Ettore Majorana: il dibattito

In seguito alla pubblicazione della recensione de “La seconda vita di Majorana”, firmata da Roberto Paura, siamo stati contattati da uno degli autori del libro, Andrea Sceresini. Accogliamo volentieri il suo invito a un dibattito su questo tema pubblicando la sua replica, corredata da una risposta di Roberto Paura. 

Ho letto con attenzione l’articolo “Ettore Majorana, un caso ancora aperto” pubblicato da Roberto Paura sulla rivista Query e riguardante il libro “La seconda vita di Majorana”, di cui sono autore con Giuseppe Borello e Lorenzo Giroffi. Vorrei premettere, innanzitutto, che ogni contributo al dibattito è di per sé prezioso e utile, specie se portato avanti con piglio aperto e costruttivo e su basi razionali (il che non è scontatissimo, quando parliamo di Majorana). La recensione di Paura consiste in una serrata disamina del volume, di cui si cercano di sottolineare soprattutto i limiti – che ci sono, per carità, anche se non sempre coincidono con quelli identificati dal nostro lettore. Il caso Majorana – è verissimo – resta del tutto aperto, anche e soprattutto dopo il nostro libro. Speriamo, anzi, che lo sia un po’ di più, e che altri – ben più “brillanti” di noi – riescano a chiuderlo definitivamente. Su questo siamo tutti d’accordo, sul resto un po’ meno. Ma procediamo con ordine. Scrive Paura: “[Le] ricerche partono da un presupposto dato per scontato: e cioè che la verità giudiziaria accertata nel 2015 corrisponda alla verità vera, che il signor Bini sia dunque Ettore Majorana. Si tratta quindi di ricostruirne l’esistenza venezuelana. È questo presupposto a rendere l’intera inchiesta traballante fin dall’inizio: gli autori infatti arrivano a confermare in quasi tutti i punti la storia raccontata da Fasani fin dal 2008 e ad accertare attraverso più fonti l’esistenza di un uomo che si fa chiamare Bini (il nome non lo sapremo mai), ma non a dimostrare l’identità tra questo e Majorana, che i giornalisti ritengono già confermata dall’analisi dei Ris”. Il “presupposto dato per scontato” consiste in una minuziosa analisi dei Ris, che dopo lunghi confronti hanno stabilito scientificamente la coincidenza fisionomica tra il volto di Bini e quello di Majorana. Lungi da noi, ovviamente, ritenere infallibile il lavoro degli inquirenti e della magistratura (anche se l’aggettivo “lombrosiano”, utilizzato più avanti da Paura, mi sembra onestamente fuori luogo). Tuttavia, siamo di fronte a una sentenza e a una nuova verità giudiziaria – e in tutto il caso Majorana non si era mai visto nulla di simile. Non dare il giusto peso a questo innegabile dato di fatto, mi puzza – questo sì – di “presupposto dato per scontato”. Detto ciò, va sottolineata anche un’altra cosa: ovvero, che noi non abbiamo dato per scontato proprio nulla. Al contrario: durante le nostre indagini, non abbiamo fatto altro che cercare ulteriori riscontri in questo senso, cercando di confermare – per quanto consentitoci dai nostri mezzi – la fatidica equazione Bini=Majorana. Lo stesso dottor Paura, nella sua appassionata recensione, cita – forse inconsapevolmente – alcune di queste conferme: i punti di coincidenza tra la pista venezuelana e quella argentina, le testimonianze della famiglia Cuzzi, le parole di “sor” Carlo riportate da Fasani, la cartolina di Quirino Majorana, le testimonianze delle sorelle Manfredini eccetera eccetera. Dopo aver rivelato il vizio di fondo dell’intera inchiesta, il nostro recensore racconta di come abbiamo “facilmente” (beato lui!) identificato alcuni tra i testimoni-chiave dell’intera faccenda. C’è l’impressione, tuttavia, che egli tenda – almeno a tratti – a utilizzare le citazioni che più risultano comode per confermare la sua tesi, gettando nel cestino tutte le altre (bias di conferma, I suppose). Un esempio su tutti: dopo aver riportato questa frase di Christian Zamolo “Doveva essere una persona importante (il soggetto è Bini, ndr), forse uno scienziato. Credo che abbiano lavorato assieme, anche se non ne sono sicuro”, Paura si lamenta del fatto che “nulla, dalle testimonianze raccolte, avvalora l’ipotesi Bini=Majorana”. Peccato che la frase precedente – sempre all’interno del medesimo virgolettato di Christian Zamolo – sia esattamente questa: “Fu allora che [mio nonno] mi nominò il signor Majorana, che però si faceva chiamare Bini”. Più avanti si parla dell’ipotesi argentina. Essa è stata partorita in seguito a un lungo lavoro d’indagine portato avanti dal professor Recami (che, tra parentesi, è il massimo esperto della materia, nonché docente universitario di fisica e referente della famiglia Majorana – insomma, non proprio uno sprovveduto). Tale ipotesi, come accennavamo più su, si collega perfettamente con quella venezuelana (abbiamo addirittura verificato, cartina alla mano, che i luoghi frequentati dal Majorana “fasaniano” e da quello “recamiano” distano appena poche decine di metri). Può essere una semplice coincidenza? Difficile avanzare altre ipotesi, visto che la pista di Recami risale agli anni Ottanta, quando Fasani aveva già conosciuto Bini e il “sor” Carlo (e aveva appuntato, dietro la famosa foto, con un tratto d’inchiostro che i Ris hanno confermato risalire agli anni Cinquanta, la scritta “Majorana”), mentre la pista venezuelana, essendo stata divulgata negli anni Duemila, non può aver influenzato in alcun modo il lavoro di Recami. Certo, anche qui manca la pistola fumante (leggasi: cadavere con Dna), ma parlare – come fa Paura – di “indizi piuttosto deboli e privi di prove circostanziate” mi sembra ancora una volta eccessivo. Più avanti, il nostro lettore ci accusa di essere entrati in contraddizione nel tentativo di spiegare perché Majorana, che in Argentina utilizzava il suo vero nome, in Venezuela decise di farsi chiamare Bini. Ecco, forse nell’impeto della scrittura ci stiamo espressi male e non siamo riusciti a farci capire: noi non cerchiamo di spiegare proprio nulla, per il semplice fatto che – su questo punto – non abbiamo in mano alcun indizio concreto. Semplicemente, ci siamo limitati a mettere sul piatto le varie ipotesi: può essere che sia successo X come può essere che sia successo Y. Questo vuol dire entrare in contraddizione? Non più di quanto farsi una passeggiata in campagna significhi non saper nuotare. Ma è il passaggio successivo – dove si parla del nostro viaggio verso San Agustin – a lasciarci ancora più dubbiosi circa le nostre capacità comunicative sul duro fronte della lingua scritta. Stando alla ricostruzione di Paura – che mi permetto di forzare un po’ – il sottoscritto con i suoi colleghi avrebbe simpaticamnete passeggiato senza meta per le campagne a est di Valencia finché, imbattendosi per caso in una coppia di vecchi portoghesi e mostrando loro la famosa foto di Bini, non si sarebbe convinto di aver risolto l’arcano. Ecco, le cose sono andate molto diversamente: i testimoni che hanno riconsciuto la foto – prima a Guacara e poi a San Agustin – sono molti più di due (e nel libro c’è scritto). A San Agustin abbiamo verificato che la urbanizaciòn in questione risalisse a prima degli anni Cinquanta (a differenza di San Rafael, il borgo indicato dagli inquirenti), abbiamo effettuato ricognizioni nel cimitero locale e studiato le vecchie planimetrie di mezzo secolo fa. Non è sufficiente? Può essere, ma se qualcuno sarà in grado di fare di più noi saremo prontissimi a dargli una mano – e questo vale innanzitutto per il dottor Paura. Ancora un paio di appunti sparsi: – La famiglia Majorana non ha “smentito” la perizia dei Ris (come avrebbe potuto, se non con una contro-perizia?) e se il nipote Salvatore non avesse considerato credibile il nostro libro – come affermato da Paura – non vedo per quale ragione avrebbe dovuto scriverci la prefazione (!). Anche qui, in realtà, il nostro lettore tende un po’ – come si suol dire – ad affettare il prosciutto a badilate. Salvatore scrive, infatti, che la sua prima reazione di fronte alla pista venezuelana fu di incredulità, ma che egli ha poi cambiato idea in seguito, dopo aver approfondito e aver letto le bozze del nostro libro. Il che è un po’ diverso da quanto affermato da Paura. – Fasani dice di ricordare la data di nascita di Bini (1906) perché suo padre nacque un anno dopo, e per lui Bini fu un po’ come un secondo padre. Anche questo c’è scritto chiaramente nel libro.

Andrea Sceresini

Risponde Roberto Paura:

Parto innanzitutto da una doverosa precisazione: il mio articolo, necessariamente riassuntivo, non entra nel merito delle minuziose ricerche compiute dagli autori di La seconda vita di Majorana, cosicché il lettore potrebbe avere l’impressione che gli autori abbiano peccato di superficialità nello svolgimento del loro lavoro: lungi da me voler dare un simile giudizio. Il libro merita innanzitutto perché dimostra, in un’epoca di giornalismo superficiale, come si conduca una vera inchiesta, e dà l’idea di quanto lavoro, impegno e persino rischio ci sia dietro un simile progetto. Uno dei rischi – sicuramente meno “letali” di quelli che gli autori si sono trovati ad affrontare in Venezuela – è tuttavia anche quello di “innamorarsi” troppo di un’ipotesi nel momento in cui, dedicando mesi o anni a una ricerca così approfondita, viene meno quel distacco che permette di soppesare più freddamente il valore degli indizi raccolti. In questo senso difendo la mia disamina, pur non possedendo i mezzi né certamente le capacità per poter migliorare il lavoro di Borello, Giroffi e Sceresini.

Quello che evidenzio è che in sostanza sia errato parlare con certezza di una “seconda vita di Majorana”, al punto da ricostruire in appendice al libro una cronologia di questa seconda fase della sua esistenza. Se infatti lo scopo dell’inchiesta era quella di ricostruire la sorta di Majorana in Venezuela, partendo dal dato di fatto che il misterioso signor Bini era in effetti Ettore Majorana, come ha “stabilito” l’inchiesta della procura di Roma, allora il libro fa certamente un grande passo in avanti, dimostrando la veridicità di buona parte delle affermazioni di Fasani. Ma non emerge alcuna vera “pistola fumante” in grado di corroborare in via definitiva l’identità Bini-Majorana. Alcuni punti della replica di Andrea Sceresini mi fanno sorgere ulteriori perplessità: per esempio sul fatto che Christian Zamolo, nipote di quell’ingegner Nardin a casa del quale Fasani scoprì che Bini in realtà era Majorana, non abbia mai parlato prima delle confessioni di suo nonno riguardo Majorana. Si può pensare che Zamolo non sapesse chi fosse Majorana prima di essere intervistato dagli autori del libro, ma è certamente strano che arrivi subito a ricordare che, secondo suo nonno, Majorana si facesse chiamare “signor Bini”. Quando parlo di bias di conferma, mi riferisco anche a queste testimonianze un po’ dubbie, su cui però gli autori fondano tutta la loro ricostruzione. A San Augustín diverse persone affermano di ricordarsi di Bini, ma non portano alcuna prova a sostegno del fatto che Bini fosse uno scienziato o anche solo un ingegnere. Nessuno dubita che il signor Bini sia davvero esistito, perché c’è una foto che lo ritrae. Quello che qui si dubita è sempre l’identificazione così sicura di Bini in Majorana.

Questa sicurezza porta a mio giudizio i tre giornalisti a non indagare a sufficienza sull’altra ipotesi, che cioè nel registro degli immigrati venezuelani a Caracas possa esserci una scheda che riguardi un Bini nato prima del 1906, data di nascita di Majorana, e che questa persona possa essere fatta coincidere con quella conosciuta da Fasani. Non possiamo rifiutare quest’ipotesi solo perché Fasani “ricordava” che Bini sosteneva di essere nato un anno prima di suo padre, quindi nel 1906, stessa data di Majorana. È noto che l’indagine scientifica richieda come criterio la falsificabilità di una teoria: bisognerebbe pertanto provare prima a falsificare la teoria, per poi dichiararla vera, e per farlo si dovrebbe andare a indagare su tutti quegli altri Bini che gli autori non prendono in considerazione perché “troppo vecchi” per avere 50 anni all’epoca della famosa foto con Fasani.

16 pensieri riguardo “Ettore Majorana: il dibattito

  • 19 Ottobre 2016 in 00:50
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    Personalmente sono convinto della bontà dei dati raccolti e delle informazioni pervenute agli autori di questo interessantissimo testo. L’indagine è coerente e ricalca grossomodo il pensiero di come me segue è indaga sul caso Majorana da un quarto di secolo. Personalmente sono certo che in grossa parte il “caso majorana ” sia andato come gli autori dicono… Mi è bastato infatti parlare con una persona con cui il Majorana ha avuto stretti rapporti negli ultimi mesi di vita (ufficiale… insoma prima di sparire!) . Quello ha elimitato tutto i dubbi su ipotesi fantasiose o autolesioniste. …

  • 19 Ottobre 2016 in 00:17
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    Ho fatto delle ricerche in rete,purtroppo il prof.carlos rivera e’deceduto nel 2004,mentre il meitre che si chiamava baudano,colui che ha mostrato la foto di maiorana e’ deceduto nel 1982 (un infarto durante il mundial),se quella foto esistesse davvero? Si potrebbe confrontare con quella del sig.bini,e a questo punto si eliminarebbe qualsiasi incertezza

  • 18 Ottobre 2016 in 23:44
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    Salve
    Ho visto più volte il video pubblicato dal prof.recami sulla scomparsa di maiorana che e’ del 1987,ad un certo punto parla un fisico cileno,Carlos rivera,che racconta che mentre si trovava all’hotel continental di buenos Aires scriveva su dei tovaglioli di carta formule matematiche ed a un certo punto il meitre dice che un’altra persona in passato faceva questa cosa è mostra la foto di un ettore maiorana che a detta del rivera era molto invecchiato,gia negli anni 50 e questo mi sembra sorprendente.perche nella foto di fasani si nota proprio questo partinicolare.
    Si potrebbe rintracciare questo fisico cileno se e’ ancora in vita?

  • 17 Ottobre 2016 in 11:59
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    Premettendo che condivido larga parte di quanto pubblicato nel libro “la seconda vita di majorana ” , ritengo che nell’investigazione della scomparsa di majorana non si possa prescindere da alcuni dati oggettivi non menzionati
    Vero che la prova scientifica arriva solo da un eventrale riscontro con
    DNA, ma molti indizi , possono fornire quegli elementi di prova che servono a suffragare una ipotesi, che gli autori hanno ben strutturato.
    Vorrei far notare che , nelle varie vicende raccontate , esiste una correlazione che lascia quantomeno interdetti. Infatti sia l’eminente Erasmo Recami ( di cui non si dovrebbero porre dubbi sulla qualità delle affermazioni, visto la persona e che ha portato dati chiari e circostanziati), sia il Fasani, che comunque ha raccontato una storia coerente e verificata(almeno nei personaggi e nei testimoni), hanno dichiarato che i testimoni erano tutti concordi su un punto: majorana si era dato all’ingegneria sin da quando era teoricamente arrivato in argentina ( per poi nei primi anni ’50 emigrare in Venezuela ). Bene , solo questa concordanza tra i testimoni basterebbe a far riflettere su una eventuale veridicita’ della vicenda, ma andando oltre esiste un’altra testimonianza diretta dell’interesse di majorana per l’ingegneria, Majorana stesso!!!
    È storicente noto infatti che il fisico, prima di accettare la cattedra di fisica all’università di Napoli, si fosse ritirato per un periodo di tempo a vita privata nella sua Sicilia (solo sulla spinta di suoi eminenti amici decise di partecipare al concorso a cattedra e poi di accettare il posto da professore a napoli) . Nel periodo trascorso in Sicilia, majorana , si dedico proprio a quell’ingegneria che tanto amava e che era stato il suo primo amore. Ricordiamo tutti che lo stesso , quando fu presentato a Fermi , aveva intrapreso il percorso di ingegneria !!!
    Da sottolineare che della passione nel “periodo di riposo siciliano” per l’ingegneria, se ne è parlato solo molti anni dopo la scomparsadel fisico.
    Ovvio tutto ciò non è una prova , ma in ambito investigativo, tali congruenze rendono l’ipotesi degli autori molto realistica.

  • 5 Ottobre 2016 in 10:23
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    Ma Federico Caffè non suscita dibattiti, libri, teorie complottistiche, inchieste giornalistiche, esami del RIS, ecc.ecc.? Perché, rispetto a Majorana, è dimenticato sia da Voyager che dal CICAP?Forse perché non ebbe a che fare con la Bomba Atomica?

  • 4 Ottobre 2016 in 16:53
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    Sto leggendo il libro del quale Sceresini è coautore e lo trovo interessante e frutto di un serio lavoro professionale. Da profano tuttavia – osservando la foto di “Bini-Majorana” – non riesco a capire come si possa pensare ad un uomo di 49 anni, pur precocemente invecchiato.A questo punto sarebbe interessante leggere per intero la perizia del RIS (autorevole sì ma non infallibile…) per capire come sono giunti alle loro conclusioni.
    La presenza in sud america di Majorana comunque nulla ci dice sulla vita dello scienziato tra il 1938 ed il suo arrivo in Sud America (Argentina 1946 ? o quando ?) e questo lascia spazio alle più diverse ipotesi

  • 2 Ottobre 2016 in 21:28
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    Egr. Dr. Palladio di Lino, La ringrazio sentitamente per l’ apprezzamento, che mi rimarrà tra i più ambiti e cari finora ricevuti.

  • 2 Ottobre 2016 in 13:03
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    A questo proposito suggerisco la visione anche dell’ultimo capolavoro di Woody Allen : Cafè Society. L’argomento è caldo anche all’interno della comunità Yiddish. Si parla di SImmetria e di commistioni fra filosofia ebraica e cristiana. Grande collegamento !!! Non pensate all’articolo sulla simmetria fra Elettrone e Protone del prof Majorana ? l’ultimo su articolo pubblicato ?

  • 2 Ottobre 2016 in 12:59
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    Apprezzo tantissimo il commento del sig. Aldo Grano dove mette in risalto il conflitto fra due scuole di pensiero e fra due università contrapposte, dovremmo utilizzare la teoria dei gruppi che il Prof Majorana e Prof Gentile utilizzarono per individuare bene prima a livello di particelle questi due gruppi differenti e poi estenderle a livello politico, visto che penso sia la stessa cosa. Grande abbinamento con Bianca Cappello. Interessantissimo.

  • 29 Settembre 2016 in 16:16
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    Che il caso del Prof. Ettore Majorana (non dimentichiamoci il Prof. davanti al nome e cognome), non sia chiuso, si comprende bene anche dalla lettura del libro “La seconda vita di Majorana”, ed è ovvio, allo stato dell’arte. Trovo molto attenta e inedita l’indagine che hanno condotto i tre giornalisti, specie in ordine all’identificazione (importantissima)di molti di coloro che hanno avuti rapporti con il sig. Bini, che è assodato essere vissuto e che, a parere mio, è probabile possa essere identificato con il Professore. Non possiamo credere, infatti, che elementi come le analisi dei RIS siano una sorta di scampagnata, perché altrimenti dovremmo pensare se è il caso di spalancare le porte delle patrie galere per molti individui condannati mediante prove ottenute dai RIS stessi. E sui personaggi analizzati dal libro che dire? Francesco Fasani, pur con qualche imprecisione, forse, e visto il tempo che è passato da quando si sono verificati i fatti, ha reso informazioni quasi tutte verificate positivamente. In modo particolare la esatta esistenza di Ciro, di Carlo, di Nardin. Perché proprio il sig. Bini dovrebbe essere frutto dell’immaginazione o da non ritenersi valido elemento solo perché potrebbe essere più vecchio dei circa cinquanta anni attribuitigli da Francesco Fasani? Inoltre vi è una figura che potrebbe rappresentare la chiave di svolta all’intera vicenda: l’ingegner Nardin. Christian Zamolo, suo nipote, è un testimone assai credibile, molto misurato nei termini usati nell’intervista, per ovvi motivi. Quel che dice appare molto vicino alla realtà se si pensa che, come sembra, il sig. Bini sarebbe vissuto in Venezuela anche grazie al lavoro procuratogli dall’ingegner Nardin. Oltre a possibili lavori tecnici eseguiti per la centrale elettrica di Bàrbula, il sig. Bini potrebbe benissimo avere lavorato in progetti per il governo venezuelano, proprio grazie a Nardin. D’altra parte non dimentichiamo mai che Ettore Majorana, prima di diventare professore di fisica teorica, aveva una formazione prettamente ingegneristica. Mi sembra, in realtà, che il libro contenga moltissimi elementi, diversi filoni di indagine che potrebbero essere ampliati e approfonditi. Mi riferisco specialmente a quelli che potrebbero portare al ritrovamento di scritti, documenti, progetti, calcoli, relazioni, equazioni, riconducibili al sig. Bini. Così si scatenerebbe la ricerca degli elementi mancanti (perizie calligrafiche ecc.). Credo che il lavoro dei tre giornalisti sia fondamentale, assieme a quelli compiuti nel passato, primo tra tutti quello condotto dal Prof. Erasmo Recami, per la ricerca della verità sul caso del Prof. Ettore Majorana. Si tratta ora di proseguire su questa solida base e invito Lorenzo, Giuseppe ed Andrea ad andare avanti, nella speranza che l’approfondimento della cronaca e della storia possa portare, di pari passo, ad una maggiore informazione scientifica, probabilmente fondamentale per la storia della fisica e per quella della fisica moderna in particolare.
    Marco Guiduzzi (Cesena)

  • 24 Settembre 2016 in 21:12
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    Mi perdoni: ci sono perizie e perizie. Quella pubblicata su Repubblica nel 2010 è stata sbugiardata in tutte le salse (a proposito: quale sarebbe l'”ente molto importante”? Io non l’ho mai capito). Non credo che i Ris, durante mesi di indagini che hanno prodotto un approfondito dossier, si siano limitati a tracciare qualche riga con la squadra su qualche vecchia foto. Che le prove della coincidenza tra Bini e Majorana si limitino alla foto, peraltro, è assolutamente falso.

  • 24 Settembre 2016 in 19:36
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    Chiarisco un punto: nel 2010 uscì un articolo sul quotidiano “La Repubblica” intitolato “la ricomparsa di Majorana” in cui venivano i pubblicati i risultati di una perizia fatta da un ente molto importante che individuava con un alto indice di probabilità Ettore Majorana in un uomo fotografato con Eichmann si una nave che andava in Argentina. È normale essere critici e prudenti quando si ha a che fare con perizie antoprometriche che individuano Ettore Majorana una volta con un tizio, un’altra volta con un altro…
    È anche per questo che si fanno ulteriori accertamenti e indagini. La perizia da sola non può bastare.
    È vero che il caso del Sig. BINI è diverso da quello del 2010… ma la prudenza è comunque necessaria.
    Non ci si può arrabbiare per questo.

  • 24 Settembre 2016 in 18:30
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    Non vedo in che modo la famiglia Majorana possa “smentire” una perizia scientifica senza quantomeno eseguire una contro-perizia, ugualmente scientifica. E’ una cosa che onestamente proprio non capisco: è come sommare le pere con le patate, che senso ha? O affermiamo che la perizia dei Ris (accolta dalla procura di Roma e “trasformata” in sentenza) NON ha valore scientifico – e vorrei sapere chiaramente in base a quali elementi, perché e secondo quale autorità – oppure sarebbe ora di accettarla per quello che è: una perizia scientifica, per l’appunto, che non sarà il vangelo (e ci mancherebbe) ma neppure può essere “smentita” dall’opinione personale di chicchessia…

  • 24 Settembre 2016 in 10:01
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    Ho letto il libro. E’ molto interessante: diamo merito ai tre giornalisti di essere andati fino in Venezuela per verificare questa storia. Il Venezuela di oggi è un Paese al collasso e molto pericoloso. Hanno fatto molto di più di quello che ha fatto la Procura di Roma. Nonostante tutta la mole di notizie raccolte, ancora oggi l’unica cosa che collega tale Signor Bini a Ettore Majorana è la perizia dei RIS di Roma. Oltreché, naturalmente, la dicitura sul retro della cartolina di Fasani con scritto “Bini-Majorana”. Quindi, bisogna essere molto prudenti soprattutto alla luce di questi nuovi elementi. La perizia da sola non basta, ci vogliono altri elementi certi e convergenti che possano portare a confermare ciò che dice la Procura di Roma. E cioè che tale Bini sia in realtà Ettore Majorana. Allo stato delle cose questi altri elementi non ci sono. Ciò che hanno raccolto i tre giornalisti si può prestare ai più spiegazioni e più interpretazioni di questa vicenda raccontata dal Fasani. Concludo dicendo che, come giustamente un lettore del libro mi ha fatto notare, il fatto che la famiglia Majorana non abbia mai smentito la perizia del RIS di Roma, non significa assolutamente che chi tace acconsente. L’esponente della famiglia Majorana che ha scritto la prefazione del libro è un parente alla lontana di Ettore: infatti, è un nipote di un cugino di Ettore. Certamente sarà convinto della bontà di questa inchiesta per aver scritto la prefazione, ma non rappresenta il giudizio dei parenti più stretti di Ettore Majorana, che sono i 3 figli del fratello Luciano e un figlio della sorella Rosina. Ciò detto, è giusto che i giornalisti continuino ad indagare su questa vicenda anche e soprattutto alla luce degli elementi che hanno raccolto.

  • 23 Settembre 2016 in 14:32
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    Apprezzo molto la passione critica con la quale il dottor Paura affronta il caso-Majorana (ce ne fossero!). Tuttavia, anche questa volta, mi sento in dovere di precisare un paio di cose. Ovviamente, prima di metterci in viaggio per Caracas, investire dei soldi (nostri) in questo progetto e trascorrere tante allegre giornate a sfrugugliare tra gli archivi del camposanto di Valencia, ci siamo anche fatti qualche domanda. Molte pagine del libro – a onor del vero – sono dedicate proprio alla descrizione dei nostri dubbi. Ad esempio: e se Fasani si fosse inventato tutto? E se Bini fosse stato un impostore? Per quanto concerne le relative risposte – che occupano qualche paragrafo – chiediamo al lettore di riprendere in mano il volume: riportare tutto qui sarebbe un’operazione un po’ lunghetta. In definitiva – nei limiti della natura non divinatoria del nostro pensiero – crediamo però di aver fugato molti dei suddetti dubbi. Venendo dunque alla questione sollevata da Paura (che rientra in pieno nella casistica di cui sopra): se avessimo trovato un Giuseppe Bini nato nel 1902 o nel 1892, chiaramente la cosa ci avrebbe insospettiti. Come scritto a chiare lettere a pagina 58 del libro, i Bini venezuelani sono dieci, di cui otto uomini e due donne. Essendoci permessi di scartare le due donne, ci siamo concentrati sugli otto uomini, le cui età, come ripetuto nel libro, non sono compatibili con quelle dell’uomo presente nella fotografia con Fasani. Cosa significa “non sono compatibili”? Significa che parliamo di gente nata o nel 1860 o nel 1950, oppure arrivata in Venezuela nel 1970: in un range temporale, insomma, che proprio non può avere nulla a che fare con l’età dell’uomo presente nella fotografia. Le schede di quattro dei dieci Bini in questione sono peraltro riportate tra i documenti allegati al libro. Per concludere, se mi è permesso, una domanda vorrei farla io: ammesso che il nostro Bini non sia Ettore Majorana (nonostante le varie conferme raccolte a riguardo, che per il momento mettiamo da parte), come vogliamo spiegarci il risultato delle analisi scientifiche svolte dai Ris? Quale è la percentuale di fallibilità? Quanti di noi, insomma, assomiglierebbero a Ettore Majorana (tanto da indurre la magistratura a emettere una sentenza in tal senso)? E poi: se veramente Fasani avesse mentito – e doveva essere un genio assoluto per creare un impianto probatorio così complesso e ramificato (e con quale fine poi? Mah!) – per quale ragione avrebbe fornito agli inquirenti proprio la prova-chiave delle sue menzogne, ovvero la foto di Bini (falsa, evidentemente), sapendo che i Ris l’avrebbero smascherato in quattro e quattr’otto?

  • 23 Settembre 2016 in 11:29
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    Ma cosa volete che sia la diatriba sulla seconda vita di Majorana, a confronto di quella sull’ avvelenamento di Bianca Cappello e Francesco I de’ Medici ad opera del Cardinale Ferdinando? Il Mystero ha appassionato talmente tanto i Fiorentini che dopo 4 secoli si litiga ancora. con tanto di lavori chimico tossicologici su resti cimiteriali,( pubblicati addirittura sul BMJ!!!) e poi smentita al DNA. Di sottofondo, l’ eterna contesa tra Fiorentini e Pisani, in questo caso delel due contrapposte Università. Speriamo che la diatriba sulla fine di Ettore Majorana duri qualche secolo di meno!
    http://www.paleopatologia.it/articoli/aticolo.php?recordID=141

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