21 Febbraio 2024
Approfondimenti

Le sirene cantano l’evoluzione del nostro immaginario

di Nicolò Bagnasco

Cosa cantano di solito le sirene? Svetonio racconta che l’imperatore Tiberio si divertisse a provocare gli sventurati che gli capitassero a tiro con questa domanda ingannevole. La risposta, stando alla mitologia, è impossibile da ottenere. Chiunque ascolti il canto delle sirene, racconta Omero, viene trascinato in mare dalle loro irresistibili melodie, fino ad affogare. Un enigma destinato a rimanere tale.

Se si cercasse, per assurdo, di rispondere seriamente a questa domanda, si presenterebbe un problema diverso: le sirene hanno cambiato forma attraverso i secoli, come spesso accade quando si ha a che fare con figure dell’immaginario collettivo. Il mito costituisce, insieme al rito, un elemento fondamentale nello sviluppo dell’esperienza religiosa. Quest’ultima è servita (ed è ancora utilizzata oggi) all’uomo per dare spiegazioni a fenomeni incomprensibili attraverso le conoscenze scientifiche. Per questo motivo, alle trasformazioni socio-culturali delle civiltà si accompagna anche un cambiamento più o meno marcato dei loro miti e degli elementi che li compongono. Nulla di strano, quindi. Nel caso delle sirene, ricostruire l’evoluzione dei racconti e delle descrizioni che le riguardano porta a scoperte interessanti.

Se si osservano i reperti archeologici appartenenti alla civiltà greca che raffigurano le sirene ci si accorge che sia sulle statue (tra cui spicca la Sirena di Canosa) che sui tanti vasi giunti fino a noi queste appaiano pennute, con ali e zampe, e un busto di donna.

Il discorso cambia a partire dall’ottavo secolo dopo Cristo, quando venne concepito il Liber monstrorum de diversis generibus, un catalogo mitologico di autore anonimo che descrive esseri anormali, fantastici o mostruosi, raccogliendo numerose fonti per provarne l’esistenza.

Il sesto capitolo è particolarmente importante perché ha permesso agli studiosi di formulare ipotesi sulla provenienza dell’opera (o perlomeno parte di essa). È infatti scritto con forme linguistiche riconducibili alle isole britanniche e contiene riferimenti al Beowulf. In esso viene per la prima volta delineata una descrizione della morfologia della “sirena nordica.  Dal cielo al mare, la sirena classica ha perso penne, ali e artigli per guadagnare una scenografica coda di pesce, talvolta due. [1]

Cos’era accaduto? Una delle ipotesi più diffuse attribuisce la causa di questa evoluzione a uno o più fraintendimenti lessicali ed errori di traduzione. Dalla parola latina che indica le penne, “pennis”, al vocabolo che indica le pinne, “pinnes”, il passo è sufficientemente breve da giustificare un traduttore distratto o poco formato.

Da allora gli avvistamenti di sirene iniziarono ad aumentare, e diventarono una costante nelle cronache e nei racconti di viaggi per mare. Ciò è spiegabile sia dalla volontà dei marinai di romanzare i propri resoconti sia da suggestioni e pareidolie. Non è un caso che i soprannomi dei dugonghi e dei lamantini siano in moltissimi idiomi chiari riferimenti alle sirene, e che entrambi gli animali rientrino nella famiglia dei Sirenii.

Ad alimentare questo fenomeno però è stata anche la produzione di numerosi falsi, probabilmente di origine giapponese, che dall’inizio dell’ottocento divennero sempre più diffusi in Occidente, venduti dai pescatori ai marinai di passaggio come rari e meravigliosi reperti. Celebre è stato il caso della sirena acquistata dal capitano Samuel Barrett Eades durante un viaggio in Oriente. Fu portata negli Stati Uniti e venduta a uno showman conosciuto da Barnum. Questi la noleggiò dal proprietario e la espose con grande successo nel suo American Museum. Il fatto ebbe grandissima notorietà: la “Sirena delle Fiji” rinvenuta da Eades divenne presto appellativo generico per le tante sirene che comparvero nei musei e nelle collezioni private statunitensi ed europee.

Ovviamente, nonostante la veridicità del reperto fosse sostenuta da un misterioso Dr. Griffin, si trattava di un evidente falso. Ad essere puntigliosi, Griffin era impersonato da un socio di Barnum tutt’altro che competente in materia naturalistica, ma sicuramente ferrato in marketing. La Sirena delle Fiji era uno straordinario collage tassidermico di diversi esemplari zoologici, dalla testa di una piccola scimmia a una coda di pesce, abilmente modellato in posa agonizzante con la bocca spalancata in un grottesco e dentato urlo.

Certamente questi falsi non furono comprati e ricercati solo da individui creduloni o senza competenze, ma anche da naturalisti e collezionisti attratti dalla curiosità e ben consci della sua natura artificiale. A testimonianza di questo nel ventiduesimo numero della rivista Natura, edito dalla Società Italiana di Scienze Naturali nel 1931, apparve un articolo intitolato “Ancora sui mostri marini”: un inventario di collage tassidermici noti nelle collezioni naturalistiche del Nord Italia. Tra questi, spicca una sirena simile a quella di Barnum. Altre due sirene verranno descritte in un articolo dello stesso autore, pubblicato sulla stessa rivista qualche numero più tardi, che titola “Altri due Mostri marini rinvenuti nel Veneto”.

Ancora oggi le Sirene delle Fiji sono oggetto di studio da parte di scienziati e storici, e forniscono interessanti informazioni sulla loro complessa storia. Radiografie, tomografie computerizzate e analisi chimiche e microscopiche permettono di analizzarne a fondo le tecniche e i materiali costruttivi, da cui può essere in alcuni casi stimata la provenienza e la datazione dei reperti. Pur rimanendo sempre clamorosi falsi, rappresentano un meraviglioso esempio di quanto sia complessa e intricata l’evoluzione della nostra cultura e del nostro immaginario.

Note

  • [1] Si veda Maurizio Bettini e Luigi Spina, “Il mito delle sirene, Immagini e racconti dalla Grecia a oggi” (2007, Einaudi)

Immagine: Foto di Sergei Tokmakov da Pixabay