Speciale Vittorio Pesce Delfino: il ricordo di Massimiliano Morelli

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Di tutti i rapporti che lasciano un profondo segno nelle nostre vite, ricordiamo sempre l’inizio. È stato così anche tra me e il prof. Pesce Delfino. Ricordo il mio primo giorno di internato come se fosse ieri. Avevo varcato da poco la soglia del suo quartier generale, il Consorzio Digamma, un enorme capannone perso tra i fumi e le lamiere della zona industriale della mia città. Lui alla plancia di comando, seduto in un groviglio di monitor e dispositivi elettronici, in un posto talmente assurdo da far impallidire anche il Discovery interplanetario di 2001:Odissea nello spazio.

Ci eravamo detti che mi sarei occupato di crani, laser, spazi e misure antropometriche. Quel giorno, il primo, mi lasciò però da solo in un enorme stanzone, quasi interamente occupato da un bancone industriale, sepolto da cianfrusaglie di ogni genere. Mi disse: “Se vuoi studiare gli spazi, comincia a capire quale sarà il tuo spazio qua dentro”. Dal punto di vista pratico, passai una giornata intera a mettere in ordine una stanza che non veniva pulita da dieci anni. E che non rividi mai più. Eppure, qualche tempo dopo, compresi che, quel giorno, il Prof. voleva solo insegnarmi a diventare uno scienziato.

All’epoca avevo dodici anni in meno ed ero uno studente del corso di laurea in Biologia Ambientale. Anzi, Ambientale ed “Evolutiva”. Ma per tutti, qui a Bari, eravamo quelli di ambientale. La parola evolutiva saltava sempre, dimenticata dalla bocca di tutti, tranne che da quella del Prof. Ho sempre pensato che quella parola l’avesse pretesa lui, forse nel corso di una delle sue tante battaglie solitarie in Facoltà. In fondo lui, di quel corso di laurea, era proprio… la spinta evolutiva. Noi tutti eravamo da anni abituati a certi schemi, a certi meccanismi didattici, che seppur variabili, perché variabile è ogni specie vivente, compresa quella dei docenti, si ripetevano uguali a se stessi, combacianti come i moduli componibili dell’Ikea.

Invece poi, arrivavano le lezioni di Antropologia e Adattamento. E quell’omone dal volto burbero e dalla mente in espansione. Incapace di trovare un contenitore capace di adattarsi a quel volume, e piegarlo alle sue leggi. Pesce Delfino. Persino il nome era un ossimoro refrattario alle leggi dell’evoluzione, che cuciva assieme due forme viventi. Analoghe, ma non omologhe.

Concetti mai affrontati prima, leggi geometriche e fisiche riportate sugli occhi di un falco o i glutei di uno scimpanzé, viaggi appassionati nella storia bellissima del pensiero scientifico, di rimbalzo tra Aristostele e Steve Jobs, e poi virate sull’alba dell’uomo, studi pioneristici sulla tridimensionalità, sterzate sugli enigmi della percezione, repentini flashback tra l’anatomia dei primati e quella dell’universo, giochi di logica e sinusoidi applicate al volto di Cristo. Quel corso era tutto questo e molto di più.

Il Professore entrava in un’auletta striminzita del Dipartimento di Zoologia e il suo Mac diventava come la scatola magica di un ciarlatano straordinariamente affidabile, che ci teneva legati alle sedie nel tentativo disperato di stargli dietro con gli appunti, mentre rovesciava nel proiettore infiniti input per i nostri neuroni. Sono sempre stato convinto che il Prof. si divertisse un mondo a tenere quei corsi. Per un discepolo devoto del metodo aristotelico, osservare le nostre reazioni mentre ci somministrava distillati del suo sapere, non poteva che essere esperienza. Era un esperimento il raccontarci i meccanismi della cognizione, mentre li attivava con indovinelli o illusioni ottiche. Era un esperimento portare in aula la testa del suo fido Geronimo di gesso, costringendoci a guardarla negli occhi da ogni angolazione, per spiegarci la percezione. Era un esperimento, il più bello, chiudere il corso con la proiezione di uno scheletro dai contorni confusi, lasciandoci per interminabili minuti a stropicciarci gli occhi, prima che tirasse fuori dal taschino i suoi celeberrimi occhialini 3D. E svelare al nostro “ooohhh” che quelle macchie rosse e verdi, altro non erano che l’anaglifo di quell’Uomo neandertaliano a testa in giù, a cui il Prof. aveva donato quindici anni di ricerche e la sua anima, molto prima che studi recentissimi provassero a dargli un volto.

Restai talmente affascinato da quel precipizio di “virtute e canoscenza” senza pari, che, appena terminammo il corso, chiesi al Prof. di prendermi in tesi. Accettò di farmi da chioccia, affidandomi alle cure sue e dell’inseparabile Eligio Vacca. Con loro trascorsi l’anno più bello della mia carriera da studente.

Ci sono persone che riescono nell’incantesimo di restituire alla vita più di quanto essa stessa abbia saputo donar loro. Per chi, come il Prof., dalla vita ha avuto comunque tanto, esserci riuscito è impresa ancora più straordinaria. L’ha portata avanti vivendo la magnifica ossessione del bisogno di dare una spiegazione alla forma. Per farlo, ha esplorato ogni strada per sapere dove portasse, ha cercato una ragione per ogni attimo che viveva, ha tracciato una linea che passasse da ogni punto che incontrava.

Ci ha insegnato che la forma è sostanza. Ha rubato mille segreti alla Natura, senza mai considerarli suoi. Li ha svelati per poi rimetterli a posto. Felice che altri potessero apprenderli. Lo fece anche con me, dal primo giorno di quel lontano inizio. Ci teneva a me, anche se ero soltanto un giovane tesista sprovveduto. E lui il mio maestro. Che al posto della bacchetta di legno, ne usava una magica, la voglia di scoprire. Gli sarò per sempre grato di avermela mostrata.

Massimiliano Morelli,
ricercatore presso l’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del CNR,
biologo ambientale ed evolutivo, allievo del professor Pesce Delfino
per la redazione della propria tesi sperimentale in antropologia

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