Hamer e la Nuova Medicina Germanica: intervista a Ilario D’Amato

hamer

In seguito alla protesta del CICAP per la pubblicità delle teorie hameriane a PordenoneLegge, abbiamo intervistato Ilario D’Amato, giornalista e creatore del sito Dossier Hamer.

Ci puoi spiegare, in breve, chi è Ryke Geerd Hamer e in cosa consiste la Nuova Medicina Germanica?

Hamer è un ex medico tedesco che negli anni Ottanta ha sviluppato una teoria pseudomedica secondo la quale la “cosiddetta” malattia non è qualcosa di negativo, ma un “programma biologico e sensato della Natura” per far fronte a determinati “conflitti” vissuti in uno stato di isolamento. Hamer dice di poter guarire il 98% dei suoi pazienti semplicemente studiando e risolvendo/assecondando tali “conflitti”.

Per spiegare meglio cosa siano, facciamo un salto indietro nel 1978: mentre dorme in uno yatch con degli amici ormeggiato all’isola di Cavallo, il figlio Dirk viene raggiunto da una pallottola vagante e muore dopo lunghi mesi di dolorosa agonia. In un primo momento Vittorio Emanuele di Savoia si assume ogni responsabilità dell’accaduto, ma in un famoso processo pieno di ombre viene prosciolto da ogni accusa. In seguito, Hamer sviluppa un tumore al testicolo e la moglie un tumore al seno: per lui è l’illuminazione, significa che sta subendo un “conflitto di perdita” mentre la moglie ha un “conflitto di separazione dal bambino”. Questa relazione tra “conflitti” e malattia gli viene confermata in sogno dal figlio Dirk, per il quale poi scrive il “Testamento per una Nuova Medicina”.

Dopo una lunga serie di condanne per omissione di soccorso a persona in pericolo, per infrazione alla legislazione sulle medicine parallele, per esercizio abusivo della professione medica e per truffa, ed essere finito sui giornali di tutta Europa per il caso di Olivia Pilhar, attualmente è latitante in Norvegia per sfuggire alle accuse di antisemitismo mossegli da due procure tedesche.

Per quale motivo Hamer è stato radiato dall’Ordine dei medici?

I seguaci di Hamer dicono che quando il figlio Dirk è morto la famiglia si trovava in Italia per “curare gratuitamente i malati di Roma”. In realtà, documentano i giornalisti del Der Stern, non aveva ripagato alcuni debiti per delle invenzioni che non avevano ottenuto successo commerciale e non aveva restituito un prestito statale di 70mila marchi per un ambulatorio che non ha mai aperto.

Nel 1981 presenta le sue “scoperte” in televisione (anche alla RAI), comincia a fare proseliti e apre diverse “cliniche”: verranno tutte chiuse dopo che alcuni giornalisti si erano interessati del caso scoprendo che i “pazienti” vivevano in uno stato di assoluto degrado, sbattendo la testa nel muro di notte per il dolore – lasciati senza morfina, visto che per lui avrebbe interferito con il processo di “guarigione”. I pazienti, dicono i testimoni che hanno lavorato con lui, quando morivano venivano portati via di notte per non spaventare gli altri. La goccia che fa traboccare il vaso è la clinica “Amici di Dirk” a Katzenelnbogen, che poi ‘clinica’ non è: Hamer la registra come ‘fremdenpension’, una specie di alberghetto. Ed in effetti le “cure” si risolvono tutte nel tenere i pazienti allegri, far razzolare nei corridoi delle galline “di pura razza”, mentre mancavano i soldi anche per far mangiare decentemente i pazienti: come riportato nella sentenza che lo radierà dall’Ordine dei medici, è “incapace di curare i pazienti” perché ha “una struttura personale psicopatica che non consentirebbe di poter esercitare la professione di medico”.

Nonostante i continui fallimenti, non riesce a riconoscere che tutti i suoi pazienti muoiono. Anche Oswald Zemelka, un suo paziente che aveva presentato in televisione come il suo più grande successo, muore. Come la moglie, morta di quel tumore al seno che per lui era solo un “conflitto” dovuto alla perdita del flglio.

Quali sono i pericoli per chi si affida a queste pratiche?

Spesso siamo portati a pensare “ma che male vuoi che faccia, io provo lo stesso”. Ma non è mai così: ad esempio, per Hamer la leucemia “non è una malattia ma una fase di guarigione dopo una malattia del midollo osseo. Quando da me arriva un malato di tumore che ha la leucemia faccio i salti di gioia”.

Ovviamente al “paziente” non bisogna somministrare alcuna chemioterapia, neanche se è un bambino con una leucemia linfatica acuta che, se sottoposto a chemioterapia, avrebbe il 90-95% di possibilità di ottenere una remissione completa dalla malattia. Olivia Pilhar, una bambina austriaca che nel 1995 aveva 6 anni, aveva sviluppato un tumore di Wilms e doveva cominciare a sostenere una serie di cure, inclusa la chemioterapia. Ma i genitori, spaventati dagli effetti collaterali, decidono di portarla da Hamer – che in quel periodo era in Spagna. Per lui la bambina sta vivendo un conflitto legato al fatto che la nonna aveva smesso di cucinarle schnitzel, simili alle nostre cotolette. Dopo che il tumore era cresciuto di oltre 4,2 litri – la bambina aveva una specie di pallone da calcio nella pancia – il governo austriaco è intervenuto liberando la piccola dopo che l’opinione pubblica era rimasta sconvolta dalle relazioni dei giornalisti.

Le probabilità di sopravvivenza si erano ridotte dal 90% al 10%, ma con le cure adatte Olivia è sopravvissuta ed ancora oggi è viva ed in perfetta salute. Una salute che le permette di girare il mondo per tenere conferenze a pagamento insieme ai genitori per decantare come la “medicina” di Hamer, che la stava uccidendo, sia meravigliosa. Per gli altri.

Nel tuo Dossier Hamer ci sono molte storie di persone che sono rimaste vittime della Nuova Medicina Germanica. Ce ne puoi raccontare qualcuna?

È davvero difficile scegliere una sola storia: sono tutte ugualmente dolorose, e tutte mostrano la fragilità umana di chi è messo di fronte alla malattia in modo inaspettato. La mia tesi di laurea in Scienze della Comunicazione verteva proprio sulla sociologia dei processi culturali che si attivano nel concetto di ‘malattia’: ed è proprio su questo che Hamer e chiunque non abbia mai dimostrato le proprie teorie fa gioco.

La storia che più mi ha colpito sul piano personale è stata quella di Manuela Trevisan: aveva solo 46 anni quando è morta per un linfoma di non-Hodgkin. Ed è morta convinta, come scrive sul suo diario, di “essere guarita”. Si era affidata allo psichiatra di Pordenone Danilo Toneguzzi, all’epoca ‘presidente scientifico’ dell’associazione ALBA, la più attiva in Italia (anche se ora ha cambiato nome e statuto). Al processo che è seguito, il primo e più importante in Italia, Toneguzzi ha negato ogni accusa sostenendo di non aver mai allontanato Manuela dalle cure scientifiche, anche se lei sul suo diario aveva scritto “decima seduta con Danilo. Ha detto che posso considerarmi guarita!”.

Ma quando si vede costretta a ricoverarsi in ospedale pochi mesi dopo, è ridotta pelle e ossa. I medici, che all’inizio le avevano diagnosticato “concrete possibilità di guarigione”, non possono fare più nulla. Manuela ha sempre creduto fermamente che, come sostenuto da Hamer, non stava peggiorando perché non si stava lasciando crescere il tumore dentro di sé, ma si stava avviando verso la guarigione. Toneguzzi è poi stato assolto in un processo che mette in luce tutte le ombre e le contraddizioni di questa “nuova medicina” e dei suoi seguaci.

Anche Domenico Mannarino era convinto di star guarendo, sostenuto in questo da Benedetto – medico hameriano che seguiva i corsi del “terapeuta” Marco Pfister, un non-medico a capo dell’associazione ALBA. La devastazione che questa “nuova medicina” comporta è rappresentata dal fatto che Domenico aveva un tumore al polmone ma è morto per una perforazione all’ansa intestinale: le metastasi, che per Hamer ovviamente non esistono, si erano diffuse in tutto il corpo lasciandolo paralizzato. E storie del genere, tutte dolorosamente uguali e crude, si ripetono anche per Maresa e Michaela Jakubczyk-Eckert. Purtroppo, spesso non vengono a galla perché gli hameriani riversano la colpa della morte sui parenti, che “non ci hanno creduto abbastanza”. Un tipico processo da setta.

È possibile fare una stima di quanto sia seguita la medicina di Hamer (sia fra i medici, sia fra i pazienti)? In quale nazione ci sono più seguaci?

È estremamente difficile fare una precisa stima numerica. Nella mia dissertazione per la laurea in Giornalismo Internazionale ho analizzato oltre cento quotidiani ed altrettanti blog che ne parlavano in maniera esplicita, ma questa è solo la punta dell’iceberg. Spesso scrivono di “essere guariti”, ma basta una ricerca giornalistica approfondita per scoprire che sono morti: quello che resta su Internet, però, è il “sono guarito”.

In questa teoria si possono riscontrare gli atteggiamenti tipici della setta: la chiusura verso il mondo esterno, l’assoluta certezza delle proprie idee anche di fronte ai continui fallimenti, l’autosuggestione collettiva, il sentirsi ‘coccolati’ da un ambiente che non ci considera solo dei numeri, e così via. Dopo la mia inchiesta giornalistica, in Italia gli hameriani si sono rifugiati in quelli che chiamavano “castelli” digitali dove poter continuare a rinfocolare a vicenda la propria fede senza alcuna interruzione. Tutto ciò rende impossibile fare una stima precisa. Eppure, casi come il convegno “La medicina della Natura” organizzato dal politico e medico Domenico Scilipoti testimoniano quanto tale pseudomedicina sia diffusa e politicamente potente. Quando a maggio del 2011 ho chiesto a Scilipoti perché avesse invitato al suo convegno Toneguzzi a parlare delle teorie di Hamer, e se per lui Hamer fosse un ciarlatano oppure no, l’attuale senatore non mi ha risposto. In seguito, ha firmato un’interrogazione parlamentare molto critica verso questa teoria che non ha ottenuto risposta.

Anche il caso di Paolo Rossaro, medico condannato per omicidio colposo per aver somministrato “cure” (più o meno) hameriane, dimostra come questa teoria sia molto seguita. Sul piano mediatico, Eleonora Brigliadori ha dichiarato di “essere guarita da un carcinoma epatico” grazie a tali teorie, ma quando ho chiesto alla sua agenzia maggiori informazioni – Hamer non ha mai parlato di ‘digiuno’ o di ‘omeopatia’ – ha preferito non rispondere. Per quanto riguarda il resto d’Europa, Hamer è molto seguito in Spagna e Francia, dove ha molte associazioni che sostengono le sue teorie. Come però è successo in Italia, ognuno adatta queste teorie per il proprio pubblico e per le proprie leggi.

Come valuti l’iniziativa del festival PordenoneLegge di presentare un libro su Hamer? Ci sono stati altri casi simili in Italia?

L’attività editoriale su Hamer è fervente. Lui stesso non ha mai pubblicato un solo studio su alcuna rivista specializzata, preferendo vendere il suo “Testamento” da oltre mille pagine e quasi cento euro. Attualmente vende una musica che ha composto e che secondo lui ha già guarito alcune persone. In Italia esistono numerosi romanzi e libri di “divulgazione” sulla Nuova Medicina Germanica pubblicati dai suoi seguaci, che ovviamente si guardano bene dal fornire mai uno straccio di prova documentale per quello che dicono. Tra aneddoti strappalacrime, tecniche di becero marketing per vendere una copia in più e continui riferimenti a complotti non meglio specificati, questi libri permettono una diffusione capillare di questa teoria senza dover andare incontro a tutti i problemi legati al doverla dimostrare.

Il giornalismo anglo-americano, sul quale mi sono formato, è ossessionato dal concetto di ‘balance’: se intervisti qualcuno che dice che il sole sia giallo, devi anche intervistare qualcuno che dice che il sole sia di un altro colore. Ma come ben spiega Silvia Bencivelli, “la par condicio nella scienza non esiste: facciamocene una ragione”. E se ne sono accorti anche qui nel Regno Unito, quando la BBC è stata costretta a dare il giusto peso ad ogni affermazione scientifica.

Ovviamente, gli organizzatori di PordenoneLegge non masticano di scienza e parlano a sproposito di “censura”: se dunque io scrivo un libro in cui dico che la leucemia va curata con un po’ di miele, mi inviteranno a parlare? E lo faranno anche per il mio amico che cura tutti i tumori con il pecorino sardo?

PordenoneLegge gode di finanziamenti pubblici, e non si tratta di “censurare”: si tratta di dare il giusto peso ad ogni voce, e di essere abbastanza uomini da assumersi le responsabilità morali delle proprie azioni. Anche il sindaco di Assisi ha lodato un “convegno” hameriano tenutosi nella sua città. Perfino la LILT, Lega italiana contro i tumori, nel 2006 ha organizzato un convegno in cui un suo associato ha diffuso le teorie di Hamer che avrebbe raccolto “migliaia di casi facendo emergere il “dato sconvolgente” della correlazione tumori/eventi negativi, causando una “alterazione di un’area cerebrale specifica” per via dei “conflitti” che causerebbero il tumore. La competente sezione LILT di Salerno ha specificato che tale medico “ha solo illustrato ai presenti quanto sostenuto da alcuni medici su nuove forme di prevenzione del tumore del cavo orale, mai mettendo in dubbio la necessità di attenersi alle forme di prevenzione ufficiali”. Le teorie di Hamer, che medico non è, rientrerebbero quindi nelle “nuove forme di prevenzione del tumore del cavo orale”.

Perché è nato il Dossier Hamer? Qual è stata la tua esperienza e qual è la soddisfazione più grande che ti ha dato?

Dossier Hamer nasce nel 2007, quando mi sono imbattuto nel forum nazionale del MeetUp di Beppe Grillo in un thread seguito da migliaia di persone. Da lì mi sono accorto di quanto fosse estesa tale Nuova Medicina Germanica, del giro di affari che muoveva, della disperazione delle persone che si affidavano ad essa. Ho iniziato una lunga e meticolosa inchiesta giornalistica su scala europea, ottenendo tutte fonti primarie (come le varie sentenze su Hamer, che i suoi sostenitori si sono sempre ben guardati dal menzionare) ed intervistando i parenti delle persone che erano morte dopo aver seguito tale teoria.

È stata un’esperienza che mi ha segnato professionalmente, ma soprattutto umanamente: ho dovuto imparare a separare nettamente i fatti dalle opinioni, asciugandomi le lacrime dopo ogni intervista telefonica. In quel momento scrivevo per un quotidiano di Salerno, Cronache del Mezzogiorno, e dopo l’inchiesta incentrata sulla mia città ho deciso di pubblicare su Internet tutta l’enorme mole di dati che ero riuscito ad acquisire. In breve tempo sono stato contattato da poche, coraggiosissime persone che hanno deciso di raccontarmi le loro dolorose storie, documenti alla mano. Sono stato contattato dalla giornalista belga Nathalie de Reuck, che si è occupata delle teorie di Hamer dopo che sua madre è morta seguendole, per un documentario sulla rete nazionale belga. La RAI mi ha contattato poi nel 2011 per una puntata sul caso di Manuela Trevisan: sono ancora estremamente grato alle sue amiche e soprattutto alla madre, che ha avuto il coraggio di andare di fronte ad una telecamera per raccontare il calvario della figlia.

Per quanto riguarda le soddisfazioni, insieme alle centinaia di minacce ricevo ogni tanto qualche email di ringraziamento di persone che hanno usato i dati contenuti nel mio sito per far aprire gli occhi ad alcuni amici o parenti che seguivano queste teorie: da giornalista, è la soddisfazione più grande che possa avere. Ho scritto un libro che raccoglie tutta la mia inchiesta ma non l’ho ancora finalizzato per mancanza di tempo: anche se gli hameriani pensano il contrario, non c’è alcuna multinazionale alle spalle del Dossier Hamer ma solo un giornalista emigrato a Londra che deve far fronte alle difficoltà lavorative quotidiane.

Che cosa suggerisci per fare informazione su questi temi?

Il vostro sito, sia detto senza piaggeria, è già un’ottima iniziativa in tal senso. C’è bisogno di disseminare informazioni corrette, supportate da evidenze scientifiche e fonti primarie, per combattere i comodi miraggi delle pseudoscienze. Ma ovviamente non è qualcosa che si costruisce in un giorno: è un processo culturale più ampio, e casi come quello di Di Bella e Vannoni dimostrano che il tessuto sociale italiano non è pronto a dibattere con competenza di questi temi.

C’è un pugno di giornalisti scientifici (penso a Chiara Lalli, Silvia Bencivelli, Alice Pace, Marco Cattaneo, Massimo Polidoro) che conosce bene l’etica del mestiere giornalistico e scrive senza paura come stanno i fatti, beccandosi insulti di tutti i tipi. Ci sono poi medici dalla grande capacità comunicativa, e penso a Silvio Garattini e Salvo Di Grazia alias “MedBunker”: quest’ultimo ha fatto con un blog (e poi con un libro) ben più di quanto abbiano fatto tanti altri colleghi iscritti all’Ordine, magari guariti da un tumore grazie alla medicina scientifica e che ora dal loro blog difendono il metodo Di Bella e qualunque altra panzana new-age.

Ma ovviamente non è abbastanza, se pensiamo che né l’Ordine dei giornalisti né quello dei medici muovono un dito su tale questione. Iniziative come “La notte dei ricercatori” possono aiutare a portare la scienza in piazza, a trasformare il complesso linguaggio della scienza in qualcosa di comprensibile ma non banale, come invece quello della pseudoscienza che colpisce il lato emozionale. Occorrerebbe un forte sostegno politico, ma quando i politici fanno interrogazioni parlamentari sulle scie chimiche non penso che ci sia molta speranza.

Personalmente, il mio dovere professionale ed etico è quello di dare un’informazione verificata e verificabile: un compito compito ben più difficile del diffondere acriticamente informazioni pseudoscientifiche solo per un proprio tornaconto economico o emotivo.

Hai gradito questo post? Aiutaci con una