Social media: grandi poteri, grandi responsabilità?

Articolo di Steven Novella, pubblicato originariamente su Neurologica Blog. Traduzione di Ilaria Ampollini.

Negli ultimi tempi, i social media sono stati messi spesso sotto accusa. I blog, i podcast, Facebook, Twitter, Instagram, Youtube e altri social networks hanno avuto un incredibile impatto sul nostro modo di comunicare. Sono strumenti potenti e in molti casi vengono usati nel modo giusto.

Tuttavia, producono anche conseguenze indesiderate e, come società, stiamo ancora imparando a maneggiare questi nuovi elementi che hanno fatto irruzione nelle nostre vite. Stanno emergendo questioni riguardanti la privacy, le regole dell’agire sociale, così come l’etica nel diffondere online informazioni non verificate.

Nel nostro blog (SGU – The Skeptics’ Guide to the Universe) abbiamo ultimamente discusso di due problemi collegati tra loro. Il primo riguardava la recente pubblicazione di Lewandowsky dal titolo “Recursive fury: Conspiracist ideation in the blogosphere in response to research on conspiracist ideation,”. Brevemente, Lewandowsky aveva scritto e pubblicato online un articolo1 su quelle teorie cospirazioniste che negano il riscaldamento globale. Una parte delle critiche a questa pubblicazione, provenienti da alcuni sedicenti scettici sul riscaldamento globale, includeva ipotesi cospirazioniste sullo studio stesso. Lewandowsky non è riuscito a resistere all’ironia, e così ecco il suo articolo successivo.

La controversia è scaturita da fatto che in quest’ultimo articolo Lewandowsky ha fatto i nomi di specifici bloggers, facendo insinuazioni sulla loro salute mentale su un giornale di psicologia.

Le domande, che l’episodio spinge a porsi, sono svariate: a quali diritti alla privacy rinuncia chi pubblica qualcosa online? È etico nominare precisi individui su un giornale di psicologia, e, se non lo è, come si possono citare le fonti di riferimento senza nominare la loro provenienza?

Una volta che si inizia a riflettere questi argomenti, ci si rende conto che si tratta di importanti questioni con svariate implicazioni. Le figure pubbliche sono un facile bersaglio per chi le vuole criticare o persino deridere. È il prezzo che si paga per essere famosi, oppure impegnati in controversie di interesse comune. La legge invece riconosce che i privati cittadini non possono essere altrettanto facili bersagli e meritano piuttosto una qualche tutela.

Ma i social media hanno reso chiunque una figura pubblica? Fino a che punto postare un intervento online firmandosi con il proprio nome annulla qualsiasi pretesa di privacy? E questo allora giustifica l’utilizzo di un nickname? Dove sta l’etica nello screditare in modo anonimo (cioè sotto pseudonimo) la reputazione di qualcun altro su un social media, qualcuno che magari ha invece pubblicato online firmandosi con il proprio nome?

Il problema della privacy è reso ancora più importante dal fatto che i social media tendono ad essere un ambiente duro e spietato: hanno infatti aumentato le nostre interazioni, ma senza quegli usuali segnali di comunicazione non verbale che in genere moderano il nostro comportamento.

Per farla breve, le persone su Internet si sentono libere d’essere del tutto idiote, soprattutto quando lo fanno anonimamente.

Questa è certamente manna dal cielo per gli psicologi – avere milioni di persone che interagiscono tra loro e in più con molte meno inibizioni. Si tratta di un flusso di dati sulla psiche umana, sulla cultura, sui sistemi di credenze, sulle interazioni sociali e sulla trasmissione delle informazioni. Di colpo, stiamo tutti partecipando a uno pseudo-volontario esperimento psicologico.

Il secondo tema, di cui abbiamo discusso nel nostro blog, riguardava un recente studio dei messaggi su Twitter pro e contro vaccini. Lo studio ha fatto emergere tre punti principali: ad essere contagiosi erano i tweets negativi sui vaccini e non quelli positivi; i tweets negativi si sono diffusi più rapidamente di quelli positivi; infine, cosa ancora più inquietante, un alto numero di tweets – sia negativi che positivi – ha provocato l’aumento solo di quelli negativi.

Dunque la campagna anti-vaccini ha su Twitter un ampio vantaggio su quella pro-vaccini. Questo risultato può verosimilmente essere generalizzato ad altri temi e ad altri social networks. Per non si sa quale ragione, siamo motivati a trasmettere un’informazione negativa più di una positiva: ciò rappresenta una significativa e probabilmente dannosa tendenza del modo in cui le notizie si diffondono nei social media.

In sostanza, le persone su internet non solo sono idiote, ma anche pessimiste.

Non sorprende dunque che questa cultura via web produca conseguenze negative. Non posso riportare in questo post il resoconto dettagliato di una recente ricerca, ma lasciatemi almeno riassumere i primissimi risultati che stanno emergendo in questa fase iniziale. Dedicarsi ai social media può nuocere all’autostima, aumentare il livello di stress e portare all’isolamento sociale, unitamente a una diminuzione del contatto fisico con altre persone. C’è anche una correlazione con i disturbi di salute degli adolescenti. Chi può dire quanto lavoro produttivo è stato perso a causa del tempo impiegato sui social media? E infine, i social media veicolano il diffondersi virale dei sentito dire, degli allarmismi e della cattiva informazione.

Non tutto è brutto, sia chiaro. I social media sono un potente strumento e la loro popolarità lo dimostra. Costituiscono un modo efficace di partecipare alla comunicazione di massa e anche la possibilità di pubblicare è stata resa molto più democratica. Sono anche una potenziale, incredibile fonte di informazione, per esempio nel tracciare il diffondersi di malattie infettive.

Ciò nonostante, siamo davanti a una tecnologia ancora immatura. Abbiamo bisogno di imparare come massimizzare i benefici e mitigare le conseguenze indesiderate di questa cultura. Dal mio punto di vista, per esempio, i social media hanno avuto risvolti profondamente positivi e insieme negativi sulla comunità scettica.

Penso che potremmo sicuramente beneficiare di ulteriori studi sugli usi e sulle conseguenze dei social media, accompagnati da sperimentazioni di metodi che consentano di diminuirne i risvolti negativi. Le attuali ricerche sono per lo più di tipo correlazionale e quindi risulta difficile trarre precise conclusioni su cause e effetti: nuove ricerche possono aiutare a far luce su questi problemi.

Ma la domanda è – chi progredirà più velocemente, la nostra abilità di gestire questa tecnologia in evoluzione, o la tecnologia stessa?

 

Note

1″Recursive Fury: Facts and misrepresentations” e
“Recursive Fury: Conspiracist ideation in the blogosphere in response to research on conspiracist ideation” in cui si dice che l’articolo è momentaneamente sospeso a causa di alcuni reclami ancora in fase di accertamento.

Immagine tratta da Xkcd, licenza Creative Commons 2.5 Generic (CC BY-NC 2.5)

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