L’incidente di Passo Dyatlov

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Quello di Passo Dyatlov più che un mistero sembra il soggetto per un “found footage movie” americano, in perfetto stile The Blair Witch Project: nell’Unione Sovietica del 1959, dieci amici decidono di fare un’escursione invernale con gli sci su un passo degli Urali noto come Montagna dei morti. Uno è costretto ad abbandonare la spedizione a causa di un problema di salute, subito prima della partenza. E sarà l’unico sopravvissuto.

Cinque di loro saranno infatti ritrovati morti un mese dopo, semi-nudi nella neve, la tenda lacerata dall’interno e nessun’altra orma oltre le loro in tutta la zona. Gli altri quattro verranno invece rinvenuti in fondo a una gola dopo altri due mesi, con ferite e fratture di gravissima entità.

Venne concluso che i giovani erano stati uccisi da “una sconosciuta forza irresistibile”, il passo rimase chiuso e interdetto per anni a sciatori ed escursionisti, alcune informazioni e documenti originali furono condivisi solo negli anni ’90. E naturalmente sono piovute tutte le teorie alternative possibili e immaginabili: esperimenti nucleari (ipotesi avallata dalle tracce di radioattività rinvenute sugli abiti di alcuni di loro, poi però identificate come precedenti alla spedizione), esercitazioni segrete militari (un altro gruppo di escursionisti vide delle sfere arancioni in cielo poco lontano, e in effetti fu appurato che si trattava di missili balistici R-7), un attacco da parte della popolazione indigena Mansi, gli immancabili alieni (molto interessante è, a tal proposito, un libro apparso in russo nel 2007 a firma dell’ufologo Mikhail Gershtein che raccoglie alcuni dettagli importanti della vicenda: è possibile oggi leggerlo gratuitamente qui, in russo).

Recentemente, infine, è stato pubblicato un nuovo libro che vorrebbe spiegare quanto accadde quella notte: l’autore, Donnie Eichar, sostiene si siano formati dei mini-tornado a causa delle particolari condizioni climatiche e orografiche, provocando “infrasuoni” in grado di terrorizzare a morte i nove escursionisti e farli impazzire (gli stessi infrasuoni che, per il loro noto effetto di suscitare inquietudine e ansia, leggenda vuole siano utilizzati al cinema per spaventare ulteriormente gli spettatori nei film dell’orrore).

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In effetti, pur non essendo fra i più universalmente noti, l’incidente di Passo Dyatlov è un mistero affascinante, che presenta alcuni punti complessi. Per esempio, un’obiezione spesso avanzata è quanto sia bizzarro il fatto di aver ritrovato le impronte degli escursionisti dopo un mese, mentre i corpi erano stati parzialmente coperti dalla neve.

Oppure: lo stato di decomposizione dei cadaveri è troppo avanzato per trattarsi di corpi rimasti a temperature così basse.

O ancora: solo quattro di loro presentavano ferite e fratture. Perché qualcuno si è arrampicato in cima ad un albero? Alcuni indossavano gli abiti degli altri. I testimoni oculari hanno parlato di un innaturale colorito arancio scuro dei cadaveri.

Si tratta di obiezioni confutabili con prove e argomentazioni scientifiche, accettate persino dai ricercatori “possibilisti”: ad esempio, il rinvenimento di orme anche a distanza di tempo è possibile e non infrequente, molto dipende dalla dinamica dei venti e delle precipitazioni nevose. Anche lo stato di decomposizione dei cadaveri è compatibile con quello di altre vittime delle montagne, così come il colorito brunito della pelle. I vestiti a brandelli possono essere giustificati come conseguenza dell’ipotermia, che in una fase avanzata può dare un falso senso di calore e porta la vittima, obnubilata e stordita, a strapparsi gli abiti di dosso (il cosiddetto “undressing paradossale“).

Da notare, inoltre, che “la sconosciuta forza irresistibile” di cui si parla in quasi tutte le fonti è in realtà un significativo esempio di leggenda che vince sulla verità: nel fascicolo di chiusura dell’indagine si legge infatti “una forza naturale si è presentata come causa della loro morte, (una forza) che le persone non erano nelle condizioni di superare”. Ugualmente, nelle trascrizioni delle autopsie si riscontra come, a proposito di Ljudmila Dubinina, il  medico legale ha concluso “Le dette lesioni possono derivare come risultato dell’esposizione a una grande forza che ha portato con sé un terribile trauma interno mortale alla gabbia toracica. Oltre a ciò, i danni sono del tipo (che si riscontra) su un uomo in vita e costituiscono il risultato dell’influsso di una grande forza, con successivo cedimento, rottura o contusione della gabbia toracica”. Non i termini strettamente tecnici e scientifici cui siamo abituati oggi, ma comunque dichiarazioni piane e concrete che non lasciano molto margine a forze misteriose e sconosciute.

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Al di là delle teorie più o meno fantasiose (comprese quella dei “mini-tornado” di Eichar o quella ipotizzata nel film che ne è stato inevitabilmente tratto negli ultimi anni), la spiegazione più accreditata dei fatti è la seguente: durante la notte fra il 1 e il 2 febbraio qualcosa ha convinto i nove escursionisti di essere in pericolo o li ha comunque spaventati abbastanza da farli fuggire dalla tenda. Superata la prima ondata di paura, i ragazzi si rendono conto di trovarsi a temperature polari senza attrezzature né vestiti adatti. Quindi accendono un fuoco e alcuni cercano di tornare al campo base, ma non ce la fanno e muoiono di ipotermia a distanza di duecento metri l’uno dall’altro.

I superstiti prendono i vestiti dei compagni morti per coprirsi di più e aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza, ma precipitano in un burrone e muoiono per le ferite riportate anche loro a brevi distanze gli uni dagli altri. Animali selvaggi e intemperie provocano gli ulteriori danni che sono poi stati riscontrati sui cadaveri al momento delle autopsie (ad esempio, la mancanza della lingua in una delle vittime).

Che cosa possa aver terrorizzato a tal punto un gruppo di escursionisti esperti non è possibile saperlo con certezza a distanza di così tanto tempo: un’ipotesi plausibile è che si sia trattato dell’eco di una valanga nelle vicinanze, o forse del movimento sussultorio propagatosi dalla stessa.

Rimane il fatto che anche in questo caso è possibile fornire una spiegazione semplice e razionale a eventi che di primo acchito destano perplessità o inquietudine. Ed è come sempre il miglior servizio che si possa rendere alle vittime.

Con il contributo di Luca Boschini e Roberto Labanti

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