Animalisti o animalari?

Articolo tratto da Query 20.

Qualche tempo fa ho avuto un’interessante conversazione su Facebook a proposito dell’uso della parola “animalari”. Ne è nata qualche riflessione, che vorrei condividere in questa rubrica, su come affrontare le divergenze di opinioni.

Ma prima di tutto che cosa sono gli “animalari”, si chiederà qualcuno? I lettori di Query che frequentano Facebook probabilmente avranno già sentito questa parola. Per quei pochi eccentrici che ancora preferiscono la vita reale alle discussioni sui social network, “animalari” è l’espressione tra lo scherzoso e il dispregiativo con cui alcuni identificano coloro che in nome dell’animalismo sostengono idee assurde e antiscientifiche e arrivano a commettere atti violenti.

L’oggetto della discussione non erano le azioni degli “animalari”, dalle minacce di morte a chi fa sperimentazione sugli animali all’uso di immagini false e teorie pseudoscientifiche nelle campagne contro la “vivisezione”. Che questi comportamenti esistano e siano da condannare siamo tutti d’accordo, compresi molti animalisti che li considerano inaccettabili e controproducenti.

La questione che mi interessava, e che vorrei discutere in questo numero della rubrica, è un’altra: se usare etichette sarcastiche come “animalari” (ma lo stesso ragionamento vale in molti altri campi, come la difesa dell’ambiente, le scelte alimentari e così via) sia un modo efficace ed eticamente corretto per affrontare le controversie e contrastare il fanatismo.

Io penso di no. In generale il dileggio e l’insulto non sono efficaci: servono a sfogare la rabbia e la frustrazione, ma non ad accreditarsi come obiettivi e imparziali di fronte a un pubblico che magari non ha un’idea precisa e vorrebbe sentire argomentazioni valide anziché scambi di insulti. Ma ho già pontificato a sufficienza su questo argomento e non vorrei ritornarci: qui vorrei invece affrontare un altro aspetto specifico.

Nella mia chiacchierata su Facebook mi è stato obiettato che di solito chi usa la parola “animalari” non lo fa in pubblico, ma quando parla con amici, in un contesto ironico e con un linguaggio più rilassato. È un’osservazione corretta, che fa cadere il discorso dell’utilità nel dibattito pubblico, ma secondo me non chiude la questione. Rimane infatti aperto un altro punto.
Che cosa implica l’uso di etichette sarcastiche come questa, che venga esplicitato o meno? Ci sono due conseguenze negative, secondo me.

La prima è esasperare il conflitto. Un “animalaro”, che glielo dica in faccia oppure no, non è semplicemente qualcuno che, come me, ha idee giuste e sbagliate, e con il quale magari sono d’accordo su molti altri argomenti. È qualcuno che identifico in tutto e per tutto in base a quell’etichetta e che per definizione sta dalla parte del torto. Il confronto con questa persona non è più una normale discussione con torti e ragioni da entrambe le parti ma diventa una guerra tra la ragione e il torto… dove naturalmente io sto dalla parte giusta.

La seconda conseguenza è spostare il conflitto dal piano delle idee al piano personale: nel momento in cui considero qualcuno “animalaro” non gli sto chiedendo di cambiare idea su un singolo argomento, ma di abbandonare la propria identità di animalaro, di “convertirsi” a una visione differente.

Quanto è irritante che qualcun altro riduca tutta la mia complessa personalità a un singolo aspetto, per di più guardandomi con disprezzo e paternalismo? E quante probabilità ci sono che riesca a farmi cambiare idea? Se non è giusto e non funziona con me, perché dovrebbe essere giusto e funzionare con gli altri?

Si potrebbe ribattere che i veri interlocutori non sono gli estremisti, ma le persone ragionevoli; non gli “animalari” ma gli animalisti. Ammettiamo che sia così, ma questo non cambia i termini del problema: a che cosa serve classificare le persone con generalizzazioni discutibili? Serve a far capire che le loro idee sono sbagliate? Allora perché non criticare direttamente le idee?

Il fatto è che criticare le idee è molto più complicato. Stiamo parlando della validità scientifica della sperimentazione animale? o della sua sostenibilità etica? o delle condizioni in cui in pratica sono trattati gli animali da laboratorio? Si tratta il più delle volte di problemi complessi, che hanno una dimensione non solo scientifica ma anche etica e pratica, che bisogna affrontare per la civile convivenza. Questioni del genere difficilmente hanno una soluzione univoca; richiedono piuttosto una mediazione tra le diverse esigenze in gioco. Per esempio, si potrebbe trovare un accordo sulla sperimentazione animale per i nuovi farmaci ma non per i cosmetici o per i prodotti già abbondantemente testati, oppure si potrebbe cercare qualche altro compromesso.

Ecco che cosa succede se smetto di criticare le persone: non posso più cavarmela con uno slogan ma devo accettare una discussione alla pari, in cui l’obiettivo è quello di mettersi d’accordo su come stanno le cose e non semplicemente dimostrare che io ho ragione e l’altro ha torto. Certo, comincerò la discussione pensando che le mie idee siano giuste e quelle altrui siano sbagliate, ma se sono intellettualmente onesto sarò anche disposto a lasciarmi convincere che alcune delle mie idee possano essere sbagliate: altrimenti non sarebbe una discussione ma una trasmissione monodirezionale. Questo tra l’altro vale anche per il rapporto tra scienza e società: nell’attuale comunicazione della scienza è tramontata l’idea della comunicazione a senso unico in cui gli scienziati colmano il “deficit” di conoscenze dei cittadini e si è affermata, o dovrebbe averlo fatto, l’idea di uno scambio in cui ognuno ascolta le ragioni degli altri.

Se questo ragionamento non vi convince, provate a pensare che tutti noi abbiamo cambiato idea rispetto a qualcuna delle idee che avevamo in passato e che ora consideriamo sbagliata. Se siamo in grado di applicare il principio di induzione, dovrebbe esserci chiaro che anche nelle nostre idee attuali ce ne sono alcune che in futuro abbandoneremo perché sbagliate. Non possiamo sapere quali, altrimenti le avremmo già abbandonate. Quello che ci serve non è qualcuno che ci disprezzi perché non siamo perfetti, ma qualcuno che ci aiuti a capire perché certe nostre idee sono sbagliate. Tutto qui. È la stessa cosa di cui hanno bisogno gli altri.

Insomma, pensare che il mondo si divida in “animalari” e persone ragionevoli non aiuta a convincere gli altri, anzi crea una divisione artificiale che ostacola la comprensione reciproca.

Allora perché viene così spontaneo usare queste etichette? Per essere sincero, credo che il desiderio di classificare le persone non risponda a un’esigenza razionale, ma puramente emotiva: mi permette di fare ordine (per quanto illusorio) in una realtà complessa, mi rassicura sul fatto che il mio gruppo ha ragione e l’altro gruppo ha torto, mi dà un senso di superiorità e mi risparmia il faticoso compito di andare a vedere di volta in volta come stanno le cose. Ma è tutto il contrario dello spirito critico. Chi vuole esercitare lo spirito critico non può ragionare per schieramenti, altrimenti farebbe come i seguaci di Brian di Nazareth nel film dei Monty Python, che ripetono tutti in coro «Siamo tutti degli individui!» e «Ognuno di noi è diverso!»

Concentrarsi sulle idee anziché sulle persone secondo me ha un doppio vantaggio: non solo permette di criticare le opinioni degli altri in modo più costruttivo, ma dà anche la possibilità di essere più aperti al loro punto di vista e, di conseguenza, di imparare qualcosa di nuovo.

39 pensieri riguardo “Animalisti o animalari?

  • 28 Settembre 2018 in 10:47
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    Bellissimo articolo.
    Lo rileggo sempre con piacere.
    Complimenti!

  • 11 Giugno 2015 in 17:04
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    @ Giuseppe o carne tuosto

    o si trolla in un senso o si trolla nel senso opposto, come diceva qualcuno deceduto a suo tempo ‘In medio stat virtus’ e la Scienza, quella fatta dalle persone serie, di questa massima ne utilizza modi e metodi, riconoscendo quale specie sia utile e quale no. La Scienza non impiega, a scopo di ricerca, animali a caso e non produce sofferenze a caso…….l’appello di chi vuole nessun animale morto o tutti scannati è un appello del piffero, non utile e non realizzabile! per fortuna……

  • 4 Giugno 2015 in 13:55
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    La sperimentazione animale e’ cosa buona e giusta ogni animale deve servire al progresso e alla salute dell’uomo altrimenti cosa sarebbe stato creato a fare uno scimpanze’ oppure un cane o uno stupido gattaccio

  • 4 Giugno 2015 in 13:53
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    Mangiate la carne se volete vivere in salute! Red canzian e’ vegano due o tre infarti,il cantante dei bee gees vegetariano deceduto cancro al colon ,marco columbro si faceva fotografare con le melanzane in mano emorragia cerebrale se ricordo bene o ictus e non aveva nemmeno 50 anni,ma l’elenco posso allungarlo di altri perlomeno 30 vegani vegetariani che sono crepati a furia di mangiare tofu e sedano .

  • 4 Giugno 2015 in 13:50
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    Io sono diventato vegano ,mangio e mi nutro solo di animali erbivori ha ha ha ha ha ha W la ciccia alla griglia siete tutti invitati stasera alle ore 21 ho macellato 4 pecore due maialini 12 polli ruspanti tutto rigorosamente scannato a coltello in mattatoio comunale qualche giorno di frollatura e stasera tutto allla brace alla faccia degli animalisti che pigliano soldi a palate e non sanno distinguere nemmeno un pollo da un coniglio a proposito ho ammazzato anche 6 conigli da fare allo spiedo.

  • 10 Maggio 2015 in 08:07
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    Ciao,

    bell’articolo in linea con una mentalità aperta, etica e morale.

    Lo stesso discorso però andrebbe fatto agli antispecisti vegani, quando vieni apostrofato come “mangiacadaveri”, non vedo molta differenza in ciò, anche perchè chi ti critica, prima era come te, ora si è voluto ad un piano superiore (guarda caso), e ti GIUDICA senza alcuna attenuante, se mangi carne sei un mostro, ed il dialogo va in fumo. 😉

    bye

  • 8 Maggio 2015 in 23:35
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    Ho letto con interesse l’articolo ed è sempre piacevole constatare che oltre agli scatenati da social network esistono anche persone diverse con una visione d’insieme più ricca ed elaborata. Condivido molti punti espressi dall’autore e in particolare la questione più generale dell’etichettatura. Sono contrario alla SA per motivi etici e giudico la pratica della SA profondamente immorale, ma ritengo sciocco etichettare i ricercatori, come fanno certi animalisti, come persone sadiche e crudeli, un’opinione che non tiene conto della complessità del comportamento umano.

    Entrando nel merito dell’articolo, a mio parere il problema non è solo l’uso dell’espressione “animalaro”, quanto l’uso che di questa espressione ne viene fatto. Benchè questa espressione dovrebbe indicare, secondo una certa sottocultura del web, un animalista eccentrico, aggressivo e sconclusionato, questa etichetta viene usata con evidenti intenti denigratori contro l’intero movimento animalista in un tipico argomento ad hominem. Per coloro che sono avvezzi a parlare di “animalari” il solo fatto che qualcuno ritenga la SA una pratica immorale automaticamente lo rende classificabile come fanatico estremista ignorante (altre etichette usate frequentemente dalle stesse persone) e lo relega nella schiera degli “animalari”. Ma dal momento che il pensiero animalista è incompatibile con la pratica della SA, ne consegue che per queste persone non esistono animalisti, ma solo “animalari”.

    Da qui tutti gli appelli sensati e condivisibili dell’autore a cambiare modo di porsi per evitare l’esasperazione del conflitto, cercare un dialogo costruttivo, guardare l’altro con una mente più aperta, cadono nel vuoto quando ci si rende conto che chi vede la comunità animalista come una massa informe racchiusa sotto l’etichetta “animalari” non ha alcun interesse a instaurare un dialogo e cercare una discussione matura. Non è d’altronde un caso che sempre più spesso l’espressione “animalaro” viene alternata dalle stesse persone alla sua variante di uso più recente “animalaTo”, un’espressione molto significativa della ristrettezza mentale di chi ne fa uso.

  • 6 Maggio 2015 in 20:11
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    @Marelli

    ” Io sono un fisico e quando dico di essere contro la sperimentazione animale, chi non la pensa come me mi dice di stare zitta perché non sono una lfe scientist.”

    Non è onesto intellettualmente sostenere di essere un Life Scientist e poi scrivere un pezzo giornalistico sulla Talidomide infarcito di infinite inesattezze come solo un ignoramus laureato in YouTubologia Applicata potrebbe fare. Ti sono stati fatti presenti gli errori, educatamente e con tanto di riferimenti bibliografici verificabili. Di fronte alla esorbitante quantità di evidenze mostrate, anziché “fornire prove a sostegno delle proprie argomentazioni” e/o cambiare idea, ti sei radicalizzata sui tuoi preconcetti, per poi passare al ban selvaggio su Facebook.

    Scusa, ma questo tuo comportamento non fa altro che avvalorare la tesi secondo cui chi è pro-malattia e/o pro-ecoterrorismo non è affatto incline al dialogo, né ha voglia di cambiare idea di fronte a dati e fatti scientifici verificabili. Oltremodo, fregiarsi del titolo di “divulgatore scientifico” quando poi si è falsificato un articolo di divulgazione scientifica usando come fonti anche siti web animalisti (ovviamente di parte e sostenitori di pseudoscienze) mi sembra una doppia presa per il fondelli.

  • 5 Maggio 2015 in 10:30
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    @ PP:
    infatti il termine ‘animalista’ non significa granchè, ha prevalentemente connotazioni negative, ostruzioniste, ribelli …. come vorresti che fosse usato? Qual’è la differenza fra uno scienziato che accudisce gli animali domestici e contemporaneamente ne contempla l’utilizzo per la sperimentazione ed un altro individuo che, facendo un altro mestiere, accudisce un animale domestico ma si oppone al loro impiego per sperimentare le future cure che ricadranno su di lui o sulla sua discendenza; chi è più animalista dei 2? e perchè?

  • 4 Maggio 2015 in 17:09
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    Mentre vado a comprare i popcorn lascio uno spunto di riflessione: io sono un animalista e non tollero che i deliri degli invasati seguaci di una setta religiosa, i tentativi di disinformazione di presunti “scienziati alternativi”, le manipolazioni politiche di arruffapopolo senza scrupoli e tutta questa masnada di dementi si approprino della definizione di “animalista”.
    È come se (so di scatenare un putiferio, ma prometto di tornare con i popcorn…) gli omofobi iniziassero a autodefinirsi “eterosessuali”, nel senso che le loro tesi sono “la posizione degli eterosessuali” e riuscissero in ciò a tirarsi dietro i media: se il Sig. Ferrero domani sentisse al TG4 “Disordini al Gay Pride, un gruppo di eterosessuali ha fatto irruzione spaccando tutto” credo che comprenderebbe la necessità di usare termini diversi per definire posizioni diverse.
    Similmente quando io sento “Un gruppo di Animalisti ha fatto irruzione in un laboratorio dell’università e ha spaccato tutto” mi bolle il sangue: quel branco di balordi NON HA DIRITTO di usare la definizione “Animalista”. Occorre trovare un altro termine.
    Personalmente non mi piace “animalaro” e non lo uso quasi mai, piuttosto tendo a usare “teppista” o “fanatico estremista”.

  • 4 Maggio 2015 in 16:27
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    @ chi non desidera la sperimentazione animale: Lo/a invito caldamente a rinunciare a tutti i veri farmaci da farmacia (ho detto VERI) da subito…….morirà rapidamente, felice e pensando ‘io sono animalista e contro la S.A’.
    @ chi vuol capire (davvero) perchè la sperimentazione animale serve: Ci sono le Università ed i corsi predisposti ad hoc per capire invece di parlare, consiglio Scienze Biologiche con ind. biomolecolare.
    Se studiare, comprensibilmente, costa sforzi economici e fatica fisica si accontenti di quello che dicono coloro che hanno avuto il coraggio di farlo e concentri le sue energie su qualcosa di più proficuo nella sua vita.
    F.to un Biologo che è ovviamente favorevole alla Sperim. Animale e che è stato amorevole padrone di numerosi animali da compagnia negli ultimi 40 anni e tuttora ne possiede uno (cane)

  • 4 Maggio 2015 in 11:27
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    Articolo interessante che esprime concetti apprezzabili, politically correct e ragionevoli.
    Quello che viene trascurato è il fatto che per rientrare nella categoria degli animalari bisogna avere delle caratteristiche ben precise, prima fra tutte l’essere convinti di essere portatori di verità evidenti che non hanno bisogno di discussioni, sono vere senza sé e senza ma!
    Esempio:tizia animalara all’indomani del terremoto in Nepal con migliaia di morti, è riuscita a dire che ben gli stava, anzi il terremoto doveva essere più forte e fare più morti, perché i nepalesi hanno delle tradizioni con uccisioni rituali di animali (SIC!)…
    L’autore capisce bene che con simili bestie non ci si può mischiare, per cui o si è umani e allora non si è animalari o non si è umani per cui non si vede perché perdere tempo a cercare un dialogo…
    naturalmente laddove gli animalari capissero (motu proprio) che il cervello non serve per separare le orecchie il discorso potrebbe cambiare!

  • 2 Maggio 2015 in 15:44
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    @Rodolfo, ogni tuo commento è pleonastico: già l’autore dell’articolo prende in analisi e esprime pareri personali esclusivamente sul comportamento di chi mal tollera proprio la violenza nel diffondere come “religione” quelle propagande che sono censurate da CICAP. Poi, sicuramente leggo male, in alto a destra leggo: “Query è la rivista ufficiale del CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze.” Proprio per questo mi aspetto analisi un po’ più approfondite, contestualizzazioni, meno opinioni personali (o “pontificazioni”, per citare). L’idea di fondo è ottima, il principio encomiabile… il “veicolo” mi ha lasciata un po’ perplessa. Tutto qui.

  • 1 Maggio 2015 in 15:46
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    # Monica Marelli

    “chi non la pensa come me mi dice di stare zitta perché non sono una lfe scientist.”

    Non travisare la realtà, ho visto e letto la tua bacheca in lungo e in largo, e se c’era un commento simile non sono riuscito a trovarlo, quindi non spacciarlo come la norma.

    Piuttosto ho visto tanti commenti argomentati, a cui tu, puntualmente, NON rispondi, anche perché preferisci dare vento alle emozioni e imbavagliare qualsiasi ragionamento scientifico.

    Ti presenti come scienziata contro ma hai modo di offrire soluzioni alternative, per giunta ospiti e sostieni tutte le posizioni anti-scientifiche che vengono presentate.

    Insomma, non puoi comportarti da gattara emotiva e pretendere di essere trattata da scienziata.

  • 1 Maggio 2015 in 15:36
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    @ Andrea Ferrero

    Animalari è stato creato per non offendere gli animalisti veri, quelli che puntano al bene possibile per gli animali, e distinguerli da chi vuole IMPORRE la propria etica a tutti, usando anche la violenza.

    Non è nato per insultare di più gli animalari, ma per non insultare gli animalisti.

    Lamentarsi delle generalizzazioni e poi lamentarsi anche quando si cerca di evitarle non è onesto, ma tipico chi cerca delle scuse per sentirsi superpartes e superiore.

  • 1 Maggio 2015 in 15:30
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    @Rodoldo Rolando

    “il mio post intendeva dire che non sono per nulla solo gli “animalari” ad essere violenti, ma anche taluni sostenitori della sperimentazione.”

    Scusa Rodolfo, potresti mostrarmi in quali occasioni i ricercatori o i sostenitori della SA hanno pubblicato e affisso volantini, con nomi e cognomi e indirizzi, istiganti alle molestie verso degli animalisti, oppure l’hanno scritto direttamente sui muri delle case, oppure hanno dato fuoco ad un canile, oppure hanno saccheggiato e distrutto e rovinato ricerche su metodi alternativi?

    O anche mi puoi mostrare la percentuale dei commenti in cui insultano, augurano la morte e le peggior torture agli animalisti e ai loro figli?

    Anche non riesco a trovare documentazioni su manifestazioni di ricercatori che danno degli assassini agli animalisti, con striscioni e megafoni, o anche solo mi potresti dire quante volte i ricercatori sono andati a disturbare urlando come ossessi i loro slogan nelle conferenze animaliste?

    Sai, anche cercando gli estremismi, le due parti hanno estremi ben diversi, e trovo colpevolmente superficiale parlarne come se fossero equivalenti.

  • 1 Maggio 2015 in 08:21
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    L’articolo mi pare un po’ di maniera. Un ‘dategli le brioches’ che nasce da una mancanza di conoscenza del contesto.
    Alcune considerazioni di base per inquadrare il problema:

    1) la scelta animalista(come tutte le scelte umane dopotutto) è emotiva: sono persone che soffrono (davvero) nel solo pensare che possa venir fatto del male ad un animale (ma spesso non ad un essere umano).

    2) in alcune di esse questa sofferenza è strabordante, cercare di ragionare però con una persona in sofferenza emotiva che ti sta già lanciando addosso parole come armi contundenti e da taglio è pressoché inutile se non dannoso. È tutt’al più necessario identificare sistemi di contenimento e su questi è aperta ampia discussione.

    3) in ogni caso, poiché il tempo, come qualcuno faceva notare, è una risorsa finita, è necessario ottimizzarlo evitando di sprecarlo con coloro che sono in sofferenza emotiva.

    4) la vera raccomandazione è semmai di non inserire nel novero degli animalari anche chi animalaro non è e di non usare metodi animalari perché ‘animalaro è chi l’animalaro fa’ e questo vale anche se ci si ritiene razionalisti o animalisti moderati. A fare gli ‘animalari’ si passa automaticamente dalla parte del torto. Meglio troncare la discussione.

    P.S. Monica Marelli, nemmeno io mi occupo di sa nella vita, però trovo che spesso nei tuoi pezzi sul tema manchi di rigore. E me ne accorgo io che lavoro con le piante.

  • 30 Aprile 2015 in 19:57
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    Onestamente il pezzo mi lascia un po’ perplesso.

    Trascura in primis il principale motivo per il quale si utilizzano le cosidette “etichette”: il principio di economia, ovvero il rendere in maniera immediata e concisa un concetto, per quanto generale e non esaustivo, limitato ad un certo ambito.

    Secondariamente, l’autore incoraggia al dialogo (ed è una cosa buona), ma dimentica che ciò che in teoria è auspicabile non è detto sia una buona pratica.

    Il tempo personale è una misura finita: non potendo perciò per ovvie ragioni discutere con tutti (in particolare nell’era dell’IT nella quale siamo in contatto con decine di migliaia di persone) diventa essenziale selezionare gli interlocutori, cercando di farsi un’idea su quali sia opportuno investire il proprio tempo.

  • 30 Aprile 2015 in 18:44
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    Francesca, credo ci sia un misunderstanding – il mio post intendeva dire che non sono per nulla solo gli “animalari” ad essere violenti, ma anche taluni sostenitori della sperimentazione.

    Per tutti gli altri, invece, il punto è che, per il CICAP, non c’è nessuna guerra contro gli animalisti, o “animalari” che siano. Se un animalista dichiara che si facciano torture su primati coscienti per sperimentare dei cosmetici, è compito del CICAP smentire tutte le affermazioni non vere: il CICAP si occupa di verificare appunto le affermazioni pseudoscientifiche. Se aggredite nel nome del CICAP un animalista perchè sostiene che non sia giusto sperimentare sui topi, state facendo un danno al Comitato: l’etica è una scelta personale che non ha nulla a che fare col metodo scientifico. Nel CICAP coesistono etiche diverse, pur confrontate con lo stesso metodo.

  • 30 Aprile 2015 in 17:28
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    Rodolfo Rolando, in tutta sincerità quando qualcuno inizia una guerra perde il diritto di lamentarsi se l’avversario a sua volta gli spara addosso. Pi penso si sappia tutti che è stata una frangia del movimento animalista, quella poi etichettata come “gli animalari”, ad iniziare ad usare toni del genere contro gli “avversari”; quindi se si vogliono abbassare i toni e tornare a forme di reciproco rispetto, è chi per primo ha alzato il vessillo che deve abbassarlo.

    Gli animalisti “seri” ci sono, lo so benissimo, e quindi se si vuole un dialogo utile la cosa migliore che queste persone potrebbero fare è dare una regolata agli “oltranzisti” del loro movimento, e magari tentare di alzarne un minimo il livello, visto che persino esponenti di primo piano del c.d. “antispecismo” come Caffo hanno affermato (cito letteralmente, senza intenti polemici) che “l’animalista medio è un coglione”

  • 30 Aprile 2015 in 17:16
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    Dal mio punto di vista, anche concordando con il bell’articolo di Andrea, sono dell’opinione che tanta dialettica sia completamente sprecata con un estremista. Che sia un “animalista”, un “cattolico” o un “nazista”, quando la persona di fronte a me afferma di essere in possesso esclusivo della “verità”, e via dicendo, non sono possibili mediazioni di sorta, dialogo, crescita. L’uso di termini ironici per definirli viene recepito come insulto solo da chi non ha la capacità di saper ridere di sè, classico degli estremisti più accesi. Non è una questione che riguardi solo il mondo degli animalisti: il meccanismo aberrante alla base è il medesimo degli integralisti islamici, o di quelli cattolici, degli ultrà, e via dicendo come identica ne è l’incapacità di saper dialogare e ragionare. Quindi, a fronte della indiscutibile voglia che avrei di ricorrere ad insulti estremamente più pesanti, trovo che saper limitarsi ad una bonaria presa per i fondelli possa, semmai, dimostrare la mia capacità di autocontrollo e di educazione, ben distante da chi minaccia morte e distruzione nei confronti di un pensiero diverso. Infine non posso non notare che certe posizioni sono frutto di scelte che, sebbene mi siano incomprensibili, appartengono ad individui che legalmente sono (???) in possesso della facoltà di intendere e volere, quindi consapevoli e responsabili delle loro affermazioni. E se questi individui mi minacciano di morte per futili motivi, non li ritengo punto degni dela mia comprensione. Abbasso gli animalari!

  • 30 Aprile 2015 in 16:32
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    Risposta a me, @Rodolfo Rolando? A quale parte del mio commento? Tutti a chiedere che “i cittadini onesti” (animalisti, o, per esempio, tifosi di calcio che siano) si dissocino dalle frange violente (e delinquenti), e poi quando lo facciamo non vi sta bene? Mi suggerisci forse che sia corretto assumere atteggiamenti violenti e aggressivi perché “tanto lo fanno anche gli altri”? No, spiacente. Non approvo questa “linea di pensiero” (se “pensiero” si può definire).

  • 30 Aprile 2015 in 15:53
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    No. Se un sedicente animalista, in nome della sua ideologia, giudica opportuno disinformare, minacciare o devastare, per me è un animalaro, punto e basta, nessun dialogo è possibile. Poi esisteranno sicuramente anche gli animalisti, quelli ragionevoli e avvezzi al confronto, ma io ne conosco davvero pochi, ed il loro spirito razionale viene sistematicamente soffocato dalle frange estremiste e violente di cui sopra. Personalmente sono convinto che il fronte animalaro stia guadagnando sempre più terreno, anche fra la gente comune, grazie alla propaganda dissennata e disinformatrice portata avanti dai media, televisione in primis. La diffusa sfiducia nella ricerca scientifica ne è la diretta conseguenza, ed io inizio a trovarla preoccupante. Il preziosissimo lavoro dei debunkers, purtroppo, nulla può contro un pensiero fideistico che non tollera alcuna forma di dialogo con chi la pensa in modo differente.

  • 30 Aprile 2015 in 15:35
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    @Rodolfo: eh, avevo messo in conto che questo articolo non avrebbe giovato alla mia popolarità. 😉

  • 30 Aprile 2015 in 15:29
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    Rispondo in particolare a Stefano Botta e Francesca; è vero che ci sono animalisti presuntuosi e arroganti (e delinquenti). Ma fanno rumore tanto quanto i pro-sperimentazione presuntuosi e arroganti. Per farvi un’idea, vi basti leggere una selezione dei commenti a questo articolo sulla pagina Facebook del CICAP (e questa selezione è basata su una ventina di commenti IN TOTALE):

    “visto che gli animalari non hanno le basi intellettive per comprendere la ridicolagine dei loro assunti non resta che far loro terra bruciata intorno prima che infettino altri soggetti”

    “Ridicoli. L’animalismo è una piaga che stoa insultando e devastando la scienza, non ci si può mettere a fare pignolerie sul significato dei termini o sul discutere con costoro, sono malati mentali, non c’è da discutere, vanno solo estromessi prima che estromettano noi.”

    “il politicamente corretto ci seppellirà”

    “Questo articolo sembra scritto dalla mia professoressa di italiano delle superiori (…) che parlava con lo stesso entusiasmo sia di Ugo Foscolo che di quell’inetto leccaculo di Vincenzo Monti.”

    “la nascita degli idioti è dovuta al trattare le bestie non da bestie. a chi piacciono le bestie dovrebbe ricordarsi che sono bestie ma nelle malattie dell’uomo stanno venendo fuori malati mentali che vestono i cani i gatti e allora ecco che escono di rigetto gli animalari”

  • 30 Aprile 2015 in 15:28
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    Invece di scrivere queste seghe mentali inutili, provate a dialogare voi con gli animalisti e a illustrare le ragioni sulla sperimentazione animale, guardate pure cosa cavate dal buco… poi quando tornerete frignando per il loro comportamento, i loro insulti, le loro assurdità da pseudofantascienziati laureatisi sui video youtube di Stop Vivisection, vi diremo “ve l’avevamo detto”.
    Allora avrete il diritto di parlare.

  • 30 Aprile 2015 in 15:23
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    Interessante articolo. Ma non sono d’accordo. Chi delegittima e radicalizza lo scontro è da sempre il fronte animalista, diffondendo disinformazione a tappeto, promuovendo azioni violente, mandando allo sbaraglio poveri sventurati impregnati di propaganda e slogan (sì, ho provato a parlarci anche di persona, mi sono accostato a un banchetto LAV per discutere: mi hanno dato del vivisettore, dell’assassino, del venduto alle case farmaceutiche perché sono un laureando in medicina). Una persona che rifiuta il confronto mi sta mancando di rispetto a prescindere: non vedo perché dovrebbe aspettarsene in cambio. L’animalismo sta assumendo pericolosamente i tratti di oltranzismo e integralismo che sono propri delle sette religiose, fino a mettere in pericolo l’altrui incolumità fisica e a fare proditorie opere di basso livello morale quali pubblicare numeri di telefono dei ricercatori o assaltare laboratori. Sta agli animalisti allontanare gli animalari dal movimento: ma ho il sospetto che non lo facciano perché potrebbero essere in minoranza.

  • 30 Aprile 2015 in 15:15
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    Rodolfo Rolando, la prego di tener presente che frequentemente i toni dell’interlocutore “animalista” di turno sono anche peggiori: a.e. una persona che ritiene tuttora indispensabile la s.a. anche se tenta di impostare una discussione pacifica molto spesso viene subito etichettata come “vivisettore” (se non “assassino”) ed apertamente insultata ed accusata.

  • 30 Aprile 2015 in 15:09
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    Ricordo la “genesi” del termine: nacque proprio dalla protesta di animalisti (io ero fra quelli) che si sentivano offesi dall’essere accomunati a chi incendiava furgoni di aziende casearie, tagliava le gomme alle auto di allevatori, metteva in libertà animali cresciuti in cattività, alloctoni, interveniva nella presentazione di nuove scoperte scientifiche con frasi “viviseziona tuo figlio, tortura quella xxx di tua madre”, “dovete morire fra i più atroci tormenti insieme alle vostre famiglie” . A chi, in buona sostanza, assumeva atteggiamenti violenti e censurabili. Si “convenne” di non definire più questo comportamento eticamente inaccettabile con il neologismo “animalaro”. Termine che, tutto sommato, era meno “pesante” di quello che sarebbe stato più appropriato (mio parere personale) di “delinquente”, e che consentiva, essendo meno categorico e più “leggero”, di tentare comunque la prosecuzione di un tentativo di dialogo con queste frange estremiste e violente, per riportare il confronto su livelli più costruttivi. Da animalista, gattara, il termine “animalaro” riferito a questi comportamenti non mi disturba per nulla.

  • 30 Aprile 2015 in 14:48
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    Concordo profondamente con il punto di vista di Andrea Ferrero. Soprattutto sui social network, si è formato uno “zoccolo duro” di oltranzisti che aggrediscono il punto di vista animalista, a prescindere da qualsiasi argomentazione; “animalaro” è divenuto, da dispregiativo, sinonimo di “animalista”, che a sua volta è diventato dispregiativo (come giustamente detto da Francesco nei commenti). E’ un modo sofistico di far valere le proprie ragioni, giuste o meno; se l’interlocutore è inattendibile, non ha senso proseguire la discussione. Lo stesso, devo dire, accade coi “vegecazzari” (che, a volte, si riferisce ai vegani, a volte ai vegetariani, a volte ai melariani/fruttariani/ecc.), e ad esempio – caso differente – con gli sciacazzari, che – pur basando le proprie teorie su postulati senza fondamento – sostengono la propria ragione proprio sull’atteggiamento arrogante di chi li deride (a differenza degli animalisti e dei vegetariani, che non sono di origine “complottista”). La scelta animalista è una scelta etica; se non è considerato accettabile insultare una religione, dovrebbe essere a maggior ragione pertinente non insultare una scelta etica terrena, pur avendo la libertà e il diritto di segnalarne eventuali dogmi privi di fondamento scientifico.

  • 30 Aprile 2015 in 14:23
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    Come già dicevo in quella discussione su FB, trovo l’etichetta “animalaro” semplicemente una parola orrenda. Non mi serve: e questo è il motivo principale per cui non la uso.

    Leggendo l’articolo, però, mi si sono avviate altre riflessioni.
    Sono d’accordo sul pregiudizio, contenuto nell’etichettare gli interlocutori, che ostacola una discussione costruttiva. Mi sono accorto però che, anche senza rendermene conto, tendo comunque alle categorizzazioni. Solo che applico etichette a idee e comportamenti.

    Per restare nell’esempio degli animalisti, provo una forte repulsione a chiamare qualcuno “animalaro”; nello stesso tempo, però, non percepisco alcun ostacolo nel considerare “animalari” quei comportamenti violenti e grondanti odio verso l’umanità che taluni praticano. Animalaro, quindi, sarebbe un aggettivo che descrive quelle azioni ripugnanti, ma non le persone che le mettono in atto.
    Sarò ottimista, ma non riesco a sopprimere del tutto l’idea che se quelle persone riuscissero a vedere dall’esterno cosa fanno, la smetterebbero immediatamente.

    È un’idea appena nata, non ci ho ancora riflettuto sopra, però mi pare di poter dire che se etichettare le persone impedisce la discussione civile, conferire invece un’etichetta (una definizione?) a idee e azioni possa favorirla. Magari proprio per separarle da me e dal mio interlocutore e poterne parlare entrambi da una distanza o da una angolazione simile.

  • 30 Aprile 2015 in 14:05
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    Non solo “animalari”, ma anche “animalista” è ormai dispregiativo, termine visto con diffidenza, c’è quasi da vergognarsi a definirsi così per non essere etichettati come antiscienza pazzi e cretini.
    Diavolo, non posso nemmeno fare domande sulla sperimentazione animale che vengo trattato come un fesso, non posso sollevare dubbi o questioni che vengo denigrato, ma io voglio capire cazzo, non uniformarmi acriticamente alla vostra tribù, voglio comprendere e imparare dal confronto cazzo! E peggio, a volte ho provato a correggere errori (oggettivi, non di opinione sugli animali o sull’etica), commenti cancellati e ban. Ed etichetta di animalista, quando nemmeno ho a che fare con certi sciroccati!
    IO NE HO I COGLIONI PIENI DI ENTRAMBE LE TRIBÙ!

  • 30 Aprile 2015 in 12:37
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    Un conto è usare argomentazioni concrete e smettere di ragionare per schieramenti, come dice Andrea giustamente; un altro è usare argomentazioni tratte anche da fonti che poi affermano una presunta inutilità della chemioterapia, che gli OGM fanno male o che i vaccini causano l’autismo. Quando si parla di un tema così delicato come la sperimentazione animale si dovrebbe cercare di analizzare in primis la questione scientifica e l’opinione della comunità dei ricercatori, senza giocare sul fatto che “a volte il solitario ha ragione” sul 96%; la storia della scoperta dell’H.pylori, per esempio, ci insegna che un’idea, se supportata da fatti inequivocabili e riproducibili, può vincere sullo scetticismo dei molti. Poi giustamente interviene il tema etico che dovrebbe essere approfondito, anche dai ricercatori a mio parere.

  • 30 Aprile 2015 in 11:54
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    Bravo Andrea. Io sono un fisico e quando dico di essere contro la sperimentazione animale, chi non la pensa come me mi dice di stare zitta perché non sono una lfe scientist. Ci può essere un dialogo con queste premesse? Dire i di no.
    Altra cosa. Essendo contro la SA automaticamente vengo collocata nel gruppo di persone che sostengono la pseudoscienza: quindi sarei contro i vaccini, favorevole all’omeopatia, seguace del quantum-healing. E’ questo che non capisco… Io sono convinta che i vaccini servano, che l’omeopatia sia una bufala (e se è tanto amata è ovvio che risponde a un’esigenza, quindi sarebbe meglio farsi qualche domanda) e che il quantum healing sia una sciocchezza. Incredibile come il bisogno del cervello umano sia di mettere etichette e “raggruppare”….

  • 30 Aprile 2015 in 11:43
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    ciao Marco, grazie per il commento. Per quanto riguarda il dialogo, credo che la pensiamo più o meno allo stesso modo: anch’io penso che sia impossibile dialogare con certi animalisti (ma anche con certi ricercatori i quali non ammettono che esista una dimensione del problema diversa da quella scientifica). Il mio era più un appello a evitare di ragionare per schieramenti e provare a discutere di cose concrete.

  • 30 Aprile 2015 in 11:26
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    Articolo sicuramente interessante e sul quale, in molti punti, concordo. Ritengo solo un po’ ingenua la parte sul dialogo, che fa intendere come questo sia possibile anche con chi ha le posizioni più estreme e che si possa comunque alla fine raggiungere una possibile condivisione di idee; personalmente, per vari motivi, mi sono trovato a dialogare con queste persone: in molti casi ho trovato dall’altra parte chi voleva solo avere ragione e, pur trovandosi davanti e ben spiegata la dimostrazione dei suoi errori, voleva perseverare o riprendeva gli stessi argomenti. Faccio un esempio: mentre un ricercatore, che fa sperimentazione animale, ammetterà che esistono dei limiti nel modello animale, chi è contrario non ammetterà mai che i metodi complementari hanno loro stessi dei limiti e che molti di questi metodi sono ancora in fase di sviluppo. Purtroppo per dialogare in quest’ambito, molti animalisti dovrebbero iniziare ad ammettere fatti come questi, così come molti ricercatori dovrebbero ammettere che esiste anche una questione etica riguardo.

  • 29 Aprile 2015 in 13:59
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    Articolo interessante, un dialogo con gli animalisti sarebbe proficuo ma tutti quelli che ho conosciuto sono rientrati nella categoria dei ‘non dialogabili’, quindi personalmente trancio il discorso ancora prima di iniziarlo, li evito, non mi ci confronto e li biasimo per la loro scarsa cultura e lungimiranza. Sono radicale che ci posso fà, ma a tutto c’è un limite!
    bau

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