Vampiri: uso e abuso di una leggenda

Nosferatu

Matthew Beresford, della Southwell Archeology, ha recentemente descritto un ritrovamento avvenuto nel 1959 ad opera dell’archeologo Charles Daniels: uno scheletro con punte di metallo conficcate nel cuore, nelle spalle e nelle anche, risalente a un periodo tra il 550 e il 700 d.C. Si tratta evidentemente di un rituale anomalo. Ma è corretto parlare, come ha fatto il Telegraph, della sepoltura di un vampiro? Lo abbiamo chiesto a Matteo Borrini, archeologo e antropologo forense, curatore del sito restiumani.it. A chi fosse interessato a questo tema, consigliamo questa conferenza organizzata dal Cicap Piemonte.

Parlare di sepolture di vampiri in ambito accademico sembrava, almeno fin a qualche anno fa, piuttosto difficile per non dire ridicolo. Nel 2008 la notizia apparsa sull’Archivio della più antica e prestigiosa società al mondo di antropologia – la Società Italiana di Antropologia e Etnologia fondata da Paolo Mantegazza nel 1871 ed attualmente presieduta da Piero Mannucci – iniziò in punta di piedi questo sdoganamento. Ma quando il medesimo argomento venne presentato come sfondo ad una ricerca di stampo forense all’American Academy of Forensic Sciences, il trampolino statunitense fece da propulsore mondiale per quella che presto divenne “la vampira di Venezia”, oggetto di esaustive ricerche supportate dalla National Geographic Society che vi realizzò anche un documentario ancora talvolta messo in onda.

Da quel momento, fortunatamente, sembra si possa trattare seriamente e scientificamente del fenomeno del vampirismo che, come noto dagli studi di Barber (Vampires, burial, and death: folklore and reality, 1988) e successivamente approfondito in più sedi, nacque da erronee interpretazioni dei normali fenomeni di decomposizione cadaverica.

Recentemente sembra però che la ricerca archeologica dei resti di revenants ematofagi sia in parte sfuggita di mano, forse più ai giornalisti che agli archeologi. Più volte si è fatto riferimento a sepolture con pietre, chiodi o paletti a trafiggere lo scheletro dell’inumato, interpretando queste come evidenze di esorcismo contro un vampiro. A ben guardare, però, il termine vampiro viene indicato solo da chi scrive l’articolo e quasi mai dallo scienziato (l’archeologo è uno scienziato, non lo si dimentichi) autore della scoperta o della ricerca.

Il fatto che deve essere compreso, come nell’ultimo caso dei resti rinvenuti a Southwell in Gran Bretagna, è che la discriminante tra sepolture di vampiri e tanatofobia è nella datazione del reperto stesso.

Il vampirismo, come credenza popolare, ha precisi ambiti cronologici che, escludendo le sporadiche attestazioni dell’XI-XIV secolo, si colloca tra la fine del XVI secolo e il XVIII secolo. Parlare di vampiri fuori da questo intervallo cronologico sarebbe come far riferimento ai Cristiani prima del I secolo d.C. o ai Buddisti prima del VI secolo a.C.

Gli archeologi intervistati nell’ambito della loro scoperta fanno spesso giustamente notare, come anche nell’ultimo caso, di essere di fronte ad una “sepoltura anomala”, ovvero una deposizione in cui compaiono caratteristiche inusuali di trattamento del defunto. La storia della “cultura del morire” è ricca di esempi, fin dalla più remota preistoria, in cui il cadavere viene in qualche modo bloccato nella sua dimora eterna attraverso sistemi più o meno appariscenti o duraturi nel tempo, siano essi paletti (in legno o metallo), deposizione prona, amputazioni, pietre su gambe o sul capo. A proposito di quest’ultima usanza, è possibile vedere nei tumuli funerari protostorici e poi nelle lapidi ancor oggi in uso un’evoluzione di questi apparati per impedire al non morto di far capolino nel mondo dei vivi.

Molte sono le interpretazioni, sociologiche e culturali, alla base di questa paura del “ritorno irrelativo” del cadavere, che avrebbe potuto scorrazzare incontrollato tra i viventi arrecando danno alla sua comunità; certamente è lecito supporre che tra i fenomeni che portarono alla nascita di questa superstizione ci fosse anche l’occasionale riemersione dei cadaveri ad opera di animali necrofagi che ne dissotterrano i resti, azione che avrebbe potuto facilmente essere limitata o impedita facendo ricorso a coperture in pietra della salma.

Tutto ciò che ruota attorno a questa paura per il ritorno del cadavere, paura che viene implementata da particolari condizioni connesse con la “malamorte” o con il comportamento criminale, asociale o deviante (si pensi alle patologie mentali non riconosciute nelle epoche antiche), rientra nella tanatofobia. Molti sono i rituali, quindi, che possono esplicitarsi in “sepolture anomale” connotate nel senso dell’annichilimento del cadavere e delle sue potenzialità di risorgere, ma ai vampiri si può correttamente far riferimento solo per il ricordato preciso momento storico.

Inoltre non deve essere sottovalutata la possibilità di incorrere in deposizioni di soggetti vittime di una regolare esecuzione capitale che avrebbe potuto lasciare evidenze anche sull’apparato scheletrico; in questi frangenti l’apporto di un antropologo forense per discernere quando accorse la lesione ossea (ante mortemperi mortempost mortem) sarebbe significativo.

Gli archeologi autori delle recenti scoperte, come nel caso di Southwell, ben fanno a sottolineare l’anomalia del rituale documentato che apre interessanti scenari per approfondire gli studi sulle credenze dei popoli antichi, meglio dovrebbe fare chi diffonde la notizia evitando di chiamare in causa i discendenti della famiglia Dracula quando questa doveva ancora far capolino nella Storia.

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