Quando la Chiesa canonizzò Buddha

Quando Marco Polo scrisse il Milione, parlando della vita del Buddha notò

dimorò […] tutta la vita sua molto onestamente: ché per certo, s’egli fosse istato cristiano battezzato, egli sarebbe istato gran santo appo Dio.

Non sapeva che, battesimo o no, in quegli stessi anni Buddha era già finito tra le pagine della Leggenda aurea di Jacopo da Varagine, sotto le mentite spoglie di San Ioasaf. E che nel Cinquecento sarebbe entrato ufficialmente nel pantheon dei santi cattolici grazie al Martyriologium di Papa Sisto V, che ne sancì la venerazione il 27 novembre.

Ma andiamo con ordine: secondo la leggenda Joasaf (o Josafat, a seconda delle versioni) era figlio di Avennir, un re indiano che non vedeva certo i monaci cristiani di buon occhio, e anzi li perseguitava. Quando gli nacque un figlio, Avennir fece chiamare i migliori astrologi per conoscere il futuro del bambino, e uno di questi gli preannunciò che sarebbe diventato un principe, sì, ma della fede. Il re, che non voleva certo un mistico in famiglia, ordinò allora di far rinchiudere il figlio in un magnifico palazzo, e di “non parlare mai né di morte, né di vecchiaia, né di malattie né di miseria e di qualsiasi altra cosa che potesse suscitare tri­stezza, perché l’animo del fanciullo sempre occupato in cose piacevoli mai avesse occasione di pensare al futuro”. Ma quando fu più grandicello Joasaf uscì dal palazzo: e qui, nonostante le precauzioni paterne, incontrò per la prima volta un cieco, un lebbroso e un anziano, scoprendo infine che il destino dell’uomo è la morte. La cosa provocò in lui un profondo turbamento spirituale; fu allora che il principe incontrò Barlaam, un asceta che lo istruì e lo convertì al cristianesimo. Nonostante l’opposizione del padre, Joasaf decise quindi di spogliarsi delle ricchezze e terminò la sua esistenza vivendo da eremita.

Ricorda nulla? Per chi ha un minimo di esperienza di buddismo questo è, al netto di qualche particolare, il racconto dell’illuminazione del principe Siddharta Gautama, che sarebbe poi diventato il Buddha (il Risvegliato). Una somiglianza tanto forte che lo storico portoghese Diogo do Couto, in seguito ai suoi viaggi nello Sri Lanka, si convinse (erroneamente) che il Buddismo avesse avuto origine dal Cristianesimo e dalla predicazione di San Joasaf in quelle terre.

Noi sappiamo, invece, che il processo fu esattamente l’inverso: il Buddha divenne cristiano probabilmente grazie a un testo sanscrito del 300 d.C., il Lalitavistarasutra, diffuso tra le comunità dell’Iran orientale e dell’Asia centrale. Qui venne tradotto in arabo e islamizzato, entrando a far parte del patrimonio culturale del misticismo sufi tra il VI e il IX secolo: è in questa versione che compare per la prima volta l’eremita Bilawar, che sarebbe poi diventato Barlaam (e che venne considerato santo anch’egli). L’opera venne infine tradotta in greco e riadattata in chiave cristiana dal monaco Eutimio (955-1028), un abate georgiano che viveva sul monte Athos, e di qui arrivò a Bisanzio e dilagò in Europa. Lo stesso nome del protagonista deriva da Bodhisattva, uno degli appellativi del Buddha (e di chiunque raggiunga o persegua l’illuminazione); nel corso delle redazioni divenne prima Bodisaf, poi Yūdasatf (probabilmente a causa di un errore di trascrizione, dal momento che le lettere Y e B in arabo sono estremamente simili), infine Ioasaf. I vari passaggi sono stati ricostruiti anche grazie a una studiosa italiana, Silvia Ronchey, che ha individuato nel testo georgiano l’anello di collegamento tra quello iraniano e quello greco.

Nel mondo cristiano il Barlaam e Ioasaf fu un vero successo: ne vennero fatte versioni in quase tutte le lingue, la storia venne raccontata in ballate e opere teatrali; perfino Lorenzo de’ Medici e suo padre Piero la interpretarono, nel corso di una sacra rappresentazione messa in scena a Firenze.

Eguale successo ebbe una parabola, quella del Viandante e dell’Unicorno, che Barlaam racconta a Ioasaf come metafora della condizione umana:

Coloro che desiderano i piaceri materiali e permettono che le loro anime moiano di fame, sono simili a un uomo che fuggendo dinanzi a un liocorno cadde in un precipizio. Mentre stava precipitando si attaccò con le mani a un arbusto e pose i piedi su un appoggio sdrucciolevole. Ed ecco che vide due topi, uno bianco e uno nero, rodere le radici dell’arbusto a cui stava attaccato e in fondo al­l’abisso un drago terribile, spirante fiamme, con la bocca spalancata per il desiderio di divorarlo. E su l’appoggio dove teneva i piedi vide quattro vipere che sollevavano la testa. Ma ecco che alzando gli occhi scorse qualche goccia di miele stillar dai rami dell’arbusto; allora, dimentico del pericolo, si abbandonò tutto al piacere di gustare quel miele.

La parabola (che viene così spiegata da Barlaam: il liocorno rappresenta la morte, i topi bianchi e neri i giorni e le notti che passano, il drago l’inferno, il miele i piaceri terreni) finirà per diventare un tema ricorrente nell’arte cristiana; la rappresentazione più famosa è forse quella che si trova scolpita in una lunetta del battistero di Parma, ma raffigurazioni analoghe si trovano a Ferrara, Roma, Venezia e Otranto. Anche in questo caso la fonte è sicuramente orientale:

In un sutra, Buddha raccontò una parabola: Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce! (Da: 101 storie zen, Adelphi)

Per quanto San Barlaam e San Joasaf non siano più venerati dalla Chiesa cattolica (vennero depennati dal Martyriologium nella seconda metà del XX secolo, mentre sono ancora venerati presso la Chiesa ortodossa), sculture e dipinti rimangono a ricordarci l’anomalia di questi curiosi “santi sincretici”: in particolare, il culto cristiano per il fondatore di un’altra religione non è certo cosa che si veda tutti i giorni.

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