25 Febbraio 2024
Giandujotto scettico

Gli evanescenti fantasmi luminosi di Cambiasca

Giandujotto scettico139, di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo (18/05/2023)

Nella primavera del 1972, per qualche giorno, in un paesino del nord del Piemonte si chiacchierò – davvero nel senso proprio del termine – di stranissime apparizioni: fantasmi luminosi, cavalli volanti, fuochi fatui, scie luminose. Tutto questo, senza riuscire, o quasi a trovare uno straccio di testimone in prima persona. 

Una delle cose che colpiscono, in questa storia improbabile, è che la breve popolarità dei fantasmi che si aggiravano intorno alla frazione di Ramello, parte del comune di Cambiasca (oggi provincia di Verbania), dipese dai discorsi raccolti al bar da un corrispondente de La Stampa. Si trattava di a. c., in realtà il giornalista Antonio Costantini (1928-2014), che il 12 maggio del 1972, fra le cronache del Novarese, aveva fatto uscire un articolo intitolato non troppo sobriamente Fantasmi luminosi si aggirano di notte tra i fantasmi al ponte di Cambiasca?

Che cosa era successo? Beh, giudicate voi.  

Il pezzo si apriva in un modo che vi chiediamo di tenere a mente: i giovani del posto, si diceva, parlavano “di strane visioni, di figure luminescenti, da fantascienza, che appaiono e scompaiono”. Tutto questo, a quanto pare, accadeva al Ponte Milvio – un nome del quale nel prosieguo dovremo dire qualcosa di più.

Il giornalista si era dunque recato al circolo dopolavoristico Enal della minuscola Ramello, e lì aveva raccolto le parole della donna che lo gestiva:

Poche sera fa, un operaio di Aurano, che conosco di vista, mi ha narrato sbigottito di avere visto un cavallo che, senza toccare il suolo, galoppava in un’aureola di luce verso la montagna.

Subito era partito il meccanismo caratteristico delle dicerie sulle “presenze misteriose”: per due o tre sere, un gruppo di giovani si era recato al ponte e c’era rimasto a lungo, ma senza vedere nulla. A quanto pare, l’inquadramento culturale della diceria era di tipo tradizionale – quello dei morti in cerca di pace, perché deceduti in maniera violenta, o comunque tragica (il riferimento era ai tanti suicidi nel fiume San Bernardino, ai pescatori morti per incidenti e – interessante lettura – ai “molti partigiani caduti durante la Resistenza sulle rocce e nel greto del torrente che scorre sotto il ponte”). 

Il giornalista raccolse anche il parere di alcuni giovani presenti in quel momento al circolo. Tutti sembravano accettare l’esistenza di fantasmi nella zona, ma, al contempo, nessuno sosteneva di aver visto qualcosa in prima persona. Uno di loro, però, aggiunse altri dettagli: erano apparsi anche “un cane in bicicletta” e “ombre evanescenti che danzavano in un’aureola di fiamme, tra i castagneti e le rocce che da ponte Milvio si sprofondano a picco nella gola sottostante del fiume”. A parole, tutti volevano andare ad affrontarli ma, secondo il giornalista, in realtà preferivano soltanto parlarne, restando seduti ai tavolini. 

Ma quel pezzo era soltanto un antipasto. Il giorno successivo, il 13 maggio, Costantini ampliò in maniera decisa la prima, sommaria corrispondenza, corredandola di foto di persone del luogo che, più che aver visto, raccontavano in maniera vivida quel revival folklorico di cui erano loro stessi i protagonisti. 

L’inizio della rinnovata caccia non fu un granché. Alla Trattoria Milvio, al bivio Aurano – Cambiasca, un cliente non sapeva nulla dei fantasmi. Alla trattoria di Aurano, anche interrogando la figlia del proprietario, nisba. Per fortuna del cronista si fece avanti un avventore in grado di strutturare meglio la diceria dei fantasmi – e quindi di consentire al testo di prendere quota. 

[…] ho 60 anni, Abito a Pallanza, ma essendo nativo di Aurano ed avendo ancora in paese nipoti, parenti ed amici, ci vengo spesso. Quella delle apparizioni non è una storia nuova. Forse 25 anni fa, era ancora parroco don Giuseppe, le luci apparivano sospese sopra il campanile. Poi, da quando venne trasferito, il fenomeno cessò. Credo che fosse lui in possesso di poteri magnetici.

Queste poche parole sono interessanti. Permettono alla storia d’introdurre due elementi di rilievo, necessari perché tutto non si afflosciasse. Il primo, è la scoperta dell’antichità della presenza dei fantasmi: non erano cosa di adesso – c’erano già da almeno venticinque anni. Il secondo è ancora più originale: l’antica e illustre credenza popolare secondo la quale i preti sarebbero anche un po’ maghi, in grado di catalizzare il soprannaturale (cosa che peraltro li trasformerebbe in figure assai ambigue dal punto di vista antropologico). 

Mentre Costantini aspettava l’arrivo del nipote di questo primo narratore – un presunto testimone, finalmente! – ebbe modo di ascoltare anche quanto sapevano due anziani muratori che lavoravano sotto la pioggia. Tanto per cambiare, nemmeno loro avevano visto niente, però:

[…] parlano di una specie di fascio luminoso sopra il quale apparirebbero figure strane, fantascientifiche: cavalli galoppanti, cani in bicicletta, strani fuochi fatui.

Ma Costantini era ancora alla ricerca del racconto del nipote dell’uomo di Pallanza. Prima s’imbatté nel fratello di costui (ci credereste? Aveva sentito di tutto, ma non aveva visto nulla). Per lui il parente era davvero stato testimone di qualcosa, ma pensava a un brutto scherzo giocatogli da qualcuno. 

Finalmente, all’ennesima osteria, ecco finalmente materializzarsi il nipote dell’uomo di Pallanza. Ennesima delusione:

Si vede chiaramente che è sulla difensiva, non vuole fotografie, afferma di non aver veduto nulla, gli diciamo che i suoi parenti ed anche gli amici, in paese, sostengono il contrario. Lui nega…

Il giornalista non si arrende. Torna al circolo Enal di Ramello, e lì il ciclo narrativo si chiude. Gli indicano di nuovo come testimone il nipote del sessantenne di Pallanza. Ma, dunque, perché non parla?

Forse ha negato per paura. Torna in paese a notte fonda e forse teme che i “fantasmi” si vendichino se parla. 

Cosa che indica una convinzione diffusa in paese: se i fantasmi c’erano, erano in grado di menare le mani, se qualcuno avesse tentato di identificarli. 

A parte l’ennesima, dichiarata intenzione di recarsi di notte sul luogo delle “apparizioni” con pane, salame e fiaschi di vino, la storia si chiudeva qui. Forse, lasciandoci una sola indicazione di fondo: la capacità di un cronista di provincia di un grande quotidiano dei primi anni ‘70 del secolo scorso di raccontare umori e voci delle persone qualsiasi, rendendole vive ed efficaci – molto più dei fantasmi luminosi ai quali accennava, e che nessuno, a quanto pare, era intenzionato più di tanto a far materializzare. 

Ci fu comunque una coda – avvelenata – a questa piccola, ben costruita storia del nulla. Venne dalla stampa locale, intenzionata a rivendicare il controllo del territorio, e forse non soltanto per motivi commerciali, ma anche per motivi culturali.  

A testimonianza di questa reazione inviperita sta un breve articolo del settimanale Il Verbano del 19 maggio 1972. Prendeva in giro, senza nominarlo, “l’autorevole quotidiano” torinese e le sue “dense pagine locali” – le pagine de La Stampa a quel tempo erano dense sul serio – che raccontavano di fantasmi che in realtà nessuno aveva mai visto. L’idea di fondo che il grande giornale non fosse in grado d’interpretare davvero ciò che accadeva da quelle parti, per Il Verbano era testimoniato da una cosa, in effetti un po’ imbarazzante. Per tutto il tempo, La Stampa aveva chiamato il ponte presso il quale si diceva apparissero gli spettri Ponte Milvio, cioè col nome dell’antico ponte di Roma, luogo della celeberrima battaglia del 312 d.C. fra Costantino e Massenzio. In realtà si chiamava Ponte Nivio, oggi parte del Parco Nazionale della Val Grande.

I fantasmi immaginati erano una scusa per criticare il concorrente del “grande giornale”. Alcune delle persone apparse in foto, spiegava ancora Il Verbano, erano quasi offese per esser state riprese, così diceva il settimanale, “all’improvviso”. Occorreva occuparsi di ben altro che di quelle sciocchezze, era la conclusione – ad esempio, dei furti che dilagavano nella zona. 

Il 20 maggio, L’Azione, settimanale cattolico di Novara, pur scettico, reagì sulla stessa falsariga, ma con toni più sobri. Per saperne di più si era rivolto, manco a dirlo, al parroco di Aurano, che di quella storia non aveva mai sentito nulla – e sì che viaggiava spesso su quel ponte, e proprio in bicicletta, come il cane fantasma. 

Tutto sommato, insomma, dai giornali locali giunsero reazioni moralistiche, di chiusura e di rivendicazione del controllo sul proprio pubblico. Nel complesso, da un buon racconto giornalistico come quello di Antonio Costantini, per noi emerge la capacità di scrivere, d’inventare, di divertire – in maniera pressoché innocua, ma al contempo senza occultare quello che c’era di interessante in tutto ciò: il meccanismo di costruzione delle dicerie di paese, alla base di vicende come questa.

Così, alla fine, questi fantasmi davvero invisibili possono diventare simpatici anche agli scettici. Magari, soprattutto quando prendono le sembianze di un cane in bicicletta, come si diceva a Ramello, frazione di Cambiasca, nella piovosa primavera dell’anno di grazia 1972.

Cartolina tedesca vintage, da Flickr (wackystuff), CC BY-NC 2.0

Immagine di apertura di Gerd Altmann da Pixabay