I miracoli delle formiche

Articolo di Sofia Lincos e Roberto Labanti

Tra fine agosto e settembre avviene il fenomeno dei voli nuziali delle formiche: le regine dopongono alcune uova da cui escono insetti alati, maschi e femmine, che si uniscono agli sciami provenienti da altri formicai e  si spostano alla ricerca di luoghi dove nidificare. Dopo la fecondazione, che avviene in volo, i maschi cadranno a terra morti, mentre le femmine perderanno le ali e deporranno le uova per la creazione di una nuova colonia.

La dimensione degli sciami dipende anche dal clima, e in condizioni favorevoli (in genere giorni umidi che vengono subito dopo un periodo caldo) può arrivare a migliaia di esemplari. Se ne è accorto il sindaco di Cervia, costretto a rassicurare i suoi cittadini dell'”assenza di un pericolo sanitario”, dopo che un’eccezionale sciamatura aveva costretto alla fuga i bagnanti del litorale; e se ne sono accorti anche all’ospedale di Sassari, dove un intero reparto è stato spostato perché invaso dalle formiche alate.

Se oggi la sciamatura delle formiche è vista come un fastidio, c’è stato un tempo in cui era percepita come qualcosa di portentoso, addirittura un miracolo. Nel nostro paese esistono infatti almeno otto santuari costruiti dove il fenomeno si manifestava con maggior intensità.

Si tratta di edifici di culto per lo più legati alla Madonna o a San Michele (probabilmente per la concomitanza tra il periodo dei voli nuziali e le feste dedicate all’Arcangelo o alla Natività della Vergine): posti come la Madonna delle Formiche di Nibbiano (PC), l’Oratorio delle formiche di Vetto (RE) o San Giovanni delle Formiche a Foresto Sparso (BG).

A volte la tradizione ci ha tramandato particolari leggende che dovevano in qualche modo giustificare la presenza degli insetti in quelle località. A Pontremoli (MS), ad esempio, si narra che ogni anno San Michele, ogni 29 settembre, avesse preso l’abitudine di mandare un maialetto in dono ai fedeli, con l’obbligo di allevarlo per un anno e macellarlo all’arrivo del “sostituto”. Un anno, però, qualcuno uccise anche l’animale appena arrivato: San Michele si indispettì e da allora al posto di mandare i maiali inviò le formiche.

Una leggenda altrettanto curiosa è quella legata alla campana di Pomarance (PI). Qui i voli nuziali si addensavano intorno all’antico eremo di San Michele, intorno alla festa dell’Arcangelo. Una volta caduto in rovina, la campana venne spostata: le formiche, in seguito all’evento, rimasero “fedeli” alla campana e cominciarono a sciamare nella nuova location.

Ma forse il santuario più famoso è il celebre Monte delle Formiche, in val di Zena, a una trentina di kilometri da Bologna. L’8 settembre, in occasione della Natività di Maria, veniva celebrata una festa in cui venivano stesi ampi lenzuoli per raccogliere i maschi delle formiche quando, stremati dai voli nuziali, cadevano esausti a terra. Gli insetti, ritenuti miracolosi, venivano poi sistemati in appositi sacchetti e conservati in casa come reliquia. Alcuni arrivavano addirittura a darli da mangiare agli ammalati, sperando che la “santità” delle formiche corse a rendere omaggio a Santa Maria de Monteformicarum potesse risanarli. Ancora oggi è possibile trovare presso il santuario i “cartocci” con le formiche benedette, che vengono distribuiti ai fedeli in cambio di offerte.

Che dire dunque di tutti questi santuari? Località dotate di particolari energie entomologiche? In realtà molti dei luoghi descritti sorgono in aree isolate, su colline e poggi: posti ricchi di anfratti, magari gli unici illuminati nel nulla della boscaglia; tutti luoghi che le future regine possono trovare particolarmente interessanti per la formazione di nuove colonie. Inoltre annate di sciamature eccezionali come quella di quest’anno sulla riviera romagnola potrebbero aver stimolato la fantasia dei fedeli, trasformando un fenomeno naturale in uno strano prodigio mandato dal cielo.

Approfondimento: i santuari delle formiche

  • Nibbiano (PC): qui i voli nuziali sono segnalati intorno al santuario di Santa Maria del Monte Nibbiano (625 m s.l.m.), antico luogo di pellegrinaggio. Come ricordato da Valentina Bernardelli, la prima menzione delle formiche sembra essere nella visita pastorale del 1737 del Vescovo di Piacenza Gherardo Zandemaria <1679-1746>, che segnalava come “a banda del portico vi resta un altarino ove si venera la statua della beata Vergine di stucco detta Madonna delle Formiche”. La statua è purtroppo andata distrutta in un incendio nel 1924. Secondo la tradizione il fenomeno aveva il culmine l’8 settembre, festa della Natività della Vergine.

  • Pellegrino Parmense (PR): nel cuore dell’Appennino emiliano, qui sorgeva la chiesa di Santa Cristina, sul monte omonimo (963 m s.l.m.), dove il “miracolo” avveniva, sembra, tra la fine di agosto e la metà di settembre (Santa Cristina di Bolsena è festeggiata il 24 luglio; l’Esaltazione della Croce, il 14 settembre). Ne parla il canonico piacentino Pietro Maria Campi <1569-1649> nel suo Dell’Historia ecclesiastica di Piacenza, pubblicata postuma nel 1651 (II, p. 40):

    Ammirano i paesani di Santa Christina (per non tacer quì cosa tale) & altri ancora de’ circostanti luoghi, il prodigioso fatto di certo gran numero di formiche alate, e nere, le quali ogni anno dopo la festa di Santa Christina, cioè quindici giorni in circa avanti l’Essaltation della Croce, cominciano à lasciarsi veder sù quel monte d’intorno alla Chiesa, e vi si riducono in tanta quantità, che recano stupore à chi li vede, massime che si trattengono ivi quasi per altri quindici giorni; dopo li quali partendo esse di là, mai più fra l’anno vi compariscono.

    L’edificio è purtroppo andato in rovina dopo la morte dell’ultimo eremita nel 1783 e non si ha più notizia della tradizione legata alle formiche.

  • Vetto (RE): qui, su un poggio ad ovest rispetto alla frazione di Gottano, sorge invece l’Oratorio della Madonna di Montalto o Beata Vergine delle Formiche (662 m s.l.m.); secondo la descrizione che ne fece Raffaele Crovi <1934-2007>, sull’edizione locale de Il Resto del Carlino (8 settembre 1950),

    ogni anno, dall’1 all’8 settembre […] [sempre quindi nei giorni intorno alla celebrazione della Natività di Maria, NdAutori] un foltissimo sciame di formiche alate arriva lassù […] per posarsi ai fianchi dell’entrata ad attendere la processione dei popolani commossi dall’avvenimento che essi chiamano miracolo. Dopo aver accompagnato la processione fino all’interno della chiesuola, le formiche muoiono e vengono raccolte come reliquie.

    Fenomeno attestato, pare, almeno dal 1664 quando, come scrisse sempre Crovi (che pure lo dice riscontrabile già nel Trecento), fu rilevato durante la visita pastorale del Vescovo di Reggio Gianagostino Marliani <?-1674>. Ultimamente sembra però che i voli nuziali siano cessati.

  • Pontremoli (MS): qui la sciamatura avviene tuttora intorno alla chiesa di San Michele Arcangelo, che si trova nella frazione di Arzelato (865 m s.l.m.), sul Monte Rotondo. Il fenomeno sarebbe documentato almeno dal XIX secolo ed è legato ad una leggenda relativa a San Michele, una cui versione è riportata nell’articolo principale (ripresa dalla Guida ai luoghi miracolosi d’Italia di Umberto Cordier) mentre una versione leggermente diversa è disponibile qui. Scriveva Santa Marullo sul Il Tirreno (15 maggio 1998):

    Qualche giorno prima della ricorrenza [il 29 settembre, San Michele], la popolazione è solita concentrare la sua attenzione sulle pareti della chiesa e del campanile, per vedere se si rinnova il «prodigioso» rito delle cosidette «formiche di S. Michele»; queste, secondo la credenza popolare, sono legate a due fenomeni. Il primo vede la presenza delle formiche come un segno inequivocabile per gli arzalatesi: «Entro pochi giorni arriverà la pioggia, una consistente pioggia». Una seconda interpretazione, invece, porta i fedeli del paese a pensare che la presenza degli animaletti lungo le pareti della chiesa e del campanile, sia il risultato di un segno divino, quasi miracoloso: «Anche le formiche partecipano al corteo del paese in onore di S. Michele».

  • Pomarance (PI): anche qui, in alta val di Cecina, i voli nuziali si addensavano intorno all’eremo di San Michele “alle formiche”, sul poggio di Spartacciano, intorno alla festa dell’Arcangelo; lo ricorda il medico faentino Domenico Bianchelli <1440-1525?> nel suo De Balneis, stampato postumo nel 1553 (p. 75v): “nella quale festa una moltitudine di formiche volano in detta chiesa”. Due secoli dopo, è un altro medico e naturalista, il fiorentino Giovanni Targioni Tozzetti <1712-1783> a parlarcene nelle sue Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana (II, p. 402) pubblicate nel 1751. Ai suoi tempi, la Badia “minaccia[va] rovina” ed era abitata da “solo un Romito, per custodia della Chiesa”:

    Questa Badia prese il nome delle Formiche, perché ogn’anno nel giorno della Dedicazione di S. Michele Arcangelo, cioè a’ 29. Settembre, o in quel circa, compararisce sul tetto e nel campanile di essa una quantità prodigiosa di Formicoline alate, le quali in breve tempo vi moiono.

    Come scriviamo nell’articolo principale, secondo la leggenda le formiche, in seguito alla caduta in rovina del monastero e allo spostamente della campana, avrebbero cambiato il luogo della sciamatura, rimanendo “fedeli” alla stessa. Una curiosa leggenda già raccolta ai suoi tempi da Targioni Tozzetti, che rimase scettico:

    Qualche anno fa ne posa anche uno stuolo sul campanile del Palazzo Pretorio delle Pomarance, ed i paesani credono che ciò accada perché vi è stata trasportata una campana dalla Badia di S. Michele; ma non pare che la campana abbia merito in questo, e che la sola eminenza della Torre determini quegli animaletti a riposarvisi.

    Davvero, poi, le formiche cambiarono luogo? In realtà nel 1855, in un suo opuscolo intitolato Sulle acque minerali e termali del Bagno alla Perla nel Volterrano, il nipote di Giovanni, Antonio Targioni Tozzetti <1785-1856> attestò il contrario (p. 7): “[a]nche ora che non vi sono che pochi resti delle mura della chiesa, seguita l’affluenza di tali formiche, che io stesso vi ho vedute“. Ma forse dopo il crollo dell’edificio pochi erano interessati a recarsi alle rovine nel giorno di S. Michele per controllare…

  • Anciolina vista dal borgo di Faeto (Loro Ciuffenna) 2006 [Mamiliano / CC BY-SA 4.0 via commons.wikimedia.org]

    Anciolina vista dal borgo di Faeto (Loro Ciuffenna) 2006 [Mamiliano / CC BY-SA 4.0 via commons.wikimedia.org]

    Loro Ciuffenna (AR): anche la chiesa della frazione Anciolina (933 m s.l.m.) è intitolata all’arcangelo Michele. E’ ancora Giovanni Targioni Tozzetti a parlarcene di passaggio, nel settembre del 1741, nell’opuscolo Sopra una numerosissima specie di farfalle… (pp. 24-25):

    Dice adunque il Sig. Sforazzini esser comune fama in quei paesi, che in una Chiesa dedicata a San Michele Arcangelo vicina a Terranuova, in luogo detto Lanciolina […] in ciaschedun anno la vigilia di S. Michele, si fanno vedere attorno al campanile e sul tetto di detta Chiesa innumerevoli Formiche alate, le quali entrano anco in Chiesa, e il giorno seguente della festività del Principe degli Angeli se ne trova moltissime morte per tutta la Chiesa; in modo tale che fa di mestieri spazzolare gli Altari per potervi celebrare le Messe; e che da quel tempo infino all’anno seguente non se ne osserva più. […]

    Il medico fiorentino ebbe modo poi di pubblicare nuove informazioni su quanto accadeva a Anciolina sulle fiorentine Novelle letterarie del 10 novembre dello stesso anno (pp. 707-709), grazie ad una nuova comunicazione di Domenico Sforazzini che affermava tra l’altro:

    […] Mi dissero gli Abitanti dell’Anciolino, che quest’anno le formiche, quali divote Pellegrine, lasciata la sacra solitudine di Camaldoli, d’onde è la loro partenza, erano venute due giorni avanti […]. Il campanile della Chiesa e il tetto era pieno, anzi maravigliosamente coperto. […] Tutto ciò si può spiegare con ragioni naturali senza ricorrere al miracolo. I venti d’Alpe, che hanno soffiato alcuni dì avanti, le hanno portate in maggior copia dell’anno scorso […]

    Quella chiesa, che era all’interno del castello, non esiste più, distrutta da un crollo. Quella attuale risale al 1862: anche di recente, però, le formiche ad Anciolina pare siano passate.

  • Foresto Sparso (BG): qui il fenomeno è segnalato intorno al santuario di San Giovanni Battista noto anche come “San Giovanni delle Formiche”, sulla sommità del Colle Cunisio (612 m s.l.m.). Menzionato già nel Theatri Bergomatis (p. 40v), un’opera poetica di Achille Muzio <?-1594> apparsa postuma nel 1596, quanto accadeva veniva esaminato più approfonditamente nel 1617 dal frate cappuccino Celestino Colleoni <1568-1635> nella sua Historia quadripartita di Bergamo et suo territorio (I, p. 505):

    Stà sopra un monte molto alto ne’ confini di Credario, e del Foresto un Conventicello, & Chiesa dedicata à San Giovanni Battista di gran divotione, dove è questo di notabile, e stupendo, che ogni anno nella Vigilia e nella Festa della Decollatione di S. Giovanni, che si celebra à 29. di Agosto, vi si riduce un numero infinito di formiche: ne del principio di questa si ha memoria veruna.

    Colleoni raccontava poi della recente (“ne gli anni 1614 e seguente”) vicenda di un voto fatto da don Giovanni Giacomo Chiesa, cappellano e vice curato di Calcinate, ad una ventina di chilometri da Foresto, che si era ritrovato ad affrontare un grosso problema: le formiche importunavano il suo personale allevamento di bachi da seta, aggredendo i bachi e portandoli alla morte.

    Havendo egli allevato una quantità di quei Vermicelli, che fanno la seta, detti da nostri, Cavalieri, gli entrarono nella stanza formiche assaissime che mordendogli gli uccidevano : onde egli non sapendo che rimedio usarvi havea perduta la speranza di cavarne frutto veruno : ma consigliato da altri fece voto di visitare cotesta Chiesa […], e dirvi Messa nel giorno d’essa Decollatione […], pregandolo a liberarlo da questa sciagura ; & subito hebbe la gratia

    Le formiche fuggirono, vi chiederete? Beh, non esageriamo, furono solo meno fastidiose: “perche se bene le formiche si avvicinavano à detti Bigatti non solamente non gli offendevano come prima, ma ne anco li toccavano”.

    Questo tipo di “protezione” si ritrova anche in altri luoghi del Nord Italia (ad esempio Offlaga nel bresciano e Aviano nel pordenonese), dove il titolo di “Madonna delle formiche” era legato all’invocazione della Vergine contro le formiche che danneggiavano la produzione dei bachi da seta: a Foresto, con la vicenda del vicecurato, sembra si sia avuta la fusione di queste due tradizioni.

  • Monte delle Formiche, 2009 [Rambolola / CC BY-SA 3.0 via commons.wikimedia.org]

    Monte delle Formiche, 2009 [Rambolola / CC BY-SA 3.0 via commons.wikimedia.org]

    Pianoro (BO): a Santa Maria di Zena sul celebre Monte delle Formiche (638 m s.l.m.), intorno all’8 settembre (Natività della Madonna), la sciamatura delle formiche, che ancora oggi attira molti pellegrini, era festeggiata con una grande festa. Così la racconta Sandro Delli Ponti su Stampa Sera (19-20 settembre 1950):

    vecchi e giovani scrutano con ansia il cielo nell’attesa delle furmigheine che si calano sulle candide lenzuola appositamente preparate per morirvi tranquillamente […]. Vaste zone ne rimangono letteralmente coperte; le formiche vengono raccolte dentro cartocci di carta azzurra che sono distribuiti ai parrocchiani che li custodiranno gelosamente nei cassetti del comò come reliquie.

    Quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, un giovane parroco “si [era] rifiutato di cooperare ad una vera e propria superstizione stendendo lenzuola e facendo i cartoccini di formiche della Madonna”, la cosa fu, a quanto pare, ritenuta un vero e proprio oltraggio alla tradizione con contraccolpi anche politici: “gli attivisti comunisti, il giorno della processione e cioè l’8 settembre, vennero con le loro bandiere e tentarono di farsi paladini del miracolo contro i «preti negatori di Cristo»”, come scriveva don Lorenzo Bedeschi nel suo Malefatte della rossa Emilia (1952).

    Il legame tradizionale della chiesa del contado bolognese con le formiche era di lunga durata: la denominazione Santa Maria de Monteformicarum è attestata per la prima volta in un documento notarile del 1449, mentre nel 1589, con lo pseudonimo Luigi de’ Sarti da Pian, scriveva così il sacerdote Filippo de’ Bianchi <?-1591> nel suo Thesoro delle Indulgenze di Bologna:

    [V]e n’è una di gran divotione nel Commune di Genna […] posta sopra la cima d’un alto monte […] detto il Monte delle Formiche, ove al primo vespro della Natività della Madonna, per tutto il giorno seguente di detta festa, oltra la frequenza delle persone, che vi vanno, si vede gran quantità di Formiche con l’ali volare à detta Pieve […]

    Qualche decennio più tardi fu Antonio Masini <1602-1692> ad aggiungere dei particolari, ad esempio nella sua Bologna perlustrata (1650, pp. 484-485):

    […] unitamente vanno all’Altare della Madonna, […] nel qual luogo se ne muoiono subito. Questo fanno ogn anno indeficientemente, quando il vento, o pioggia non le impedisca, che in simil caso trasferiscono il lor viaggio alla prima giornata, nella quale cessa l’influsso del tempo, e servono, per rimedio al mal di formica, & ad altri ancora, poiché quel Custode, dopo hauerle benedette, nel dispensa al popolo

    Masini fu oggetto, oltre un secolo dopo, delle critiche di Serafino Calindri che nelle diverse pagine dedicate al fenomeno (che qui non è possibile riassumere) del suo Dizionario corografico apparso nel 1783 (V, pp. 327-336) affermò che Masini non “ha mai veduto il luogo di cui esso parla, ne mai cercò di sincerarsi de’ fatti, per non ingannare se stesso, e chi alle cose dette da lui presta fede”.

Un appunto curioso: due degli autori più vicini cronologicamente alla riforma gregoriana del calendario, che aveva portato alla soppressione di 10 giorni fra il 5 e il 15 ottobre 1582, Bianchi e Colleoni, parlando di Santa Maria di Zena e San Giovanni di Foresto si premurarono di far notare che le formiche avevano rispettato comunque la festività “corretta”: “Se questa fusse cosa naturale doverebbero stare dieci giorni dopo la Festa, & pur come prima vengono alla Festa” (Colleoni). Questo è in realtà facilmente spiegabile: nonostante fosse considerato un fenomeno puntuale (che accadeva cioè solo in un data giornata o serie di giorni intorno alla festa religiosa), nei fatti poteva variare parecchio; come notava Calindri parlando sempre di Zena “non è sempre il mese di Settembre, meno poi il giorno, o la vigilia, degli otto dello stesso mese; variando nel tempo, nel mese, nel giorno, e nel modo ed esecuzione di questo passo“.

E’ probabile comunque che altre chiese fossero associate alla sciamatura delle formiche: nel suo opuscolo del 1741 Targioni Tozzetti accennava, di terza mano, anche ad una non meglio identificata cappella della valle del Chianti, mentre Giovanni B. Rampoldi, parlando di “Monteliano” nella Tuscia nella sua Corografia dell’Italia (1833, II, p. 792) scrisse che “[c]hiamasi pure Castello delle Formiche, seguendo una volgare tradizione che quegli insetti in un dato giorno dell’anno a torme peregrinassero ad una chiesuola colà esistente per colà morirvi” (ma non è chiaro se la cosa sia frutto di confusione con altre località).

Immagine in evidenza: Myrmica scabrinodis [April Nobile / © AntWeb.org / CC BY-SA 3.0 via commons.wikimedia.org]

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