L’INAF “fa finta” di credere a Gravity… e noi?

gravity

Il 3 ottobre sulla Stampa appare un articolo del famoso astrofisico Giovanni Bignami, presidente dell‘Istituto Nazionale di Astrofisica, che denuncia quanto ai suoi occhi Gravity, il film di Alfonso Cuaròn, appaia ben poco plausibile. Tra gli aspetti che suscitano la sua incredulità ci sono i detriti spaziali, la distanza tra il telescopio spaziale Hubble e la Stazione Spaziale Orbitante e la composizione della tuta spaziale. Ma come avremmo dovuto vedere queste scene, perché fossero plausibili?

Quanto è sporco lassù

Nei primi minuti del film vediamo le operazioni di manutenzione del telescopio spaziale Hubble che vengono interrotte dall’arrivo di alcuni detriti spaziali, derivati dalla frammentazione di un satellite russo. Sfortuna vuole che l’orbita di questa immondizia spaziale sia simile a quella del telescopio, e uno scontro sembra perciò essere inevitabile. I poveri astronauti, personificati da George Clooney e Sandra Bullock, devono perciò rientrare di corsa nello Shuttle, mentre i frammenti si avvicinano minacciosi. Ma non fanno in tempo. Lo Shuttle e il telescopio vengono ridotti in brandelli e i due protagonisti restano in balia del vuoto spaziale.

Il problema dei rifiuti spaziali è reale, dal momento che dagli anni Cinquanta abbiamo continuato ad intasare le orbite utili con un sempre crescente numero di satelliti dismessi. Se continuiamo così arriverà il momento in cui sarà molto difficile immettere un satellite in orbita senza che venga danneggiato. Tuttavia, secondo il presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica Giovanni Bignami, “nella realtà, i detriti hanno velocità di diversi chilometri al secondo, per cui si vedrebbero arrivare molto meno di una palla di fucile, anche se abbastanza grossi… Mentre nel film sembra che arrivino svolazzando come sassi che cadono da una parete”. In una scena reale avremmo visto perciò gli astronauti cercare di ripararsi da una mitragliata di oggetti grandi anche quanto un uomo, senza però riuscire a vederne nemmeno uno.

Distanze relative

Il secondo aspetto che ha non ha convinto Bignami è stata la distanza cinematografica tra la ISS e il telescopio spaziale Hubble. Subito dopo lo sfortunato incidente, Clooney trasporta infatti la collega al riparo sulla Stazione Spaziale, che guarda caso era proprio lì nelle vicinanze. E lo fa usando il (quantomeno sospetto) getto di stabilizzazione della tuta. “Ennesima dose di FFDC”.

Nella realtà, per arrivare fino alla ISS, occorre scendere di 150 chilometri e passare a un orbita praticamente perpendicolare. Sempre pensando che i due manufatti siano nei punti più vicini, ma potrebbero anche essere dall’altra parte della Terra. Inoltre tutta l’operazione viene svolta grazie al getto di stabilizzazione della tuta. Per dare l’idea, sarebbe un po’ come scendere con un triciclo da una montagna alta diciotto volte il monte Everest.

Anche l’astronauta è sexy

In ogni caso, una volta fuggita a tutti i pericoli dello spazio facendo largo uso della fiducia del pubblico, Sandra Bullock riesce a raggiungere la ISS e a mettersi comoda togliendosi la tuta spaziale. Si sfila la parte dorsale e, con qualche colpo di reni, anche la parte inferiore della tuta se ne va. Quello che le resta addosso dopo questa operazione è soltanto un paio di calzoncini molto corti e una canotta scollata. Un abbigliamento capace di mettere in crisi il più serio degli astronauti. Nella realtà, tuttavia, la bella astronauta non avrebbe avuto occasione di mostrare le sue forme.

Come riferisce Luca Parmitano, sotto la tuta va indossata anche la sottocombinazione (una specie di biancheria intima che copre tutto il corpo) e la sottotuta LCVG (uno “strato” deputato al raffreddamento liquido e tramite ventilazione). Particolare meno poetico è il pannolone che viene indossato da tutti gli astronauti durante le missioni extraveicolari. Sì, perché gli astronauti devono restare fuori dai moduli abitativi per diverse ore e non possono scappare dentro ogni volta che hanno bisogno di andare al bagno. Nella realtà, quindi, il sex appeal sarebbe stato ben nascosto da pannolone e sottotute.

Esimio predecessore

E pensare che una versione fisicamente più plausibile era già stata scritta da Ray Bradbury, nel 1949. Il titolo era Caleidoscopio e raccontava di un simile incidente in orbita, con esiti meno fortunati.
In ogni caso, per quelli che prendono la deprecabile decisione di non leggere il racconto, ecco la versione fisicamente plausibile di Gravity.
— Abortire la missione: siete sulla possibile traiettoria di alcuni detriti.
— Da dove arrivano?
— La direzione è…
Il telescopio spaziale si squarcia di colpo, sullo Shuttle si aprono enormi fenditure. La Bullock si disperde nello spazio, Clooney resta aggrappato al relitto dello Shuttle. I protagonisti sono impotenti e continuano a parlare tramite la radio fino a che non finisce l’ossigeno o finchè uno dei due si incendia nell’atmosfera.
Fine.

Alessio Francesco Brunetti
www.fantascienza.com

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