in modo tale da convincerci di aver vissuto situazioni che in realtà non si sono mai affrontate non rappresenta certamente un mistero e tanto meno ricalca una tendenza appartenente solamente al mondo della parapsicologia: sono molteplici, infatti, i casi di individui che a seguito di pratiche psicoterapiche (e, in particolare, di ipnosi) hanno raggiunto la radicata convinzione di aver avuto esperienze che successivamente sono risultate non essere mai avvenute, ovvero dei “falsi ricordi”. La “Sindrome della Falsa Memoria” indica, dunque, la circostanza per cui immagini e fatti mai verificatisi nel corso della nostra esistenza, a seguito di un’attività di manipolazione mediante tecniche di ipnosi e/o psicoanalisi, tendono ad essere riconosciuti dalla mente come memorie certe, parte del nostro bagaglio di esperienze.

Uno dei volti della Sindrome della Falsa Memoria è l’“effetto disinformazione”:

“Quando le persone che sono testimoni di un evento sono esposte a informazioni nuove e ingannevoli, i loro ricordi risultano spesso distorti” afferma Elizabeth Loftus, docente all’Università della California di Irvine e tra i più autorevoli esperti nel campo degli studi sulla memoria. “In un caso – continua Loftus, con riferimento ad uno dei suoi esperimenti relativi all’influenza della suggestione – i partecipanti osservavano la simulazione di un incidente automobilistico a un incrocio con segnale di stop. Dopo l’osservazione, a metà dei partecipanti veniva suggerito che il segnale di stop fosse un segnale di precedenza. Alla successiva richiesta di indicare di quale segnale stradale si trattasse, quelli a cui era stato dato il suggerimento tendevano ad affermare di avere visto un segnale di precedenza.”

Il fenomeno delle false memorie assume, tuttavia, tratti più oscuri nel momento in cui oggetto delle stesse sono presunti abusi sessuali vissuti nel corso dell’infanzia, situazioni in cui definire la veridicità delle testimonianze diventa una fondamentale esigenza.

A tal proposito dobbiamo citare in primis la vicenda di Nadean Cool, infermiera del Wisconsin che nel 1986 si sottopose ad una terapia psichiatrica con l’obiettivo di superare un trauma; nel corso dello svolgimento della stessa, Nadean si convinse di aver partecipato a macabri rituali satanici, di aver assistito a sacrifici umani e di essere stata più volte violentata, il tutto perché lo psichiatra da cui era seguita le aveva rivelato che, con alta probabilità, da bambina era stata vittima di abusi sessuali e fisici. Dopo aver realizzato che quanto apparentemente ricordato come veritiero altro non era che il frutto di suggestioni, citò in giudizio lo psichiatra per pratiche illecite, ottenendo un sostanzioso risarcimento.

Un caso simile a quello di Nadean Cool, ma con conseguenze decisamente più deleterie, vide come protagonista un’altra donna, l’infermiera inglese Carol Felstead. Negli anni ’80, all’età di 21 anni Carol, dopo essersi rivolta al proprio medico per risolvere un problema di emicrania, su suo suggerimento intraprese un percorso di psicoterapia e ipnosi regressiva al fine di recuperare ricordi di abusi sessuali apparentemente repressi subiti da bambina, i quali si ritenevano essere l’origine dei suoi disturbi. In poco tempo la donna giunse a credere che i suoi genitori non solo fossero stati a capo di un culto satanico, ma che fossero anche gli artefici dell’omicidio di un altro dei loro figli in tenera età e dell’incendio della casa di famiglia. Quanto descritto si dimostrò essere una memoria fallace: la sorella maggiore di Carol morì per un problema cardiaco congenito in ospedale nel 1962 e l’incendio della casa familiare fu un tragico incidente avvenuto nel 1963 riportato anche sul giornale locale, entrambi fatti che Carol non avrebbe potuto ricordare dal momento che era nata nel 1964. In seguito, la stessa dichiarò inoltre di aver dato alla luce sei bambini concepiti e sacrificati all’interno di rituali satanici, fatto anche questo smentito dalle evidenze mediche che provarono che Carol non aveva mai avuto gravidanze. Le strane ed irreali convinzioni della donna, maturate a seguito della terapia di ipnosi, la portarono ad interrompere i rapporti con i propri familiari e a cambiare il proprio nome in Carole Myers, per poi morire in circostanze ancora poco chiare nel 2005 a soli 41 anni.

Il triste epilogo della caso Felstead rappresenta soltanto uno dei validi argomenti a sostegno dei rischi della pratica dell’ipnosi regressiva e della scarsa veridicità delle testimonianze che da essa derivano. Chiara è in proposito la posizione di Christopher French, docente di psicologia al Goldsmiths College di Londra:

[La pedofilia] è un crimine aberrante che può avere conseguenze devastanti per le vittime. Però, mentre non dobbiamo perdere di vista questo, è anche importante ricordare che nessuno trae benefici dalle accuse false. Le vittime di pedofilia hanno difficoltà a dimenticare – non a ricordare – ciò che è accaduto. Le false memorie hanno inoltre serie conseguenze e possono portare alla distruzione di famiglie e ad errori giudiziari. Il solo metodo definitivo per distinguere le false memorie da quelle vere è facendo riferimento a prove esterne indipendenti.

Quanto affermato circa la regressione ipnotica nell’ambito delle vicende di supposti abusi rituali e il relativo pericolo di produrre falsi ricordi difficilmente distinguibili da quelli reali può essere certamente applicato anche ai casi di riemersione di apparenti memorie di abduction tipiche degli incontri con UFO e, ovviamente, di vite precedenti.

Ogni volta che si incoraggia una persona a creare una immagine mentale, questa diventa più familiare. Si può allora essere portati a vivere un ricordo fittizio con la stessa autenticità di un’esperienza vera – sostiene Elizabeth Loftus – gli psicoterapeuti devono essere consapevoli di quanto possano influenzare il ricordo di eventi e della necessità di andare cauti in situazioni in cui l’immaginazione venga usata per far riaffiorare possibili ricordi perduti”

Parole che è d’obbligo condividere, in quanto portatrici del sempre attuale invito a lasciare da parte pratiche fantasiose che poco hanno a che fare con la concretezza tipica del metodo scientifico.

Bibliografia

  • Garzanti, L. 1979, Enciclopedia Europea (6), Milano: Garzanti.
  • Garzanti, 1991, Il grande dizionario Garzanti, Milano: Garzanti.
  • De Cosmo, G. 2008, “Ipnosi”, Enciclopedia della Scienza e della Tecnica, Roma: Treccani.
  • Stevenson, I. 1991, Bambini che ricordano altre vite, Roma: Edizioni Mediterranee.
  • Stevenson, I. 2005, Reincarnazione 20 casi a sostegno, Milano: Gruppo editoriale Armenia.
  • Erickson, M. 1985, Guarire con l’ipnosi vol.1, Roma: Astrolabio.
  • Spanos, N. 2000. “Ritornare a vite precedenti?”. Scienza & Paranormale, anno VIII, n. 33: pp. 16-22
  • Erba, M. 2014. “Che cos’è davvero l’ipnosi”. Focus, focus.it
  • Ciampoli, S. 2015. “A che punto è la notte – Reincarnazione”. Query, queryonline.it
  • French, C. 2015. “The legacy of implanted Satanic abuse memories is still causing damage today”. The Conversation, theconversation.com
  • Polidoro, M. 2015. “La sindrome dei falsi ricordi”. Query, www.queryonline.it

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