Apipuntura: una pratica da shock?

Articolo di Giulia Bona

A inizio marzo 2018, in Spagna, una donna di 55 anni è morta per shock anafilattico a seguito di almeno 24 punture d’ape. Escursionista sfortunata o apicoltrice poco esperta? Purtroppo, nessuna delle due.

La donna si stava sottoponendo a una seduta di “apipuntura”, una pratica che è esattamente ciò che il nome suggerisce: agopuntura, ma con api vive al posto degli aghi. Gli insetti impollinatori vengono premuti sul corpo del paziente fino a quando il pungiglione non viene espulso assieme alla sacca velenifera. Rientra in una branca della medicina alternativa chiamata “apiterapia”, interamente basata sui prodotti delle api come il miele, la pappa reale e il veleno, che vengono usati a scopi terapeutici o cosmetici. Pratica diffusa in Cina e in Corea e il cui utilizzo viene fatto risalire dai sostenitori a Ippocrate e Galeno, l’apipuntura è sempre più conosciuta anche in Europa e Stati Uniti, in parte grazie alla pubblicità offerta da celebrità come l’attrice Gwyneth Paltrow.

Come scrive Steven Novella, neurologo clinico presso la Yale University School of Medicine e noto divulgatore scientifico, per capire in che modo una pratica come l’apipuntura sia potuta diventata popolare si deve guardare alla malattia a cui per prima si è rivolta come cura: la Sclerosi Multipla.

La Sclerosi Multipla (SM) è una malattia del sistema nervoso centrale in cui il sistema immunitario del paziente attacca il cervello e il midollo spinale, portando alla demielinizzazione delle fibre neurali. La mielina è una guaina protettiva che ricopre gli assoni dei neuroni e che permette il passaggio del segnale elettrico lungo la fibra nervosa. Le lesioni alla mielina causate dalla SM, chiamate anche placche, provocano il rallentamento del segnale fino anche al suo completo blocco. Ma la caratteristica della SM che qui ci interessa sottolineare è la sua imprevedibilità. Nuove lesioni possono emergere in qualsiasi parte del cervello e con tempi completamente imprevedibili, e possono restare asintomatiche per moltissimo tempo. Variano in dimensioni e gravità, e la maggior parte delle nuove lesioni può rigenerarsi completamente o parzialmente in modo spontaneo. Il risultato è che nessuno, né il medico né il paziente, è in grado di prevedere l’evolversi della malattia. “È per questa ragione che i pazienti affetti da Sclerosi Multipla sono particolarmente esposti all’affermarsi di nuove cure miracolose,” scrive Novella, “ed è per questo che informazioni aneddotiche su terapie simili sono prive di alcun valore che possa portare a conclusioni scientifiche affidabili”.

Secondo i sostenitori dell’apipuntura, invece, il veleno d’api potrebbe essere usato come cura non solo per la SM, ma anche per numerose condizioni cliniche tra cui neuralgia, atralgia, protrusione disco cervicale, atrofia muscolare progressiva, artrite e reumatismi, gotta, tendiniti, malattia di Parkinson, dolore associato al cancro e dolore a seguito di ictus. Insomma, molte condizioni molto diverse tra loro: un altro campanello d’allarme-bufala?

A oggi, non c’è ancora alcuna prova conclusiva della presunta efficacia del veleno d’api, laddove la sua pericolosità è invece evidente. Nel 2015 una review di 145 studi ha evidenziato come le reazioni avverse al veleno d’api siano presenti nel 40% dei casi (58 su 145) e possano andare da semplici reazioni cutanee a gravi reazioni allergiche, con pericolose difficoltà respiratorie.  Soprattutto, sottolineano i ricercatori, non sono prevedibili né nel loro manifestarsi né nella gravità della reazione.

La morte della donna in Spagna pare essere il primo caso registrato di decesso a seguito di reazione allergica durante una seduta di apipuntura, e un gruppo di ricerca ha pubblicato uno studio (un case study) su quanto avvenuto. Come già sostenuto dalla review del 2015, la reazione allergica non era assolutamente prevedibile. La donna infatti non era alla sua prima seduta, erano 2 anni si sottoponeva ad apipuntura ogni 4 settimane per lenire dolori muscolari e alleviare lo stress. Non aveva mai avuto reazioni avverse alla terapia né soffriva di allergie d’altro tipo. Sfortunatamente, però, l’assenza di reazioni allergiche in passato non esclude la possibilità di reazioni allergiche in futuro. L’esposizione a una sostanza aumenta infatti il rischio di sensibilizzazione: basti pensare agli apicoltori che sviluppano l’allergia alle punture d’api a forza d’esser punti.

Un dettaglio riportato nel case study colpisce particolarmente: “no adrenaline was available”, non c’era possibilità di somministrare adrenalina sul luogo. L’adrenalina è l’unica cosa che può salvare una persona da uno schock anafilattico. La sua assenza, oltre a mettere seriamente in dubbio la preparazione degli operatori, fa sorgere una domanda: la donna era consapevole dei rischi che correva? Probabilmente no. Non completamente, almeno.

“I rischi che si corrono nel sottoporsi ad apiterapia superano i suoi presunti benefici”, scrivono gli autori del case study, “il che ci porta a concludere che tale pratica sia pericolosa e da sconsigliare”. Una conclusione netta. Chissà se dovremo leggere di altri casi simili, in futuro.

Ad ogni modo, la donna non è la sola vittima di questa storia. Nell’espellere il pungiglione, l’ape muore sempre. Solo durante quella tragica seduta, ne sono morte 24. Ricordate la storia del corno di rinoceronte, usato nella medicina vietnamita per curare tumori e “detossificare” il fegato? Pratiche di questo tipo possono aumentare il rischio di estizione di specie animali. Non sarebbe la prima volta.

Fonti

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