Sincronizziamo gli orologi (mestruali)

Articolo di Anna D’Errico

Cose di donne. Nel gennaio del 1971 la prestigiosa rivista scientifica Nature pubblica un articolo della ricercatrice, ai tempi ancora studentessa, Martha K. McClintock; il titolo: Menstrual synchrony and suppression1, lei unica autrice. Lo studio coinvolge 135 donne di età compresa tra i 17 e 22 anni e residenti nel dormitorio femminile di un campus universitario negli Stati Uniti. Monitorando le volontarie durante l’anno accademico, dalla fine di settembre ai primi di aprile, emerge che, dopo un periodo di vita a stretto contatto, i loro cicli mestruali tendono a sincronizzarsi. Per spiegare questo fenomeno l’autrice suggerisce l’esistenza di un meccanismo fisiologico innescato dall’interazione sociale e in grado di influenzare il ciclo mestruale. Viene ipotizzato cioè un effetto mediato da feromoni umani, ossia molecole chimiche, rilasciate da un individuo e spesso associate a sudore o altre secrezioni odorifere, che sarebbero capaci di influenzare il comportamento e/o la fisiologia di altri individui.

In effetti, un fenomeno molto simile è stato osservato, ed è ben documentato, nei roditori. Si chiama effetto Lee-Boot2, dal nome dei due autori che lo descrivono nel 1955, e si presenta quando più femmine convivono per un periodo abbastanza lungo in assenza di maschi. In queste condizioni succedono in realtà diverse cose: il ciclo delle femmine si sincronizza e tende ad allungarsi fino a scomparire, inoltre, si verificano casi di pseudogravidanze. È un meccanismo mediato da alcuni feromoni, tra i quali il composto 2,5-dimetil pirazina, presente nell’urina delle femmine. In questo caso, cioè in topi e ratti, ma anche in altri animali, il fenomeno è stato, dicevamo, descritto e riprodotto in modo affidabile in numerosi esperimenti, è stato anche possibile individuare il meccanismo fisiologico, alcune molecole chimiche specifiche e capaci di indurre questo effetto, e se ne è osservato il correlato comportamentale/fisiologico.

E ora torniamo alle studentesse della McClintock. Quello del ’71 è uno studio in qualche modo “fondamentale” perché, per quanto ci si girasse già intorno da qualche tempo, è stato il primo a mostrare nell’uomo un effetto mediato da feromoni simile a quello osservato in altri animali; e infatti è stato ed è ancora spesso citato. Questo è anche il motivo per cui dopo quello ci sono stati altri studi simili che hanno spulciato in lungo e in largo quella prima ricerca e hanno provato a riprodurla. Senza riuscirci: se in alcuni casi si sono ottenuti risultati simili a quelli di McClintock, in diversi altri il fenomeno non è stato osservato affatto. Cioè, quando altri scienziati hanno iniziato a studiare la sincronizzazione del ciclo mestruale nelle donne, i risultati non sono mai stai riprodotti in modo affidabile con buona pace di tutte le collegiali.

Alcune delle critiche principali riguardano la metodologia, il campionamento e in generale la statistica3. Come Wilson (1992)4 e anche altri autori hanno fatto notare, ci sono almeno tre possibili errori statistici di cui non era stato tenuto conto nello studio originale e di cui McClintock pare non tenere conto neanche negli studi successivi, che confermerebbero quello iniziale (1998)5. Il ciclo mestruale può essere molto variabile da donna a donna, e durare da 21 a 35 giorni; assumendo una media di 28.5 giorni è facile stimare che il massimo di divergenza tra due donne potrà essere di 14 giorni, in media possiamo assumere 7 giorni. Considerando inoltre variabilità individuali e una durata media delle mestruazioni di circa 5 giorni, quante possibilità ci sono che i cicli di due donne si sovrappongano, anche solo parzialmente, per puro caso? Cioè la variazione è ampia e in un conteggio mensile può provocare fluttuazioni significative e produrre artefatti come una sincronia che in realtà è un puro effetto stocastico.

Altri errori evidenziati sono nel modo in cui viene calcolata la differenza tra l’inizio di due cicli in due donne a inizio e fine esperimento e il margine di variazione entro il quale i due cicli sono da considerarsi “convergenti”, cioè che tendono a essere in sincrono. In questa procedura ci possono essere diversi effetti confondenti nelle procedure di calcolo e nel modo in cui la comparsa delle mestruazioni viene registrata. Spesso questi studi usano dati raccolti dalle stesse partecipanti (autovalutazione), questo significa che non c’è un controllo settimanale rigoroso da parte degli sperimentatori e quindi le date registrate dalle partecipanti potrebbero essere soggette a errori: le volontarie, per esempio, potrebbero aver segnato la data di ogni mestruazione non immediatamente ma dopo qualche tempo e quindi avere bias di memoria. Infine, Wilson e altri autori hanno evidenziato bias di campionamento. Invece, gli studi in cui i ricercatori hanno tenuto conto di questi fattori confondenti non hanno riportato nessun effetto di sincronizzazione dei cicli.

C’è poi un’altra questione: a cosa serve o servirebbe? Cioè quale sarebbe il vantaggio della sincronizzazione dei cicli dal punto di vista biologico ed evolutivo? Mentre alcuni studiosi come la stessa McClintock pensano non abbia nessuna funzione, altri ipotizzano possa essere servito nel corso dell’evoluzione ad aumentare le possibilità di garantirsi una prole. La sincronizzazione dei cicli mestruali in un gruppo di donne implicherebbe la sincronizzazione dei periodi di ovulazione, e quindi di possibili gravidanze. Questa ipotesi non ha ancora trovato evidenze scientifiche solide, tuttavia una delle spiegazioni sarebbe che, in condizioni in cui sia la mortalità neonatale che quella delle partorienti sono alte, come verosimilmente potrebbe essere stato, avere a disposizione più donne in gravidanza garantirebbe al neonato, rimasto senza madre, le cure adeguate e, viceversa, neo-mamme che hanno perso il proprio figlio potrebbero dedicarsi a quello di altre donne. Anche questa teoria, però, non regge la prova delle osservazioni sperimentali e in campo, svolte in diversi contesti socio-culturali e non urbanizzati da scienziati e antropologi. Inoltre, in queste società le donne tendono ad avere un numero piuttosto alto di gravidanze, di conseguenza i periodi della loro vita fertile durante i quali hanno mestruazioni sono relativamente corti e non hanno molte possibilità di sovrapporsi o sincronizzarsi con quelli di altre donne.

Eppure l’idea che se un gruppo di donne convivono i loro cicli si sincronizzano è molto diffusa e, come riportato in uno studio del 20166, le donne che credono in questo fenomeno sono molte (in quella ricerca è l’80% delle donne intervistate). Sempre secondo questo studio le ragioni di tali credenze sarebbero, almeno in parte, da ricercare anche in meccanismi di tipo sociale e psicologico: in molti ambiti le mestruazioni sono ancora un tabù, procurano disagio e non se ne parla con sufficiente libertà. In contesti simili, credere nella sincronizzazione dei cicli aumenterebbe nelle donne un senso di complicità e appartenenza e ciò aiuterebbe anche “ridistribuire” nel gruppo il peso e il disagio individuali. Tutto sommato, le nostre mestruazioni non saranno sincronizzate, ma almeno sull’ascolto potremmo sintonizzarci.

Bibliografia

  1. McClintock M.K. 1971. “Menstrual synchrony and suppression”. Nature Jan 22; 229(5282):244-5.
  2. Lee, S. van der and Boot, L.M. 1955. “Spontaneous Pseudopregnancy in Mice”. Acta Physiol. Pharmacol. Neer. 5 (213).
  3. Schank J.C. 2001. “Menstrual-Cycle Synchrony: Problems and New Directions for Research”. Journal of Comparative Psychology 115(1):3-15.
  4. Wilson HC. 1992. “A critical review of menstrual synchrony research”. Psychoneuroendocrinology. Nov;17(6):565-91.
  5. Stern K. and McClintock M.K. 1998. “Regulation of ovulation by human pheromones”. Nature Mar 12; 392(6672):177-9.
  6. Fahs B. 2016. “Demystifying Menstrual Synchrony: Women’s Subjective Beliefs About Bleeding in Tandem With Other Women”. Women’s Reproductive Health 3:1, 1-15.

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