17: la disgrazia!

Sul perché sia nata la superstizione del 17 che porterebbe male sono state suggerite diverse spiegazioni, esse stesse parte, in realtà, della storia della credenza, come si vedrà nello specifico per quella che chiama in causa l’anagramma XVII/VIXI.
Forse più che ai Pitagorici o a Roma, dovremmo guardare agli umanisti del Rinascimento?

 

– Diciassette !! – diceva fra sé Andrea – nel libro dei sogni non so bene a che corrisponda. […] – No è alla forca che corrisponde il numero 17: è un brutto augurio; quasi quasi non accetto più” (“I misteri di Genova”, Italia e Popolo, 5 agosto 1852, p. 777); “Ecco, un primo squillo di tromba annunzia il primo estratto; e la voce del banditore proclama «Diciassette!» – «La disgrazia!», gridò, in coro, la ciurma degli astanti: ché, secondo la Smorfia, disgrazia fa appunto diciassette” (Vittorio Imbriani, “Per questo Cristo ebbi a farmi turco”, Cronaca bizantina, 1 marzo 1883).

Così, nella seconda metà dell’Ottocento, due romanzieri attestavano la cattiva fama del numero diciassette (che corrispondeva a forca – e a pensarci bene una certa somiglianza fra una forca e il sette la si può trovare –  o a disgrazia) diffusa da “quella sorta di assemblaggio di generi diversi della letteratura popolare” (come ha scritto l’antropologa Paola De Sanctis Ricciardone) che era il cosiddetto Libro dei sogni, in realtà una serie di testi accomunati dall’essere usati per cercare di prevedere i numeri vincenti del lotto: “esso contiene” ci dice sempre la studiosa dell’Università degli Studi di Cosenza “[…] oltre la famosissima Smorfia, ovvero il “dizionario” dei termini italiani con la corrispondente voce numerica, anche elementi propri degli almanacchi, dei testi onirocritici [cioè di interpretazione dei sogni] popolari, dei libri di magia e di divinazione”.

Nei primi decenni del Novecento, poi, due tragedie automobilistiche contribuiranno a diffondere, anche al di fuori del gioco del Lotto, il timore per questo numero: la scomparsa dei piloti Biagio Nazzaro, morto durante il Grand Prix de l’Automobile Club de France a Duppigheim nel luglio del 1922, e Ugo Sivocci rimasto ucciso durante il 1° Gran Premio d’Europa a Monza nel settembre del 1923.  Entrambi erano alla guida di una una vettura col numero 17. Quando negli anni ’70 la Renault produsse il modello di autovettura coupé noto dappertutto come R17, qui in Italia fu commercializzato come R177, a testimonianza di un numero tabù, nel campo automobilistico, ma non solo.

Perché il 17 “porta male”?

Ma da cosa nasce questa superstizione, che, tra l’altro, è, nella sostanza, presente solo in Italia? In Inghilterra, ad esempio, è invece considerato nefasto il numero 13 (una credenza forse più recente di quel che in genere si pensi). “Molto oscura è la storia che dà origine alla negatività del 17” scriveva nel 1994, nel suo Lo specchio e l’olio, l’antropologo e storico delle religioni Alfonso Maria Di Nola. Una cosa che non sembrerebbe scorrendo un qualunque dizionario delle superstizioni, o anche solo la pagina dell’edizione italiana di Wikipedia dedicata alla paura del numero diciassette (che sarebbe l’“eptacaidecafobia”, in realtà un termine scarsamente attestato). Di possibili origini, infatti, se ne trovano proposte diverse.

C’è chi attribuisce la causa ai pitagorici facendo riferimento ad un passaggio dell’Iside e Osiride (c. 42) di Plutarco, il noto filosofo del I-II secolo e.v:

Al diciassette del mese cade la morte di Osiride, secondo il mito egiziano, cioè quando il plenilunio si rivela nella massima compiutezza. Perciò i Pitagorici chiamano questo giorno ‘barriera’ e, in generale, hanno un aborrimento estremo per questo numero, perché il numero diciassette si frappone fra il sedici, quadrato, e il diciotto, rettangolo, oblungo non equilatero, – alle quali figure soltanto accade di avere i perimetri uguali in valore numerico alle superfici, – pone una barriera tra l’uno e l’altro, e li disgiunge tra loro e, precisamente, rompe la proporzione di uno e un ottavo, diviso com’è in diseguali intervalli. (trad. di Vincenzo Cilento)

Altri chiamano in causa la battaglia della foresta di Teutoburgo del 9 e.v. in cui furono annientate tre legioni romane (la XVII, appunto, insieme alla XVIII e alla XIX) o il fatto che il 17 febbraio, a Roma, si sarebbero celebrata la ricorrenza dedicata ai morti (ma i Parentalia, in realtà, iniziavano il 13 febbraio e proseguivano fino al 21). C’è poi l’interpretazione che fa riferimento alla Genesi, perché quel testo afferma che il Diluvio universale ebbe inizio il diciassette del secondo mese del seicentesimo anno della vita di Noè (Gn 7,11).

Non si può non essere d’accordo con il sociologo Giovanni Romolo Capuano quando sul suo blog scrive:

ho l’impressione, però, che tutte queste spiegazioni, per quanto, eleganti e ingegnose, siano più razionalizzazioni ex post che vere spiegazioni. […] In sostanza, mi sembra che queste interpretazioni siano più un tentativo di dare senso a qualcosa di insensato che spiegazioni affidabili.

Addirittura, possiamo aggiungere, sono spiegazioni che non nascono di recente. Risalgono ai decenni in cui si sviluppa la prisca theologia, una dottrina nata alla fine del XV secolo, anche grazie alla riscoperta di Plutarco, che affermava l’esistenza di un’unica antica teologia. Insieme ad altre dello stesso tenore, si ritrovano infatti, pari pari, in testi del Cinquecento e del Seicento dedicati alla numerologia e ad argomenti affini, come l’incompiuta Taumatologia (“discorso sui miracoli e le cose meravigliose”) del filosofo napoletano Giovambattista Della Porta (1535-1615).

XVII/VIXI

La tradizione che va oggi per la maggiore è un’altra. Quale? Lasciamo la parola alla versione italiana di Wikipedia:

i più ritengono che la superstizione fosse nata, ai tempi dell’antica Roma, a causa della consuetudine di incidere sulle pietre funerarie la parola “VIXI” (che vuol dire vissi, sono vissuto), il cui anagramma “XVII” equivale a 17 nel sistema di numerazione romano.

Ma è un’ipotesi che solleva lo scetticismo dei classicisti. Alfredo Buonopane, storico e docente di epigrafia latina all’università di Verona, la ritiene improbabile: “L’espressione VIXI, come VIXIT o VIXERUNT, ricorre spesso nelle epigrafi romane, solitamente abbreviata VIX. La questione dell’anagramma mi sembra un’evidente forzatura perché, come è noto, è sempre possibile trovare delle corrispondenze del tutto casuali, se si vanno a cercare”, avverte lo studioso. Possiamo aggiungere che nessun autore romano sembra parlarne.

Quando allora compare questa spiegazione? Ancora una volta dobbiamo tornare al Cinquecento. Il classicista R. G. Peterson, in un suo testo apparso nel 1976 su PMLA (la rivista accademica della Modern Language Association of America), faceva riferimento, di seconda mano, a Pietro Bongo (c. 1530-1601).

Chi era costui? Esponente della famiglia nobiliare bergamasca dei Bonghi, era divenuto canonico della cattedrale cittadina: la sua opera principale, che ebbe diverse edizioni in vita (l’ultima nel 1599) e diverse ristampe postume, fu la Mysticae Numerorum Significationis (“il significato mistico dei numeri”), in latino. Come ricordava Benedetto Croce, “[i]l Bongo insiste sull’accordo di questa parte della dottrina pitagorica [relativa al simbolismo dei numeri] con la cristiana; e rivendica perciò alla scienza da lui coltivata un metodo diverso da quello del ragionamento”. Almeno a partire dall’edizione del 1591 (p. 416), il bergamasco antepose ai motivi per cui il diciassette era da considerarsi per la prisca theologia un numero sempre odiato (“semper invisus”) che aveva già riportato nelle precedenti edizioni (il 17 febbraio, Plutarco etc.), il fatto che

Quello certamente leggiamo custodito nell’opera delle interpretazioni dei sogni [“Onirocritaru[m]”], se odi diciassette, o lo vedi scritto, per trascrivere le cifre, è XVII. Così, infatti, presso di noi è rappresentato il computo di questo numero, dai cui caratteri non si può comporre nessuna parola portatrice di significato eccetto VIXI, perciò il numero stesso significava morte.

Possiamo però andare ancora un poco più indietro. Al lettore contemporaneo  “Onirocritarum” può sembrare oscuro, ma per un letterato dell’epoca era un evidente richiamo alla più famosa opera antica di interpretazione dei sogni, l’Onirocritico di Artemidoro di Daldi, e, quindi, un implicito riferimento a quella tradizione: probabilmente aveva davanti il Somniorum synesiorum (“I sogni di Sinesio”, il vescovo neoplatonico della tarda antichità, autore di un Libro dei sogni) del medico lombardo Gerolamo Cardano (1501-1576), opera latina apparsa originariamente nel 1562 (e ristampata a Basilea nel 1585). Cardano scriveva (l. I, c. 66, p. 110):

Diciassette significa morte: infatti così si scrive presso i Latini: XVII, e con quei caratteri nessuna parola può essere composta in modo da restituire più significato eccetto che VIXI. Così VIXI e VIX [che citava poco prima in relazione a XIV e XVI] significheranno questi numeri.

Possiamo subito notare che questi due autori non fanno in realtà riferimento a epigrafi, ma soltanto all’anagramma delle quattro lettere, che, per loro, non potrebbe avere altro significato. L’idea delle pietre funerarie romane deve essere una razionalizzazione ancora successiva. Non sappiamo se l’idea, in questo contesto, di vixi come “sono morto” sia un’invenzione di Cardano: potrebbe averla ripresa da un’opera precedente che per ora non è stata identificata. E ci rimane il dubbio se quel “significa morte” sia solo un’inferenza sull’anagramma oppure la testimonianza di una credenza diffusa ai suoi tempi.

L’anagramma, però, non era dovuto al medico lombardo: un gioco di parole basato su di esso (ma in cui vixi non indicava la morte, ma l’aver vissuto, essendo ancora in vita) e costruito su quello che potrebbe essere stato un proverbio medievale appare infatti in un exemplum che troviamo per la prima volta documentato in una sorta di best seller tardo-medievale (ne conosciamo circa duecento manoscritti): il commento latino alla Sapienza del teologo domenicano inglese Robert Holcot (1290-1349), contemporaneo di Guglielmo di Ockham. Purtroppo manca ancora un’edizione critica affidabile e le diverse stampe della prima età moderna presentano alcune differenze dovute ai manoscritti utilizzati: leggiamo però, ad esempio, nell’edizione di Basilea del 1586 (c. II, lectio 15, p. 57; una versione più breve si trova anche in c. III, lectio 54, p. 193: in precedenti edizioni, è la lectio 53):

Di tale parere fu anche un religioso, che fu interrogato da un tale su quanto avesse vissuto. Non gli rispose nulla se non ‘vissi’ (vixi). Infatti era stato nella vita religiosa 17 (xvii) anni. E poiché l’altro diceva “Ti chiedo non se hai vissuto, ma quanto”, rispose: “Suvvia, l’ho detto, ‘vixi’: ti ho detto quanto ho vissuto”. Voleva infatti dire che aveva vissuto per tanto tempo quanto significano le lettere numerali in questa parola “vixi”: ed esse significano 17 (xvii) anni, come è evidente.

L’exemplum riemerse poi in prediche agostiniane quattrocentesche, e poi, intorno agli anni di Bongo, oltre che in un testo del 1589 del ceco Giorgio Pontano (1550-1615), in due canonici regolari lateranensi italiani, il predicatore Gabriele Inchino (1548-1608) e il teologo pavese Ambrogio Marliani (1562-1632): il primo nella Predica del fuggir, et odiar il peccato che tenne a Napoli, nella Basilica della Santissima Annunziata Maggiore nel gennaio del 1577 (ma che conosciamo solo nella versione pubblicata per la prima volta nel 1603: potete trovare il testo in appendice a questo articolo), il secondo ne Il vero penitente  (1611, pp. 114-115).

E quindi?

Torniamo a questo punto al diciassette nefasto. Abbiamo visto che le spiegazioni sul perché sia tale sono in realtà esse stesse parte della storia della superstizione. Ma allora, che origine ha avuto? Di Nola, nel passaggio citato sopra, pensava che “[l]’unica ipotesi esplicativa possibile è che esso richiami nella memoria popolare la data di un’epidemia, di un terremoto, di una carestia o di un’eclissi”. L’esame della letteratura che abbiamo sopra citato fa sorgere però un sospetto. Bongo elencava una serie di disgrazie legate al numero 17. Della Porta (c. 26, pp. 63-64), probabilmente riassumendo il primo, scriveva che il numero “è presagio di terremoti, incendi, inondazioni e molte [altre cose] dello stesso genere”. È forse possibile che, a partire dal passaggio di Plutarco, ad altri testi biblici e classici e a giochi di parole, siano stati proprio gli autori rinascimentali, intenzionati a riscoprire gli insegnamenti pitagorici, a costruire la fama nefasta di questo numero? Se così fosse, non ci troveremmo di fronte a una superstizione dell’età romana conservatasi per due millenni, ma alla ricezione e alla re-invenzione di una tradizione classica nella prima età moderna. È una strada che potrebbe essere interessante esplorare.

Tornando alla Smorfia…

Prendendo in giro i “signori cabalisti” il poeta e nobile napoletano Michele Zezza nel suo La Smorfia ossia il nuovo metodo per perdere danaro, e cervello con maggior sicurezza al gioco del lotto scriveva nel 1835:

Quando in sogno un condannato
D’esser libero si crede
Per giustizia, ovver per grazia;
E poi trovasi, svegliato,
In prigion col ferro al piede.

Diciassette la disgrazia
Finché vive giocherà.

Anche la cattiva fama del 17 testimoniata dalla Smorfia potrebbe avere avuto origine nelle elucubrazioni rinascimentali di cui abbiamo parlato. Come infatti scrive  l’antropologo Domenico Scafoglio, docente presso l’università di Salerno, in Numeri : Il gioco del lotto a Napoli (2000)

il Libro dei sogni e [la] Smorfia, ristampati in un’infinità di edizioni fino ai nostri giorni […] notoriamente mettevano per iscritto credenze popolari, e le restituivano a loro volta, rielaborate e arricchite di elementi intellettuali, alla tradizione orale. […] Quanto alle sue fonti colte, la Smorfia sembra essere stata il punto di arrivo, da un lato, della tradizione onirocritica del mondo classico e in modo particolare dell’opera fondamentale di Artemidoro, passata alla cultura medievale attraverso le riduzioni bizantine e poi integralmente riproposta nel Rinascimento; dall’altro, sembra il punto di arrivo della stessa onirocritica rinascimentale, che notoriamente era un crogiolo di scienza, speculazione intellettuale, magia e cabala pratica giudaica: queste tradizioni si ritrovano in qualche modo, depauperate e corrotte, nel libro del lotto.

Qualcosa del genere avvenne probabilmente anche in lingua tedesca, dove i calendari/almanacchi elencavano 42/45 giorni sfortunati, rielaborazione popolare dei “giorni egiziaci”(HdA, I, 223-226). Non stupirebbe allora se quanto elaborato dagli autori del Rinascimento sul diciassette fosse stato ripreso più avanti da alcuni filoni di questo genere di letteratura popolare, soprattutto napoletana, prima di essere nuovamente rilanciata a livello nazionale a partire dal secondo Ottocento.

Quello che però manca, per le superstizioni italiane, è un lavoro come The Penguin Guide to the Superstitions of Britain and Ireland del folklorista Steve Roud (2003) che ha cercato di applicare un approccio storico allo studio delle “superstizioni” della Gran Bretagna e dell’Irlanda: un approccio simile applicato a quelle italiane – con la datazione delle diverse attestazioni – potrebbe portare a risultati molto interessanti, anche in relazione alla storia del 17 (sul perché invece il venerdì sia considerato infausto parleremo forse in un’altra occasione).

Questo articolo ha avuto una lunga gestazione: ha infatti avuto origine da uno scambio sul newsgroup it.cultura.classica nel lontano 2004, innescato da una domanda di Andrea Ferrero. Grazie quindi a coloro che all’epoca parteciparono a quella discussione (soprattutto Eleonora Cavallini, Nico Narsi e Righel). E, giungendo ai giorni nostri, grazie a, in stretto ordine alfabetico, Marta Annunziata, Alfredo Buonopane, Alessia Donzelli, Davide Ermacora, Andrea Ferrero, Sofia Lincos, Anna Rita Longo, Andrea Marcon e Rodolfo Rolando per le riletture e/o gli spunti di cui, purtroppo, non sempre ho potuto tenere conto.

Appendice

Inchino, Gabriele (1603). Prediche et vie celesti : Piene di altissimi e bellissimi concetti speculativi, scritturali e morali che guidano l’anime al Paradiso: molto gioueuoli ai predicatori, parochi, curati, traendosene molti breui sermoni / Del R. D. Gabriello Inchino. Venezia : Appresso Giacomo Zoppini & fratelli, pp. 203-204 (poi in: Idem (1607). Prediche del R.D. Gabriello Inchino canonico regolare lateranense. Intitolate Vie del paradiso, perche l’osseruanza di quanto trattano, è necessaria ad ogn’vno, che vuole andarui … Nouamente dall’autore riuedute, e corrette […]. In Venezia : presso Euangelista Deuchino, pp. 233-234.

O che bella risposta, a questo proposito, mi ricordo, che diede un santo heremita, ad uno, che lo interrogò quant’anni hauea. Era l’heremita huomo vecchio di settant’anni, e più, & innanzi era vissuto nel secolo, huomo del mondo, e da buon tempo. Poi mutata vita, diecisette anni visse romito, servendo a Dio, & senza peccato. Onde, essendo da uno interrogato quant’anni havea, rispose questa sol parola: Vixi. Et quello a lui, io sò che sei vissuto, ma ti dico quanti anni. Et egli pur rispose la medesima parola Vixi. Replicò quello, come voi, di così venerando aspetto, che fate professione di gran bontà[1], m’andate burlando con tal risposta[2]? A cui il santo heremita disse. Benissimo e senza burla, ho risposto a quanto m’hai dimandato. Quia cum tibi dixi, vixi, quot vixi, tibi dixi ; dicendoti, Vixi, t’ho detto gl’anni miei, e quanto son vissuto al mondo.
Veramente, uditori, e saviamente con questa parola Vixi, gl’havea risposto a quanto era stato dimandato. Perche, già sapete, che a formare quella voce Vixi, ci vogliono quattro lettere, una V, una x, & due i. Delle quali facendosene numero, fanno apunto diecesette. La V, cinque, la x, diece, le due i, dua, che sommate, & accomodate in numero, fanno apunto [3] diecesette. Però dicendoli l’Heremita, Vixi, li venne a dire, che havea diecesette anni, e non più: quelli solamente, che era vissuto al servigio di Dio. Imperoche gli altri del tempo innanzi, essendo stato peccatore, e perciò ridotto al niente, non li giudicava per suoi. […]

[1] “che fate professione di gran bontà” → “di vita Santa e di bontà perfetta” (ed. 1607)

[2] “risposta” → “risposte” (ed. 1607), probabile refuso.

[3] “accomodata in numero, fanno apunto” → “accomodate in numero xvii, che fanno apunto” (ed. 1607)

Nota: la presenza dell’anagramma in questo testo era stata segnalata da Forni, Giorgio (2009). “Gabriele Inchino e la “scuola” dei Canonici regolari lateranensi”, in Doglio, M.L. & Delcorno, C. (eds.) La predicazione nel Seicento. Bologna, il Mulino, pp. 49-93, infra p. 77  che però, non essendo la cosa importante per il suo studio, non ne aveva indagato la storia o segnalato il possibile rapporto con il 17 nefasto.

Hai gradito questo post? Aiutaci con una