Risolvere i conflitti tra le scoperte: le insidie nella promozione dei vaccini

Questo post è disponibile anche sul blog personale di Barbara Drescher, ICBS Everywhere. Si ringrazia Luciano Damico per la traduzione.

Qualche mese fa ho parlato della psicologia del negazionismo dei vaccini. Nel post avevo parlato di due pubblicazioni, una delle quali (Nyhan et al.) ha scoperto che:

Le informazioni correttive hanno ridotto le percezioni errate sul collegamento tra vaccini e autismo, ma hanno comunque diminuito l’intenzione di vaccinare tra i genitori che mostravano l’atteggiamento meno favorevole nei confronti dei vaccini. Inoltre, le immagini di bambini affetti da MPR e la storia di un bambino che ha contratto il morbillo ha avuto l’effetto di aumentare la credenza che i vaccini abbiano effetti collaterali gravi.

Nessuno degli interventi  ha aumentato l’intenzione da parte dei parenti di vaccinare i propri figli.

E poi, un paio di settimane fa, un amico mi ha inviato un link a questo pezzo che descrive una ricerca che pare contraddire la scoperta precedente. Gli autori (Horne et al.) hanno concluso che

… evidenziare le informazioni fattuali sui pericoli delle malattie trasmissibili può avere effetti positivi sull’atteggiamento nei confronti della vaccinazione.

Le due conclusioni sembrano contraddirsi. A quale dobbiamo credere?

Molte volte, la risposta a questa domanda si risolve nell’analizzare la qualità delle ricerche. In questo caso, credo che entrambi siano degli studi piuttosto ben concepiti. Uno, tuttavia, è più preciso dell’altro in molti modi. Ritengo che la precisione evidenzi la complessità del problema, oltre a darci un’idea migliore riguardo quale direzione debba prendere la promozione dei vaccini.

Diamo un’occhiata alle differenze di campionamento e di metodo tra i due studi.

Quello di Horne ha coinvolto 315 uomini e donne. Nello studio di Nyhan, il campione finale era costituito da 1759 genitori di bambini di età inferiore a 18 anni. Nella maggior parte delle ricerche, 315 soggetti rappresentano un campione più che sufficiente e un numero maggiore non incrementa necessariamente l’accuratezza della ricerca. Il pericolo insito nell’avere campioni più grandi è di trovare effetti che sono statisticamente significativi, ma che non lo sono dal punto di vista pratico. Tuttavia, quando si paragonano scoperte contrastanti, è meglio propendere dalla parte di quello con un campione più grande.

Poi c’è il problema del limitare lo studio ai genitori. Anche se Horne ha paragonato i genitori ai non genitori e non ha scoperto differenze significative negli atteggiamenti o negli effetti, il “rumore di fondo” è sempre rumore. I due gruppi di persone differiscono e gli atteggiamenti dei non genitori non sono rilevati in dettaglio. Limitare lo studio ai genitori mi dà più fiducia nella robustezza delle scoperte e nella loro applicazione al mondo reale.

Ancora, qualora entrambi fossero studi ragionevolmente ben concepiti da ricercatori competenti, i risultati finali non dovrebbero contraddirsi a vicenda. Quindi, sotto dev’esserci qualcos’altro. Ed è così.

Per prima cosa, questo è un esempio di quanto complesse siano le scienze sociali. Non si dovrebbero mai prendere decisioni politiche sulla base di un singolo studio e questo caso ne è la dimostrazione. La replicazione, soprattutto con varianti di misure e materiali, è essenziale per apprendere i metodi di persuasione migliori.

D’altro canto, questi studi non divergono soltanto nelle tecniche di campionamento. Lo studio di Horne è molto più semplice e, infatti, semplifica troppo. Nyhan et al. hanno incluso tre misure dell’esito, ognuna delle quali valuta un atteggiamento specifico:

  1. La convinzione che i vaccini causino l’autismo.
  2. Il rischio percepito degli effetti collaterali dei vaccini.
  3. L’intenzione di vaccinare i propri figli.

Per contro, lo studio di Horne prende in considerazione una misura singola che combina risposte a cinque domande specifiche, quali “Intendo vaccinare mio figlio” e “I dottori non consiglierebbero i vaccini se non fossero sicuri”, per giungere a una non becn chiara scala chiamata “atteggiamenti nei confronti dei vaccini”. Anche se le risposte a queste domande sono fortemente correlate, le modalità in cui gli interventi influiscono su queste risposte potrebbero essere molto diverse. Di certo è quello che ha dimostrato lo studio di Nyhan. Se definiamo “efficace” l’aumento dell’intenzione di vaccinare, allora lo studio di Horne non risponde alla domanda cui si prefigge di dare risposta. Personalmente, mi interessa più l’intenzione di vaccinare che ogni altro aspetto degli “atteggiamenti nei confronti dei vaccini”, quindi le conclusioni dello studio di Nyhan, per me, sono molto più significative.

In generale è meglio misurare gli esiti dell’interesse in maniera più specifica possibile, ma ovviamente più esiti un ricercatore studia, più grande deve essere il campione.

Infine, quella che forse è la differenza più importante tra i due studi è il tempismo della parte sperimentale. Quando si misura l’effetto dei trattamenti o degli interventi sugli atteggiamenti, l’esperimento deve protrarsi nel tempo. Un ricercatore misurerà l’atteggiamento e poi attenderà prima di applicare un trattamento e misurare di nuovo l’atteggiamento. Quando si viene sottoposti a un questionario sugli atteggiamenti, questi ritornano in mente. Ciò influisce sulla nostra ricettività nei confronti delle informazioni rilevanti in modi complessi che variano sulla base di diversi fattori, quali la forza dei nostri atteggiamenti e come ci viene posta la domanda. Per questo, dare il tempo ai soggetti di dimenticarsi del sondaggio iniziale fornisce un quadro più accurato di come le persone rispondano alle informazioni che si trovano dinanzi nel mondo reale.

L’esperimento di Horne è stato condotto un giorno dopo lo screening iniziale, mentre quello di Nyhan dopo due settimane.

La mia conclusione? Credo che il problema sia complesso, ma mentre le scoperte di Horne sembrano più semplici da comprendere, quelle di Nyhan sono più specifiche, rispondono a domande più interessanti e sono più facilmente inquadrabili nel quadro della conoscenza ben stabilita sul processo decisionale negli esseri umani (per esempio, la dissonanza cognitiva).

Non solo: servono ulteriori ricerche, se vogliamo sviluppare modi efficaci di aumentare il tasso di vaccinazione.

Bibliografia

  • Horne Z, Powell D, Hummel JE, & Holyoak KJ (2015). Countering antivaccination attitudes. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 112(33), 10321-4 PMID: 26240325
  • Nyhan B, Reifler J, Richey S, & Freed GL (2014). Effective messages in vaccine promotion: a randomized trial. Pediatrics, 133(4) PMID: 24590751

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