“C’è un’isola di plastica nel Pacifico”! Sarà vero?

Un po’ ovunque, sulla stampa, si è parlato molto di “un’isola di plastica nel Pacifico”, dovuta all’inquinamento umano. Le dimensioni ragguardevoli di quest’area hanno persino portato un’organizzazione ambientalista, aiutata da alcuni designer pubblicitari, a ideare una vera e propria nazione, con una bandiera, una sua moneta (il “debris“, “detrito”) e un suo passaporto (il primo a riceverne uno – onorario – è stato l’ex vicepresidente USA Al Gore, da sempre attivo nelle campagne ambientaliste). Ma il termine “isola” è davvero appropriato per questa discarica immensa?

IL CONTESTO

Le materie plastiche sono una serie di prodotti costituiti principalmente da polimeri, sostanze composte da file di molecole identiche unite fra loro. Appaiono come resine molto malleabili durante la fabbricazione, permettendo di dare loro una qualsiasi forma desiderata; il prodotto finito, tuttavia, una volta consolidato, è dotato di notevole resistenza e durabilità. Le materie plastiche prodotte a partire dal petrolio – ovvero la maggior parte delle plastiche prodotte – sono molto inquinanti, perché sono estremamente difficili da degradare: l’azione degli agenti atmosferici si limita a ridurne le dimensioni sfaldandole in particelle sempre più piccole, comunque non biodegradabili.

Le plastiche che contaminano le acque marine spaziano dai microframmenti a residui di dimensioni consistenti (Credit: Heath Alseike/Flickr.com, CC BY 2.0)

Ogni anno, circa 8 milioni di tonnellate di queste plastiche finiscono in mare, disgregandosi lentamente in microparticelle (di pochi millimetri di diametro, o più piccole) che, restando in sospensione nell’acqua, vengono ingerite dalla fauna marina e si accumulano nei tessuti. Poiché le sostanze plastiche contengono additivi che possono essere molto tossici (come gli ftalati e i metalli pesanti contenuti nelle vernici), la fauna marina accumula questo tipo di sostanze concentrandole attraverso la catena alimentare, fino alle nostre tavole.
Quando le plastiche raggiungono il mare, possono essere facilmente trasportate dalle correnti marine e oceaniche, i moti permanenti e costanti di acqua che contraddistinguono le grandi masse di acqua del pianeta. Causate da correnti aeree sovrastanti e/o dalla differenza di temperatura, densità o persino salinità fra le masse di acqua adiacenti, formano uno specifico flusso profondo e superficiale che trasporta involontariamente grandi masse di plastica inquinante (e altri detriti galleggianti) attraverso l’intero pianeta.

Una rappresentazione delle principali correnti oceaniche del globo.

“C’È UN’ISOLA DI PLASTICA NEL PACIFICO”. SARÀ VERO?

Falso: la situazione è di gran lunga peggiore, soprattutto dal punto di vista ambientale. Il termine “isola” trasmette un’area fuorviante, molto più solida e circoscritta di quella che è la realtà. Oltre a non essere una struttura compatta – certamente non calpestabile, trattandosi al massimo di pochi kilogrammi per kilometro quadrato – è “mobile”, essendo in balìa delle correnti, e incostante delle dimensioni. Inoltre, per la maggior parte della sua estensione, la chiazza non è visibile a occhio nudo, poiché composta da microframmenti in sospensione. Il “Pacific Trash Vortex“, come è stato originariamente definito in inglese, è una “patch” (Great Pacific Garbage Patch), ovvero una “chiazza”, dalle dimensioni impressionanti: nel Pacifico occupa un’area grande che potrebbe essere grande quanto la somma della superficie di Italia, Germania, Francia e Spagna (circa 1,6 milioni di kilometri quadrati).

I resti di un Albatross sulle isole Midway, nel Pacifico Settentrionale. Gli albatross scambiano la plastica per cibo (Credit: Chris Jordan/via U.S. Fish and Wildlife Service Headquarters, CC BY 2.0)

A causa delle proprietà fisiche e chimiche della plastica, è una minaccia enorme per l’ecosistema marino, e conseguentemente per noi: uno studio della Vancouver Island University finanziato dal governo canadese ha riscontrato particelle di plastica in bivalvi appositamente allevati nelle acque dello stretto di Georgia (in Columbia Britannica, nel Pacifico settentrionale). Le plastiche inquinanti sono infatti difficilmente biodegradabili ma, per l’azione degli elementi atmosferici, si sfaldano in piccole particelle che contaminano le acque, per essere poi filtrate dagli organismi viventi – anche quelli che finiscono sulle nostre tavole. Questo tipo di inquinamento non è esclusivo del Pacifico Settentrionale – ci sono accumuli di plastiche e altri rifiuti in tutti gli oceani, sempre facilitati dalle correnti che li attraversano – ed è particolarmente difficile da affrontare poiché si manifesta in acque internazionali, dove nessuna delle nazioni coinvolte ha giurisdizione (o interesse diretto a intervenire).

IN BREVE

  • Quella che viene chiamata in italiano “isola di plastica del Pacifico” è nella realtà una chiazza informe di decine di migliaia di tonnellate di plastica e detriti. E’ più correttamente immaginabile come una dispersione più o meno fitta di materiali inquinanti, non necessariamente visibili a occhio nudo.
  • Le plastiche non biodegradabili si sfaldano lentamente in particelle più piccole, che vengono poi filtrate o ingerite dagli organismi acquatici, e, nel ciclo alimentare, finiscono anche sulle nostre tavole. Queste particelle corrispondono oggi solo a un decimo della massa di plastiche galleggianti nella chiazza del Pacifico, ma, in termini numerici, a migliaia di miliardi di unità.
  • Poco meno della metà (46%) del materiale che forma la chiazza del Pacifico è composto da reti da pesca abbandonate.
  • Quella del Pacifico non è l’unica chiazza di immondizia: tutti gli oceani, come conseguenza delle correnti marine, hanno una o più aree di accumulo.
  • Le chiazze di detriti galleggianti non sono visibili direttamente da satellite.
  • La crescita di queste chiazze è esponenziale; senza un programma internazionale di controllo e/o bonifica (quale, ad esempio, il progetto Ocean Cleanup), la situazione è destinata a peggiorare radicalmente già nel corso del prossimo decennio. Basti considerare che la produzione mondiale di plastica negli ultimi tredici anni corrisponde alla metà di tutta quella prodotta dal 1950 a oggi.

LE ORIGINI

La plastica è una scoperta relativamente recente: la bakelite – una forma di plastica oggi in disuso – fece la prima apparizione negli anni ’20 del XX secolo, per essere sostituita in toto solo trent’anni più tardi da plastiche industrialmente più efficienti. Dal 1950 a oggi sono state prodotte più di 8 miliardi di tonnellate di plastica non biodegradabile, finite per lo più (circa il 60%) disperse nell’ambiente o sotterrate. Uno studio condotto dal 1985 al 1988 per conto del National Oceanic and Atmospheric Administration statunitense in Alaska ha identificato l’esistenza di plastiche neustoniche (i.e. relative allo strato superficiale delle acque, ovvero galleggianti) in sospensione nel mare del Giappone, e ha teorizzato l’esistenza di grandi accumuli di plastica a seguito dell’azione delle correnti oceaniche, in particolare, indicando un possibile deposito causato dal vortice subtropicale delle correnti del Nord Pacifico. Nel 1997, di ritorno da una regata con il suo yacht, Charles Moore sta attraversando il Pacifico settentrionale e scopre un’area immensa, inquinata da enormi quantità di plastica e altri materiali galleggianti. Bottiglie di plastica, reti da pesca, tappi – una marea sterminata e non degradabile. La notizia di diffonde rapidamente; il nome “Eastern Garbage Patch” (“chiazza di rifiuti occidentale”) è coniato dall’oceanografo Curtis Ebbesmeye, ma l’immagine di queste masse di plastica viene nel tempo travisato dall’immaginario collettivo in “isole” galleggianti, definizione oggi frequentemente utilizzata dagli stessi media in Italia e all’estero.

Charles Moore presenta al TED 2009 la minaccia della presenza crescente di plastica in mari e oceani:

Tutte le foto mostrate nell’articolo sono di Pubblico Dominio o con licenza CC senza obbligo di attribuzione, salvo quando diversamente indicato nella didascalia. Immagine di copertina: “fish1968” photo by LCDR Eric Johnson, NOAA Corps./flikr.com (CC BY 2.0)

 

 

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