Tutti vegani per restare in salute? “The China Study” e le sue conclusioni

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L’elisir di lunga vita? È la dieta vegetariana, o, meglio, vegana che garantisce una drastica riduzione dei fattori di rischio relativi a patologie diffuse quanto temibili. Parola del Dr Campbell, autore di The China Study. Ma ne siamo proprio sicuri? Per rispondere a questa domanda ricostruiamo la storia di uno tra i testi più citati a proposito del dibattito sul consumo di carne e latticini.

Tutto incomincia nel 1983, quando prende avvio il Progetto Cina (China Project), uno studio epidemiologico di dimensioni titaniche che mirava a indagare il rapporto tra alimentazione, ambiente, tradizioni sociali e malattie nel territorio cinese. La scelta della Cina è stata motivata da più ragioni: disponibilità di dati affidabili; relativa stabilità e, almeno a quei tempi, stanzialità della popolazione nelle contee oggetto di analisi e, soprattutto, coesistenza di tradizioni culinarie radicalmente diverse, che consentiva di raffrontare modelli alimentari differenti. Nel 1981 erano, inoltre, stati pubblicati alcuni dati che mettevano in evidenza come il cancro, nel territorio cinese, fosse particolarmente diffuso in alcune specifiche zone, con differenze notevoli nel tasso d’incidenza tra una contea e l’altra, il che spingeva a indagare le ragioni di questa distribuzione disomogenea. Il Progetto Cina è stato condotto in collaborazione dalla Cornell University, dall’Accademia cinese di Medicina Preventiva, dall’Accademia cinese di Scienze Mediche e dall’Università di Oxford. Alla prima indagine del 1983-84 (che ha coinvolto 6.500 adulti residenti in 65 contee) ne è seguita una seconda nel 1989-90, che ha interessato 10.200 adulti (includendo 20 nuove contee nella Cina occidentale e a Taiwan e 20 famiglie in più per contea). Gli scienziati riferiscono di aver annotato con scrupolo ogni porzione di cibo ingerita dai soggetti e di aver raccolto campioni di sangue e urina.

The China Study, bestseller internazionale pubblicato nel 2005 da T. Colin Campbell (direttore USA del Progetto Cina) e da suo figlio Thomas M. Campbell II, è forse l’“eredità” più famosa del China Project. In quello che è diventato un vero manifesto del veganesimo si afferma che l’alimentazione caratteristica del mondo occidentale sarebbe potenzialmente foriera di terribili guai per la salute, mentre una dieta basata sul consumo di vegetali e che esclude le proteine animali risulterebbe protettiva rispetto alle malattie cardiovascolari, al diabete, al cancro e all’obesità. Principale imputato è il tasso di colesterolo nel sangue, che costituirebbe il fattore di rischio più importante per tutte le patologie che affliggono la civiltà del benessere occidentale, a sua volta correlato con l’assunzione di proteine animali. Una drastica riduzione dell’introduzione di queste proteine risulterebbe, pertanto, la migliore arma di difesa relativamente a tutte le malattie. La situazione ottimale coinciderebbe con la scelta dell’alimentazione vegana, che prevede la totale eliminazione di tutti gli alimenti di origine animale. Purtroppo – e qui il duo Campbell & Campbell sembra indulgere al complottismo – i benefici del veganesimo sono colpevolmente messi in ombra da torbidi interessi lobbistici che coinvolgono l’industria alimentare, i governi e anche taluni studiosi senza scrupoli.

Prima che corriate tutti a disfarvi dei cartoni del latte e che vi precipitiate ad annullare la grigliata con gli amici, fermiamoci un momento. Le conclusioni dei Campbell, tratte dal China Project, sono davvero inoppugnabili così come vengono presentate? Sembra proprio di no.

Un’interessante operazione di fact-checking è stata condotta dalla blogger Denise Minger che ha deciso di lavorare sui dati grezzi forniti dal libro dei Campbell e di confrontarli con le deduzioni che i due autori ricavavano da questi. La Minger ha potuto, così, appurare come in molti casi i Campbell avessero tratto conclusioni decisamente scorrette attraverso un’indebita selezione dei dati, oppure individuando nessi causali del tutto illusori, o ancora ignorando concetti come la significatività statistica. Ne consegue che le conclusioni del libro sarebbero, per lo più, arbitrarie convinzioni degli autori. La Minger ritiene che i Campbell si siano fatti influenzare dalle loro aspettative e, di conseguenza, siano andati in cerca di dati che confermassero le proprie idee. Perplessità sui metodi e sulle conclusioni degli autori di The China Study – in linea con le conclusioni della Minger – sono stati messi in rilievo nell’ambito della ricerca e del giornalismo scientifico. Un’interessante sintesi della questione, unitamente a una recensione del libro, a opera di Harriet Hall, medico e giornalista, può essere letta online su Science-Based Medicine.

E quindi qual è il parere della scienza in merito all’azione protettiva del veganesimo e, in generale, su The China Study? Come spesso accade, sembra che i Campbell abbiano indebitamente semplificato una questione in realtà molto complessa. Gli studi che correlano il consumo di carne con i tumori e le malattie cardiovascolari sono moltissimi, ma gli esiti non consentono di fare affermazioni così radicali come quelle degli autori. Se, da una parte, sembra chiaro che un consumo eccessivo di carne rossa aumenti la possibilità di sviluppare malattie cardiovascolari e tumorali, d’altra parte non è stato possibile provare in maniera sicura il ruolo protettivo dell’alimentazione vegana. Sembra, infatti, che non vi sia sostanziale differenza tra la protezione fornita dalla dieta vegana e quella che deriva da un basso consumo di carne (che peraltro non comporta i rischi degli squilibri nutritivi correlati all’alimentazione vegana).

Un riferimento sistematico a tutta la sconfinata letteratura scientifica sull’argomento sarebbe impossibile ed esulerebbe dai nostri scopi. Uno studio olandese condotto su 120.000 individui e una review non rilevano sostanziali differenze tra chi non consuma carne e chi la consuma di rado. Altri studi sembrerebbero, invece, più vicini alle conclusioni del China Study, evidenziando, pur senza eccessi, un certo grado di protezione derivante dal vegetarianesimo (ma non dal veganesimo). Una sintesi degli studi sul rapporto tra consumo di carne e predisposizione a sviluppare tumori è presente nell’International Encyclopedia of Public Health, in un articolo a opera di A. J. Cross e R. Sinha del National Cancer Institute di Rockville, USA.

In conclusione, ad oggi non vi sono buoni motivi per raccomandare l’alimentazione vegana in ragione di una prevenzione del rischio di sviluppare malattie, mentre un’alimentazione vegetariana equilibrata o un consumo ridotto di carne (in particolare di carne rossa, quella che comporta i rischi maggiori) possono aiutarci a rimanere in buona salute.

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