Una nuova tomba e “nuove” ossa per Babbo Natale?

No, neanche quest’anno siamo in redazione posseduti dal Grinch del Dr. Seuss anche se potrebbe sembrare dagli articoli natalizi pubblicati in questi giorni: abbiamo infatti raccontato l’origine dark di una canzone natalizia (The mistletoe bough) e si è scritto di Babbi Natali crocifissi, o come in questo caso, di tombe e ossa di Babbo Natale.

E’ solo il nostro modo di augurarvi Buone Feste!

Due anni fa, in questi giorni, vi avevamo narrato della storia di Babbo Natale e del legame – meno semplice di quel che si pensa – fra questa figura e quella di un vescovo del III secolo, quello di Myra, in Anatolia, nell’attuale Turchia: Nikólaos, da noi conosciuto come Nicola.

Avevamo scritto che nel 1087 i baresi si sarebbero impadroniti manu militari delle sue ossa che fino ad allora sarebbero state conservate in una chiesa di Myra (oggi Demre):

[…] non sappiamo se i baresi siano davvero tornati nella loro città con i resti del corpo di quello che, nei tempi antichi, era stato il vescovo di Myra. E’ la tradizione a sostenerlo, e in quanto tale può essere o meno accolta dal lettore moderno. Si potrebbe anche avanzare l’ipotesi che i resti recuperati siano di qualche altro personaggio conservato in quella chiesa: del resto non è detto che con le minacce si ottenga la verità (se poi questa era conosciuta dai custodi). Tra l’altro, tredici anni dopo la scena si sarebbe ripetuta, questa volta ad opera dei veneziani: non si arresero di fronte all’evidenza del passaggio dei baresi e tornarono anch’essi con dei resti, trovati in una diversa parte del santuario di Myra e oggi conservati presso la chiesa di San Nicolò del Lido della città lagunare.

Negli ultimi mesi, della presunta sepoltura del vescovo Nikólaos e di sue supposte ossa si è tornato a parlare in almeno due occasioni.

La prima volta è avvenuto all’inizio di ottobre. Secondo quanto riportato dal quotidiano turco Hürriyet, Cemil Karabayram, sopraintendente ai monumenti della provincia in cui si trova Demre, Adalia, ha infatti reso noto che grazie ad una serie di indagini con il georadar gli archeologi hanno individuato i resti di una precedente area di culto cristiana al di sotto dell’attuale chiesa:

Il tempio [al di sotto della pavimentazione] della chiesa è in buone condizioni. Crediamo che non sia stato finora danneggiato. Ma è difficile raggiungerlo perché nella pavimentazione [della chiesa attuale] sono presenti [mosaici]. [I tasselli di questi] debbono essere mappati uno per uno e poi rimossi

Anche se quindi, per il momento, non c’è ancora nessuno scavo e nessuna traccia di un “altro” sepolcro, Karabayram ha ipotizzato che i “veri” resti di San Nicola siano ancora conservati all’interno di questa paleo-chiesa e che i baresi si siano invece impadroniti delle ossa di un diverso anonimo sacerdote.

Al di là dell’importanza della scoperta dei resti dell’edificio religioso per l’archeologia cristiana, è subito apparso chiaro che l’annuncio aveva espliciti fini turistici, ed ha provocato reazioni irritate a Bari. Ma come ha ricordato all’edizione locale de La Repubblica lo storico della scienza Francesco Paolo de Ceglia (Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”), anche esponente del Cicap Puglia:

Bisognerebbe fare indagini e pubblicare i risultati scientifici […] per ora siamo all’affermazione. Valida come se io un giorno mi alzassi e dicessi che in casa conservo una ciocca di capelli di Gesù

e ancora:

questo non cambia il legame che Bari ha con il patrono […]. Ha fatto la storia di Bari, che in epoca bizantina ha vissuto una fase di crisi. Quando arriva lui la città diventa meta di pellegrinaggi, e il santo un simbolo religioso e civico. Ma la festa di maggio è in realtà quella di un furto, traslazione è solo una parola politically correct. L’affetto che i baresi hanno per Nicola è come quando si vuole bene a una madre o a un padre: non c’è bisogno di avere le ossa in casa.

Proprio ad ossa “tenute in casa” è invece relativa un’altra notizia, diffusa proprio nel giorno in cui è ricordato San Nicola, il 6 dicembre.

Oltre a Bari e Venezia, sono diverse le chiese al mondo che vantano reliquie del vescovo di Myra. Alcune di queste avrebbero avuto origine da quelle baresi: ad esempio, si racconta, quelle di Saint-Nicolas-de-Port, nella Francia orientale, dove sarebbero arrivate già qualche anno dopo l’impresa del 1087.

Di altre, invece, non è ben chiara la catena di trasmissione: è il caso di parte dell’osso del pube sinistro conservato presso la Shrine of All Saints – una collezione di reliquie attribuite a circa 1500 santi – della chiesa di Santa Marta di Betania di Morton Grove, in Illinois. Proverrebbe da Lione, in Francia, ma non si conoscono altri dettagli.

Un micro-frammento di quest’osso è stato recentemente analizzato da Tom Higham e Georges Kazan dell’Oxford Relics Cluster del Keble College dell’University of Oxford, in Inghilterra: a spingere gli studiosi inglesi a concentrarsi su questa particolare reliquia è stato il fatto che quel particolare osso manca a Bari, il che potrebbe suggerire che la reliquia ha comunque questo punto di origine.

I risultati dell’esame del C14 che, come noto, permettono di stabilire quando l’individuo è morto, indicano una data intorno al IV secolo, compatibile con il periodo in cui Nicola sarebbe vissuto.

Secondo Kazan

Questi risultati ci incoraggiano ora a rivolgersi alle reliquie di Bari e Venezia per tentare di dimostrare che i resti ossei provengono dallo stesso individuo. Potremmo farlo utilizzando [le metodologie] della paleogenomica, il test del DNA. E’ emozionante pensare che queste reliquie, che risalgono ad un tempo così antico, possano essere in realtà autentiche

Il comunicato stampa (non sembra che la ricerca sia stata pubblicata formalmente) però non indica che sia stato possibile estrarre DNA dalla reliquia statunitense. E comunque, come ricordava sempre de Ceglia parlando della vicenda di ottobre, “il punto è che anche se capiamo che si tratta di un uomo del III o IV secolo dopo Cristo come facciamo a sapere che è proprio san Nicola?”.

Vedremo gli eventuali sviluppi di queste due ricerche. Ma, come scrivevamo nel 2015,

nel Mediterraneo dell’XI secolo, la figura di Babbo Natale ancora non era nata. Come ci si sia giunti è anch’essa questione complessa e in parte ancora non chiara. Fu comunque nell’Europa centro-settentrionale del tardo medioevo, dove il culto di San Nicola era giunto da tempo, e non nel Mediterraneo di qualche secolo prima che il santo assunse il ruolo di portatore di doni in occasione della sua festa, il 6 dicembre, rielaborando così alcuni aspetti della sua agiografia.

[…]

Il rapporto fra le due figure è in ogni caso oggi piuttosto debole: il vecchietto vestito di rosso che porta i doni è il frutto – provvisorio – di una lunga serie di processi all’interno della cultura folklorica e della pop culture e continuerà a vivere finché qualcuno se ne farà portatore.

Dovunque il pastore (di anime) Nikólaos sia sepolto (a Bari, a Venezia, a Myra, in Illinois o da nessuna parte) Santa Claus, Babbo Natale o comunque lo vogliamo chiamare, come ogni vigilia di Natale sarà atteso anche questa notte da innumerevoli bambini (e chissà, qualche adulto…).

Oh oh oh! Buone feste!

Immagine in evidenza: Thomas Nast, “Merry Old Santa Claus“, Harper’s Weekly, 1 gennaio 1881, [Public domain], via Wikimedia Commons

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