A Voyager “si fa cultura”

A volte anche gli scettici guardano Voyager e alcuni hanno addirittura creato un gruppo di ascolto fisso su FriendFeed, in cui commentare in diretta il programma. Vi proponiamo un estratto dai commenti di Galatea a proposito della scorsa puntata:

Piatto forte dell’ultima puntata di Voyager andata in onda il 6 Ottobre era l’annunciato servizio sul Prete Gianni.

Il Prete Gianni è il protagonista di una leggenda medioevale un po’ complicata. La prima attestazione del personaggio sta nell’opera di Ottone di Frisinga (1109-1158), feudatario, vescovo e crociato ammanicatissimo con la corte imperiale del Barbarossa, che, nel 1145, mentre si trovava a Viterbo, disse di aver sentito colà parlare del Prete Gianni da tal Ugo di Gabalis, un sacerdote libanese: si tratta quindi, fin dall’inizio, di una tradizione nata su un sentito dire. Comunque, stando al racconto di Ugo di Gabalis, il Prete Gianni sarebbe stato un re cristiano, però aderente alla setta dei Nestoriani, e forse il membro di una dinastia di re tutti con il medesimo nome, che avrebbe comandato in un paese al di là della Persia e dell’Armenia. La testimonianza, si capisce bene, è già vaga in sé, e gli studiosi si sono arrovellati per capire chi potesse essere il personaggio così fumosamente indicato. Fin dall’Ottocento, gli studiosi hanno pensato che il passo potesse far riferimento ad un qualche distretto del Caucaso, forse corrispondente all’attuale Georgia, fra i cui governatori, detti Sbalasar, troviamo anche un Johannes, fiorito giusto giusto alla metà del XI secolo. Si tratta ovviamente di pure ipotesi. L’accenno al Nestorianesimo di cui il Prete Gianni sarebbe stato seguace è un altro tratto interessante: i Nestoriani, condannati come eretici nel 431 e scomparsi quindi in Occidente, furono però a lungo vitali come chiesa in Persia, grazie alla protezione dei Sassanidi, e fecero proseliti fino in Cina, dove le loro comunità rimasero attive fino al 1300. Chi ha appioppato questo tratto religioso al Prete Gianni doveva dunque avere almeno una buona infarinatura di controversie teologiche e di sette ancora presenti in Oriente.

Le notizie storiche sul Prete Gianni finiscono però qua, e prende il via la leggenda. In Occidente, infatti, ad un certo punto appare una lettera, scritta originariamente in greco, tradotta in latino e diffusa in più versioni, che sarebbe stata inviata dal Prete Gianni all’imperatore di Bisanzio Michele Comneno (1122-1150) e che quindi dovrebbe risultare pressappoco contemporanea alla notizia sul Prete Gianni riferita da Ugo di Gabalis a Ottone di Frisinga. In essa il Prete Gianni, re di uno stato ricchissimo dell’Oriente però cristiano – non si capisce bene di che confessione – inviterebbe l’imperatore bizantino a stringere amicizia con il suo regno, di cui descrive e decanta le meraviglie. La lettera è evidentemente una bufala clamorosa, inventata forse alla corte di Bisanzio da gente che masticava fonti classiche come Erodoto, Solino e Plinio: gli animali fantastici e i popoli altrettanto immaginari (i Cinocefali dalla testa di cane, gli Unipodi e così via) fanno parte delle popolazioni stravaganti che gli antichi ponevano ai confini del mondo. Sul perché venga diffusa alla corte Bizantina e poi in Occidente non vi sono indizi precisi, ma in fondo, presso gli antichi e i medioevali, l’idea che sovrani lontanissimi dovessero inviare missive per chiedere amicizia agli imperatori in carica era molto diffusa, anzi, era considerata un modo per attestare il prestigio dei sovrani riceventi (anche Alessandro ed Augusto avevano ricevuto altrettanto immaginari omaggi da popoli che vivevano agli estremi confini dell’orbe conosciuto). In Occidente il Prete Gianni diventa un personaggio letterario: se ne trovano tracce nel Milione di Marco Polo e nell’Orlando Furioso di Ariosto. E siccome i miti sono duri a morire persino quando vengono smentiti dalla realtà dei fatti, quando ormai risulta chiaro che il Prete Gianni in Asia non esiste, si sposta d’ufficio il suo mitico regno in Africa, ipotizzandolo in Abissinia, esattamente come, quando si è scoperto che su Marte non potevano vivere Marziani, gli extraterrestri li si è spostati un po’ più in là nel cosmo.

Ecco, di tutto questo su Voyager ieri sera non si capiva un piffero. Il servizio cominciava con la storia della missiva a Comneno, che pareva una lettera autentica, recapitata con tanto di bollo, non si citava Ottone di Frisinga, né Ugo di Gabalis, non si chiariva il contesto in cui era fiorita la leggenda, e si proseguiva svariando, fra pezzi di intervista tagliata male ad una filologa dell’Università di Urbino e svarigolamenti su chiese dell’Etiopia, che nessuno riusciva a capire cosa c’entrassero di preciso in ‘sto gran bailamme. Non veniva citata un data, non si faceva un minimo di critica alle fonti, che peraltro erano indicate così vagamente da non permettere a nessuno eventuali controlli. Sembrava una cosa tirata su facendo maldestri copincolla da Wikipedia, un frullato di immagini, notizie e illazioni senza fondamento. Alla fine, nel nostro piccolo forum su FF, tutti ci chiedevamo una cosa, che è rimasto come al solito l’unico mistero davvero insoluto di Voyager. Ma perché questa roba qua continua ad essere presentata come un programma culturale?

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