Il consenso sul clima

Visualizzazione NASA delle tendenze di temperatura della superficie artica

La recente conferenza sul clima di Parigi ha risvegliato il dibattito sull’origine dei cambiamenti climatici. Sono apparsi diversi interventi critici verso la cosiddetta “teoria del riscaldamento globale antropogenico” (AGW, dalle iniziali dell’espressione inglese Anthropogenic Global Warming). L’impressione che se ne può ricavare è che sia in corso un dibattito scientifico tra due posizioni contrapposte e che la questione sia ancora aperta.

I climatologi ribattono che il riscaldamento globale gode del consenso praticamente unanime degli esperti del settore, e che il dibattito è sostanzialmente concluso. Ma che cosa significa un consenso del 97% e soprattutto che senso ha un consenso in una questione scientifica? Le questioni scientifiche non sono decise a votazione: si possono fare numerosi esempi di teorie ampiamente condivise, poi smentite da un singolo ricercatore che la pensava diversamente. Anzi, di solito ogni nuova idea nasce come opinione di una minoranza, che poi si dimostra corretta. È possibile sia questo il caso riguardo all’AGW ed ai suoi critici?

In effetti il cuore della mentalità scientifica è la libertà di pensarla diversamente, di esplorare strade nuove, di proporre visioni alternative. Ogni volta che si apre un problema scientifico emergono voci discordanti e ogni scienziato esplora quella per lui più promettente. Molti ricercatori si accodano a quelle più gettonate, ma altri sanno benissimo che il loro successo dipende dalla capacità di smentire la visione in quel momento dominante e proporne una migliore. Ma via via che le ricerche proseguono alcuni rami vengono tagliati. Ci si accorge che non portano da nessuna parte, che le premesse non erano corrette, e soprattutto che le ipotesi non reggono alla prova dei fatti. Il consenso si forma in questo modo, per eliminazione di tante ipotesi logiche, autoevidenti, ma purtroppo sbagliate. C’è sempre la possibilità che emerga una nuova ipotesi che spieghi meglio i fatti, succede, ma man mano che la teoria si afferma questo diventa sempre più difficile e più raro. La teoria rimasta ha assorbito parte di quelle concorrenti, ha eliminato, grazie anche alle loro critiche, alcuni aspetti sbagliati, e finisce per coprire un ambito molto più vasto di quello del problema originale, per cui ogni nuova teoria si troverà a dover spiegare un insieme di fenomeni molto grande in modo altrettanto accurato.

Il consenso non è comunque mai totale. Rimangono gli irriducibili sostenitori di ipotesi scartate, o accantonate, che continuano a riproporle in versioni leggermente modificate, o negando caparbiamente le smentite sperimentali. O quelli che, per mille motivi, ritengono la teoria sopravvissuta non accettabile, e continuano ad evidenziarne i limiti (veri o presunti). Questi “dissidenti” giocano un ruolo importantissimo, evidenziando i difetti della teoria ortodossa e permettendole di continuare a migliorarsi, , ma ciò nonostante quasi mai riescono a proporre una reale alternativa. È bene che ci siano, che esprimano i loro punti di vista, ma non possono avere la stessa considerazione della teoria principale. Queste persone continuano a pubblicare le loro idee nelle riviste del settore ma, a meno che non portino elementi realmente nuovi, possono avere difficoltà a farlo. Infatti gli articoli, per essere pubblicati, devono passare il vaglio di “referee”, che giudicano se l’articolo sia valido da un punto di vista metodologico e se non ripeta semplicemente argomenti, dati o teorie già pubblicati altrove. Ma non esiste una censura contro le idee innovative, e con l’elevato numero di riviste scientifiche esistenti sarebbe praticamente impossibile imporla. Semmai esiste il problema opposto: oggi diverse riviste accettano per la pubblicazione, a pagamento, anche articoli di qualità molto scadente.

Praticamente ogni campo della scienza ha una teoria che gode del consenso degli esperti, con qualche irriducibile dissenziente che la critica. Ci sono i critici dell’espansione dell’Universo, o del Big Bang, quelli della tettonica a zolle, o del legame HIV-AIDS, e chi contesta teorie ampiamente consolidate come la relatività. La climatologia in questo non fa eccezione.

Quindi esistono due situazioni solo apparentemente simili, in cui gli “eretici” sfidano il consenso: quando una teoria nuova, rivoluzionaria, tenta di imporsi contro la vecchia accettata da tutti, e quella in cui una teoria ha mostrato di essere nettamente più valida delle altre, ma qualcuno rimane non convinto.

Un recente editoriale di Scientific American fa il punto sul consenso attuale riguardo al clima. Il riscaldamento globale è visibile in moltissimi fenomeni, completamente differenti tra di loro e che coinvolgono esperti di campi diversissimi: rilevazioni da satellite, ritiro dei ghiacciai e delle calotte polari, temperature degli oceani, innalzamento del livello del mare, tutto converge ad indicarci che le temperature stanno aumentando. Lo stesso vale per la responsabilità dell’uomo: l’innalzamento della percentuale di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera, il ritrovarla disciolto negli oceani, le misure dirette da satellite dell’effetto di raffreddamento alle lunghezze d’onda caratteristiche dei gas “climalteranti”, quelle della radiazione infrarossa riflessa al suolo, l’innalzamento di temperatura a ritmi mai visti prima, i precedenti geologici di riscaldamenti globali seguiti a emissione di CO2 dai vulcani, il raffreddamento dell’alta atmosfera. Le ipotesi di cause alternative sono state tutte esaminate e alla fine si è determinato che non hanno, almeno nell’ultimo secolo, la capacità di produrre i mutamenti osservati. Non ci sono quindi solo i modelli climatici, ma tutta una vastissima serie di evidenze che hanno senso solo se la Terra si sta effettivamente riscaldando per colpa delle nostre emissioni di gas climalteranti (non c’è solo l’anidride carbonica). Ogni tentativo di spiegazione alternativa deve quindi fare i conti con tutto questo, deve produrre un quadro almeno altrettanto consistente, e non solamente mettere in dubbio l’uno o l’altro aspetto.

Che cosa significa e come si misura un consenso scientifico? La stima del 97% è stata fatta guardando nelle riviste del settore quanti articoli prendano una posizione sull’argomento, e trovandone solo una piccola minoranza che critica il consenso. Su 11944 articoli esaminati tra il 1991 ed il 2011 circa la metà prendeva una posizione esplicita sul riscaldamento globale, e di questi solo il 3% non condivideva l’idea di un riscaldamento in atto causato da noi. Pochissimi di questi articoli sono recenti. È un metodo impreciso, che probabilmente sovrastima i dissenzienti, non contando tutti quegli articoli che non esprimono una posizione ma la assumono implicitamente, mentre chi ha posizioni differenti dal consenso di solito lo sottolinea nei suoi lavori.

Affermare che il 97% dei climatologi sostiene che è in atto un riscaldamento anomalo, e che quasi sicuramente la causa sono le nostre emissioni di gas climalteranti significa questo, che nel mondo scientifico questa è la teoria che è emersa dalla discussione, che le teorie alternative hanno una capacità capacità di spiegare i dati decisamente inferiore. Che pochissimi scienziati ritengono ci sia una reale possibilità di arrivare a teorie alternative, cercano di svilupparle, e pubblicano sulle riviste del settore. Il dibattito si è spostato dal capire se il riscaldamento sia antropogenico (che esista è ormai un dato di fatto) al determinarne in dettaglio i meccanismi, capirne i dettagli, chiarire i tanti punti che ancora ne hanno bisogno (come in ogni teoria).

Ma se la teoria fosse falsa in modo evidente (o in modo che è possibile spiegare in modo chiaro) non servirebbe il 3% di dissidenti per demolirla, ne basterebbe uno. In breve il problema sarebbe evidente anche ad altri e il consenso si sposterebbe. Soprattutto si troverebbe una convergenza dei dissenzienti verso questa nuova teoria. Guardando gli articoli critici si trovano invece critiche limitate, puntuali, a qualche aspetto della teoria, o proposte di introdurre qualche nuova causa senza fornire una catena di spiegazioni sensata. Le critiche non convergono verso un’idea singola ma sono discordanti, spesso in contrasto tra di loro: il riscaldamento non esisterebbe, o esisterebbe ma sarebbe dovuto a fluttuazioni orbitali, al Sole, al vulcanesimo, agli oceani. In genere la qualità di questi articoli critici è bassa, spesso contengono errori grossolani, evidenti selezioni dei dati, o altri errori metodologici.

In alcuni casi queste proposte alternative hanno un senso, e promuovono ricerche utili. L’esempio migliore può essere l’idea dell’astronomo Svensmark di una correlazione tra il flusso di raggi cosmici che entra nell’atmosfera e un aumento della formazione di nubi, con un conseguente raffreddamento. L’idea è alla base dell’esperimento CLOUD del CERN, in cui si cerca appunto di produrre nubi artificiali in un ambiente controllato, con raggi cosmici artificiali. Questo esperimento ha avuto diversi risultati importanti e inattesi (ad esempio, ha evidenziato l’importanza di alcune sostanze chimiche nella formazione delle nubi), ma non ha confermato che il processo suggerito da Svensmark, pur esistendo, abbia effetti sul clima. Altri esempi di critiche costruttive riguardano ad esempio quelle fatte alla versione originale dell’ ”hockey stick” (la ricostruzione delle temperature globali negli ultimi 1000 anni, con la brusca impennata recente). Le versioni che abbiamo oggi sono sicuramente migliori di quella originale, ma hanno sostanzialmente la stessa forma (vedi la figura qui sotto).


Le dieci ricostruzioni indipendenti della temperatura globale negli ultimi 1000 anni pubblicate fino al 2005

Se si esce dal mondo del dibattito accademico la situazione è molto più desolante. Le critiche alla teoria del riscaldamento globale antropogenico vengono mosse soprattutto da persone senza nessuna competenza nel campo, con obiezioni che non hanno nulla a che vedere con la teoria stessa. Si confonde clima e tempo meteorologico, si ricordano previsioni sbagliate mai fatte, o fatti scientifici che non c’entrano nulla, letti male, estrapolati da un contesto in cui significano altro. Fino ad arrivare alle accuse di malafede e di manipolazione dei dati. Nei migliori dei casi si ripropongono argomentazioni ampiamente discusse, e risolte, nella letteratura specialistica. Se ad esempio sentiamo qualcuno sostenere sia ovvio che il Sole abbia un grosso effetto sul clima, consideriamo che la cosa è ovvia anche per i climatologi, che han passato anni a cercare di quantificarne accuratamente l’entità. Sappiamo quindi che il Sole ha sicuramente modificato il clima in passato, ma negli ultimi decenni ha avuto un’attività estremamente costante, e quindi un effetto decisamente minore. Una lunga rassegna di queste pseudoargomentazioni si può trovare sul sito skepticalscience, in parte tradotto anche in italiano.

Per fare solo un esempio, una critica comune riguarda il fatto che Eric il Rosso colonizzò la Groenlandia, chiamandola “Terra verde”. Questo proverebbe che allora il clima fosse più caldo di oggi. Ma oggi in Groenlandia sono allevati circa 20 mila ovini, qualche migliaio di renne e qualche centinaio di bovini. Le ristrette zone colonizzate da Eric sono verdi anche oggi, e le ricerche di paleoclimatologia, usando analisi isotopiche nei depositi lacustri, hanno determinato che le temperature di quei siti, ai tempi di Eric, prima del raffreddamento della “piccola era glaciale”, erano confrontabili con quelle del secolo scorso. Se quindi sentite qualcuno usare questo argomento potete essere sicuri che non è un esperto di clima.

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