Pesci e uccelli morti: un aggiornamento

Dead Blackbird

Update: qui gli sviluppi della situazione a marzo 2011.

Come promesso, vi aggiorniamo sulle ricerche in corso per stabilire le cause delle morìe di uccelli e pesci e ne approfittiamo per fare qualche altra considerazione (in fondo).

Arkansas. Itteri dalle ali rosse.
(non merli come erroneamente scritto in precedenza)

I primi risultati delle necropsie (autopsie su carcasse di animali) condotte dal National Wildlife Health Center su alcuni esemplari hanno confermato le conclusioni dei test preliminari svolti dalla Arkansas Livestock and Poultry Commission. Gli animali mostrano i segni di un’emorragia interna e non hanno tracce di pesticidi, mentre sono ancora in corso gli esami su altre possibili cause di avvelenamento e su eventuali malattie infettive. L’ipotesi considerata più probabile è che gli animali siano morti per un impatto durante il volo. L’Arkansas Fish and Game Commission ritiene che gli itteri dalle ali rosse siano stati spaventati dai fuochi d’artificio e siano stati indotti a volare a una quota molto più bassa del normale, schiantandosi poi contro gli edifici. Per i risultati completi degli esami bisognerà però aspettare circa 30 giorni. Per maggiori informazioni su questo caso e sul successivo vedere anche la pagina Facebook della Arkansas Fish and Game Commission.

Arkansas. Freshwater drum (Aplodinotus grunniens).

Il 29 dicembre 2010 sono stati ritrovati nel fiume Arkansas oltre ottantamila pesci morti o morenti su un tratto di fiume lungo 27 chilometri (17 miglia). Più del 99 per cento apparteneva alla specie Aplodinotus grunniens; sono stati trovati anche esemplari di altre specie (Morone chrysops, Morone mississippiensis e Sander canadensis), che però potrebbero non avere nulla a che fare con le cause della morte. Cinque esemplari sono stati mandati alla scuola di acquacoltura della University of Arkansas at Pine Bluff per ulteriori esami; si continua a ritenere un’epidemia l’ipotesi più probabile, ma anche in questo caso bisognerà aspettare circa un mese per avere i risultati completi.

Svezia. Taccole.

Un numero compreso tra 50 e 100 taccole (una delle specie più piccole del genere Corvus) è stato ritrovato in una via di Falköping, una piccola città nel sud della Svezia. La necropsia svolta su cinque carcasse dall’Istituto Veterinario Nazionale (Statens veterinärmedicinska anstalt, SVA) ha rilevato, come per gli itteri dell’Arkansas, segni di emorragia interna e non ha trovato tracce di infezione o malattia, segno che gli uccelli sono morti molto probabilmente per un trauma esterno. La zoologa dell’SVA Marianne Elvande ha dichiarato che stabilire esattamente la fonte del trauma va al di fuori delle competenze del suo istituto. Anche in questo caso si ritiene che gli uccelli abbiano improvvisamente cambiato rotta per uno spavento improvviso, scontrandosi con ostacoli che non hanno fatto in tempo a evitare. Si tratta comunque di un episodio di portata minore, che se fosse avvenuto in un altro momento sarebbe stato ignorato.

Romania

Il 9 gennaio le autorità sanitarie romene sono state allertate in seguito al ritrovamento di qualche dozzina di cadaveri di storni. Si sospettava che fossero vittime dell’influenza aviaria, ma le analisi hanno riscontrato elevate concentrazioni di alcol nel sangue degli uccelli, dovute all’ingestione di vinacce. Sarebbero quindi andati incontro a una sorta di coma etilico collettivo.

Faenza. Tortore.

In questo caso il quadro è completamente diverso. Alcuni esami svolti dalla sezione di Lugo e Forlì dell‘Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia-Romagna hanno escluso la presenza di virus influenzali di tipo A. Anche gli esami batteriologici hanno dato esito negativo. È stata invece rilevata la presenza di molti semi di girasole nel gozzo e di danni a fegato e reni, che richiedono ulteriori test per verificare la possibilità di un avvelenamento. Anche i campioni di alimenti di cui si sono cibate le tortore sono sotto esame da parte dell’ASL di Ravenna per ricercare eventuali contaminanti. L’Istituto Zooprofilattico di Padova sta invece verificando se la presenza del paramyxovirus aviare (rilevata in alcuni esamplari) possa avere contribuito alla morte delle tortore.

Non sarebbe invece un virus il responsabile della moria di tortore a San Cesario sul Panaro, come hanno evidenziato le analisi dell’Istituto Zooprofilattico di Modena, anche se le cause rimangono ancora da stabilire.

Secondo il WWF, che si è espresso sul caso di Faenza, l’ipotesi più probabile è quella tossicologica. L’ipotesi del paramyxovirus è considerata poco probabile dall’organizzazione, in quanto causa di morte solo in casi rarissimi e con un diverso quadro sintomatico. Anche l’ipotesi di indigestione di semi di girasole, che era stata avanzata in un primo tempo, è considerata “risibile” dall’organizzazione,  in quanto non ci sono stati ritrovamenti di tortore morte anche nei pressi dei campi di girasole ma soltanto in un raggio di 150 metri dai confini di un’azienda agroalimentare, la Tampieri SpA. Anche in questo caso, comunque, l’ultima parola arriverà soltanto dai risultati definitivi degli esami.

Conclusioni.

La sequenza di morti di animali può apparire sorprendente e su Internet ha scatenato la fantasia: tra le teorie del complotto avanzate per spiegare il fenomeno ci sono esperimenti governativi come il “progetto Blue Beam”, mutazioni genetiche, scie chimiche, anomalie geomagnetiche, HAARP, “armi scalari”, per non parlare naturalmente del 2012.

In realtà, un evento che può apparire inspiegabile a chi non ha familiarità con quel tema (in questo caso la zoologia), spesso non ha nulla di sorprendente per chi ha studiato centinaia di casi analoghi e lo sa collocare nel giusto contesto. Come spiega la biologa Melanie Driscoll, che dirige il programma di tutela degli uccelli della National Audubon Society per il Golfo del Messico e la Rotta del Mississippi, nei soli Stati Uniti muoiono cinque miliardi di uccelli all’anno. Negli Stati Uniti ci sono più di duecento milioni di itteri dalle ali rosse che volano in stormi di 100.000 fino a due milioni di esemplari. Cinquemila può sembrare un numero grande, ma va messo nel contesto. Ci si aspetterebbe allora che morie di massa si manifestino molto spesso, ed è proprio quello che succede se si va a chiedere agli esperti. Paul Slota è il portavoce del Geological Survey’s National Wildlife Health Center di Madison, Wisconsin, che ha registrato le morti di massa degli animali fin dagli anni Settanta. Slota ha dichiarato che negli ultimi dieci anni sono stati registrati, soltanto per quanto riguarda i volatili, ben 188 casi che riguardavano più di 1.000 esemplari alla volta. Il che significa che di casi paragonabili a quello dell’Arkansas ne avvengono in media quasi venti all’anno nei soli Stati Uniti. Ci sono stati anche casi molto più drammatici: nell’estate del 1996, per esempio, ci furono due casi di più di 100.000 anatre morte per botulismo.

C’è poi una seconda questione da considerare. Come spiega tra gli altri anche Michael Shermer, la nostra mente si è evoluta in modo da cercare schemi e cause che mettano in relazione gli eventi che osserviamo. Questa competenza presenta degli evidenti vantaggi, ma può talvolta indurci in errore, quando per esempio attribuiamo una spiegazione unitaria a eventi che sono in realtà scollegati tra loro. Nel caso in questione, per esempio, la varietà dei fenomeni osservati è stata inquadrata in uno schema molto generale, quello degli ‘animali morti’ , non considerando che si tratta di specie molto diverse e che le morti sono avvenute in contesti così differenti tra loro, e allo stesso tempo così circoscritti,  da rendere problematica una spiegazione unitaria. Come dimostra anche il fatto che le ipotesi che vengono vagliate – epidemia, impatto, avvelenamento – considerano cause del tutto differenti. Per comprendere che cosa possa originare errori di questo tipo nei processi di ragionamento comuni è sempre utile interrogarsi sulle motivazioni che possono orientare i processi cognitivi. In questo caso, probabilmente ha giocato un ruolo importante la diffusa preoccupazione circa lo stato di degrado progressivamente crescente dell’ambiente sul nostro pianeta. Questa preoccupazione  attiva quindi un sistema di allarme che, nel registrare nuovi eventi, applica schemi e spiegazioni che siano coerenti rispetto alle aspettative. Vale la pena ribadire che il sistema complessivamente funziona – meglio registrare un allarme di troppo piuttosto che non accorgersi di un pericolo reale – ma ciò non significa che tutte le volte che l’allarme si attiva sia successo davvero qualcosa di pericoloso.

Tutto tranquillo, allora? No, è doveroso tenere d’occhio i risultati delle indagini in questo e altri casi simili, ma tenendo conto che le logiche della comunicazione non sempre coincidono con quella della difesa dell’ambiente. Per esempio, sempre negli Stati Uniti, negli ultimi tre anni sono morti più di un milione di pipistrelli per la cosiddetta “sindrome del naso bianco“, le cui cause sono ancora poco chiare. Ma non sono finiti sulle prime pagine.

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