La pitonessa, il pirata e l’acuto osservatore

La pitonessa, il pirata e l’acuto osservatore

di Francesco Paolo de Ceglia e Lorenzo Leporiere

Editrice Bibliografica, 2018

pp. 280

€ 19,50

Il 13 maggio 1918 si spegneva in solitudine e miseria una delle più famose medium di tutti i tempi e probabilmente la spiritista italiana più conosciuta nello scenario internazionale, anche per l’interesse manifestato nei suoi confronti da parte di noti scienziati. Si trattava di Eusapia Palladino, alla cui vicenda, cento anni dopo, gli storici della scienza Francesco Paolo de Ceglia e Lorenzo Leporiere hanno dedicato questo libro. Una figura particolare, quella di Eusapia, che l’esposizione di de Ceglia e Leporiere restituisce in tutta la sua complessità. Dal punto di vista dei “signori” che ospitavano le sue sedute o vi assistevano, era facile fermarsi all’immagine dell’umile popolana che lavorava come domestica e non conosceva neppure l’ortografia del proprio nome, che infatti veniva molto spesso riportato come Sapia (non si sa bene se con l’accento del noto personaggio dantesco oppure no). Ma le circostanze storiche, che la mostrano destreggiarsi con abilità in situazioni anche difficili e persuadere delle sue facoltà medianiche anche scienziati famosi, sono la prova di un intelletto vivace che è uno dei motivi alla base del suo successo. Un’altra importante ragione si trova nella temperie culturale caratteristica del Positivismo della seconda metà dell’Ottocento e del Novecento, indagata dagli autori in modo accurato e convincente. Il libro non si limita, infatti, a raccontare di Eusapia, ma è in primo luogo un saggio di storia della scienza e una riflessione epistemologica sul tema – difficile e molto dibattuto, anche tra le pagine di Query – della demarcazione tra scienza e pseudoscienza. Tra gli ammiratori di Eusapia (scettici in un primo momento, poi sempre più convinti) si annoverano le personalità più in vista della scienza ottocentesca, per esempio il premio Nobel Pierre Curie o quel Cesare Lombroso che affermava: «i fatti esistono e io dei fatti mi vanto di essere schiavo». Una posizione la cui ingenuità oggi appare chiara, visto che è pressoché impossibile individuare e leggere un “fatto” senza un sistema di riferimento interpretativo, che può determinare travisamenti ed errori.

Nel seguire la parabola di Eusapia Palladino, gli autori si soffermano a chiarire tutto il contesto, con ampio riferimento alla storia dello spiritismo, perché sia ben delineato il quadro in cui la storia della medium si va a inserire. E sebbene venga dichiarato di quali capitoli si sia occupato ciascun autore, non si notano cesure nello stile, che appare ben amalgamato dall’inizio alla fine. La prosa è vivace e molto “visiva” e tratteggia efficacemente le diverse scene. Fa da collante un’ironia garbata, evidente anche nei titoli delle sezioni, spesso costruiti attorno a citazioni e strizzatine d’occhio al lettore.

Chi è vicino agli interessi del CICAP avrà modo di fare importanti riflessioni. Tra queste il fatto che nessun’epoca sia al riparo da derive irrazionalistiche, che sono connaturate all’uomo, che spesso – ricorda Massimo Polidoro nella prefazione – «preferisce bugie confortanti a verità scomode». Ma anche il fatto che la storia della scienza e l’epistemologia sono importanti esercizi del pensiero, senza i quali le fallacie logiche sono sempre in agguato. Anche quando presumiamo che i nostri ragionamenti siano perfettamente razionali.

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