21/12/2012: intervista a Armando De Vincentiis

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Nel tuo intervento al convegno di Volterra parlavi di una “sindrome dell’Apocalisse” come metafora che inquadra certi tipi clinici. Di che cosa si tratta? E come si può affrontare?

La “sindrome dell’apocalisse” non esiste in letteratura, è una metafora che scaturisce dall’osservazione clinica mia e di miei colleghi (come Giorgio Nardone) che si occupano di disturbi fobici. Con questa espressione mi riferisco a un comportamento di tipo ipocondriaco, con la differenza che l’ipocondriaco è preoccupato per sè, il fobico catastrofista per la salute e la vita dell’intera umanità. Mentre l’ipocondriaco scruta con attenzione il suo corpo, quello che nella mia attività ho chiamato “fobico catastrofista” scruta i segni della natura, sia della Terra sia provenienti dallo spazio e, spesso, trova conferma mediante ricerche mirate. Internet, documentari catastrofisti sull’argomento e letture pseudoscientifiche sono le sue fonti. La paura della morte, come nell’ipocondriaco, è così elevata da diluire ogni senso critico e predisporre verso una maggiore accettazione di qualsiasi cosa possa essere detto sulla fine del mondo. In base alla mia esperienza professionale inserirei il fobico catastrofista nella categoria degli ansiosi, dei fobici e degli ipocondriaci, i quali, una volta risolto un problema di salute, rimangono a corto di elementi sui cui costruire le loro ansie e sentono l’inevitabile necessità di occuparsi di qualcos’altro che li faccia preoccupare. Faccio un esempio: un uomo che ha paura di una malattia segue tutto l’iter medico previsto. Ottenuta la certezza della sua integrità fisica cercherà un’altra malattia fino a quando non riuscirà a costruire una preoccupazione verso la quale non ha alcuna possibilità di intervenire. E quale miglior modo di costruire un’ansia senza rimedio se non quella di una imminente catastrofe? Una meteora, un terremoto o una guerra nucleare hanno valenza simile a una malattia mortale, ma ancora più pericolosa, perché non riguarda il singolo soggetto ma anche tutti quelli che gli stanno intorno. La terapia del fobico catastrofista non sarà, quindi, dissimile da quella effettuata su un soggetto affetto da sindrome ipocondriaca.

Nel tuo lavoro, ti è capitato di incontrare persone effettivamente spaventate per la fine del mondo?

Nel mio lavoro, che ha a che fare con fobici ed ipocondriaci, ho incontrato diverse persone con queste caratteristiche, ma ho visto pochi soggetti “puri”, ossia spaventati solo dalla fine del mondo e non dal loro stato di salute, e molti soggetti misti (catastrofisti e fobico-ipocondriaci). Per cui ritengo che sotto l’aspetto clinico le sindromi fobiche, ipocondriache e catastrofiste siano intercambiabili e, il più delle volte, fuse tra loro.

Secondo te che cosa succederà dopo il 21 dicembre alle persone che credevano a quella profezia? Si renderanno conto di aver creduto a una bufala o troveranno delle giustificazioni per la mancata catastrofe? E secondo te cominceranno a preoccuparsi per qualcos’altro?

E difficile che qualcuno sia disposto a mettere in discussione una propria credenza, anche se orientata alla catastrofe: significherebbe ammettere di aver speso energie per nulla, sarebbe troppo dispendioso per la propria economia mentale. Sicuramente, come accaduto già in chi si aspettava la fine del mondo in altre date passate (come i testimoni di Geova nel 1914), i catastrofisti riformuleranno le loro credenze posticipando la data o considerando il fatidico giorno come un cambiamento o l’inizio di qualcosa di diverso (negativo o positivo che sia). In un modo o nell’altro troveranno argomentazioni che confermeranno le loro convinzioni indipendentemente da ciò che accadrà. Le credenze non hanno bisogno di prove ma si rigenerano e si ripresentano sotto altre forme. Quindi, i catastrofisti, come gli ipocondriaci dopo una visita medica negativa, non rimarranno mai a corto di preoccupazioni.

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