Un “caso freddo” risolto: il bambino nella scatola di cartone

“Se ti dicessero che puoi conoscere il tuo futuro, accetteresti di scoprirlo?”. È la tipica domanda da tarda serata con gli amici, di quelle per le quali non esiste una risposta giusta e le opinioni saranno sempre antipodali. Nel mondo dei casi irrisolti ce n’è una simile, altrettanto divisiva: “Vorresti scoprire la verità dietro le storie che studi da anni?”

Gli appassionati di “casi freddi” sanno che il loro scopo ultimo dovrebbe essere quello di dare voce a chi non può più raccontare la propria storia. Alla fine però, con il passare del tempo, si affezionano all’idea che si sono fatti dei protagonisti dei fatti che studiano. Questi divengono identità “poetiche”, misteriose o fuori dal comune, e può essere difficile accettare verità ben più prosaiche e banali.

Fino a poco tempo fa, la questione si poneva in linea puramente teorica. Negli ultimi anni, però, una concomitanza di fattori ha reso di grande attualità il dilemma “verità vs. leggenda”:  tecniche sempre più avanzate di analisi del DNA, unite ai database online che raccolgono i campioni inviati da tutto il mondo, offrono opportunità impensabili in passato. [1]

Secondo un redditor che ha cercato di tenere traccia degli avanzamenti, dal 2020 a oggi sono stati risolti 129 casi rimasti freddi per decenni, di cui 53 solo a partire da agosto 2022, per una media di tre a settimana. [2] È stato così che quattro dei più celebri casi di morti senza nome hanno finalmente trovato soluzione. Tra questi c’è il celebre “Boy in the box”, il bambino nella scatola.

(Trigger warning: la storia del bambino nella scatola contiene particolari e descrizioni che potrebbero disturbare le persone più sensibili)

The Boy in the box

Names are not always what they seem
I nomi non sono sempre ciò che sembrano
(Mark Twain)

Il 25 febbraio del 1957, negli Stati Uniti, una bambina di quattro anni, Mary Jane Barker, scomparve dal quartiere dove viveva a Bellmawr, in New Jersey, in compagnia del cucciolo di spaniel nero che apparteneva a Maria, una sua amica. Venne subito lanciata un’imponente campagna di ricerca, la più ampia mai vista in quella regione, che si concentrò presto su quelle che sembravano le impronte lasciate nel terreno da un adulto, un bambino e un cane. Si temeva un rapimento, o peggio.

Per molti giorni le ricerche si rivelarono vane: né la polizia né l’FBI trovarono piste che meritassero di essere seguite. Il 3 marzo, infine, Maria andò con la mamma a visitare una casa in costruzione poco distante da loro e che apparteneva ai suoi zii: girovagando per le stanze, aprì la porta di un armadio e si vide piombare in braccio il suo cagnolino, vivo, vegeto e vivace. Non era così per Mary, purtroppo, che – come rivelò l’autopsia il giorno seguente – era rimasta chiusa nell’armadio insieme al cane lo stesso giorno in cui era scomparsa, ed era morta lì di paura e inedia.

La storia di Mary ebbe grande risonanza in America, e fu proprio per lei che un anonimo studente di Philadelphia decise di contattare la polizia, verso la fine di quel febbraio, quando, inseguendo un coniglio nei boschi di Fox Chase, alle porte di Philadelphia, trovò una scatola di cartone per le culle J. C. Penney, al cui interno era stato nascosto il corpo nudo di un bambino avvolto in una coperta.

In realtà, la storia racconta che il piccolo fosse stato rinvenuto alcuni giorni prima, proprio il 25 febbraio, da un uomo che era andato a controllare le sue trappole per topi muschiati, ma che non aveva denunciato il ritrovamento alla polizia perché tali trappole non erano legali e non voleva problemi. È una storia un po’ bizzarra, perché i protagonisti sono rimasti entrambi anonimi nelle cronache e non è chiaro come si sia venuti a sapere del primo ritrovamento, visto che non era stato denunciato. Una possibilità è che non siano mai esistite due persone diverse, ma solo una che, magari presa dai rimorsi, abbia inventato una versione alternativa del ritrovamento.

Comunque, poco importa: nella scatola per culle c’era il corpo di un bambino di 4-6 anni con gli occhi azzurri, i capelli chiari tagliati in maniera dilettantesca, alcune cicatrici sulle caviglie e l’inguine, una a forma di L sulla scapola, ma soprattutto segni evidenti di malnutrizione e maltrattamenti, con lividi e tracce di botte su tutto il corpo. La causa di morte presunta fu individuata in un colpo di arma contundente.

Era un ritrovamento macabro e angosciante, ma la polizia era abbastanza fiduciosa che, appena diffusa la notizia, la famiglia si sarebbe fatta avanti con una valida spiegazione. Non accadde. Il bosco dove era stata rinvenuta la scatola fu battuto passo passo, e furono trovati una sciarpa da bambini, un fazzoletto con impressa la lettera G in un angolo e un berretto blu, entrambi da uomo. 

Furono distribuiti e diffusi, allegati a tutte le bollette del gas della zona di Philadelphia, 400.000 volantini con l’immagine del piccolo, che venne addirittura vestito e messo in posa seduto, per ricordare quanto più possibile come potesse essere da vivo. I giornali locali dedicarono ampio spazio alla storia, ma niente, nessuno si fece avanti per dire di aver anche solo creduto di vedere quel bambino.

E chi indagava doveva mettere insieme evidenze contraddittorie: il bambino era coperto di lividi, segni e colpi, ma aveva ricevuto cure oculistiche in tempi recenti e le unghie erano pulite; alcune delle cicatrici sembravano provocate da interventi chirurgici e non da abusi. [3] Nonostante il forte coinvolgimento di tutte le forze dell’ordine, non c’erano tracce utili a proseguire il cammino verso l’identificazione di quel bambino.

Il caso cominciò a diventare freddo, ma qualcuno non smise di lavorarci: Remington Bristow, un investigatore che lavorava nello studio dell’anatomopatologo, rimase legato al bambino nella scatola fino alla propria morte, nel 1993, e indagò per anni, a proprie spese e nel proprio tempo libero. Fu a lui che si deve la prima pista di un qualche rilievo: nel 1960 ingaggiò infatti una veggente del New Jersey, Florence Sternfeld, che lo spinse ad indagare su una casa-famiglia non distante dal luogo del ritrovamento del corpicino. 

Bristow si convinse che il bambino fosse il nipote del proprietario della struttura, partorito dalla figlia non sposata di questi, e quindi fonte di vergogna e imbarazzo per la famiglia: addirittura, durante una vendita all’asta di alcuni beni appartenuti alla casa, Bristow trovò delle culle e delle coperte molto simili a quelle usate per disfarsi del cadavere.  Ma a parte questi indizi circostanziali, non fu trovato nulla che confermasse senza dubbio un legame fra la casa-famiglia e il bambino senza nome.

Eppure nessuno se la sentiva di chiudere il caso, che rimaneva – almeno nominalmente – aperto. Fu quindi naturale prenderlo in carico da parte della Vidocq Society, [4] un’associazione fondata proprio a Philadelphia nel 1990, che, ispirandosi al celebre detective francese, riunisce esperti forensi e investigatori per continuare su base volontaria le indagini su casi freddi e irrisolti. Furono loro a offrirsi di pagare l’esumazione del corpo per provare a estrarne il DNA e sottoporlo alle innovative tecniche di campionamento che quarant’anni prima non erano disponibili. Così, nel 1998 il bambino venne riesumato, il DNA fu estratto da un dente, e il corpo fu seppellito in un nuovo spazio più ordinato e ben tenuto, offerto dal cimitero, in una bara pagata dal figlio dell’uomo che nel 1957 aveva svolto il primo servizio funebre.

Tuttavia, nonostante le grandi aspettative riposte nell’esame del DNA, anche nel 1998 non si fece alcun passo avanti. Il vero colpo di scena, assolutamente sorprendente e inatteso, avvenne nel 2002, quando una donna che fu nascosta sotto lo pseudonimo di Martha confidò al proprio terapista di sapere la verità sul bambino nella scatola. Secondo la sua versione, sua madre aveva “comprato” il bambino dai genitori biologici nell’estate del 1954 e da quel momento l’aveva sottoposto a ogni possibile abuso, finché una sera il piccolo, di nome Jonathan, non vomitò i fagioli stufati della cena. La donna gli sbattè ripetutamente la testa contro il pavimento, finché Jonathan non svenne, e poi gli fece un bagno per farlo rinvenire.

Quando si rese conto che non c’era più niente da fare, gli tagliò i caratteristici lunghi capelli biondi, lo avvolse nella coperta e costrinse Martha ad accompagnarla nei boschi per disfarsene.

Mentre tiravano giù il corpo dal furgone, furono notate da un motociclista di passaggio. Il “buon samaritano” si offrì ripetutamente di aiutarle, e che la donna faticò un po’ a convincere che non avevano bisogno di niente, grazie. Alla fine, misero il corpo in una scatola di cartone che si trovava già lì e se ne andarono.

Nonostante il passato di problemi mentali della testimone (probabilmente causati dalla violenza della casa in cui era cresciuta e dagli abusi cui pare la madre avesse sottoposto anche lei), la polizia ritenne credibile la sua deposizione, soprattutto perché conteneva dettagli che non erano mai stati resi pubblici: i resti di fagioli stufati trovati nello stomaco del bambino, la testimonianza del “buon samaritano” che aveva descritto un incontro con le due donne praticamente identico, il fatto che le dita fossero raggrinzite dall’acqua.

Ancora una volta, però, il tentativo di corroborare questi indizi molto promettenti con prove più solide non andò a buon fine: nessuno dei vicini di “Martha” ricordava di aver mai visto un bambino biondo nella casa in quegli anni [5] e non fu rinvenuta alcuna evidenza fisica nello scantinato della casa in cui “Martha” e sua madre vivevano e in cui Jonathan veniva tenuto rinchiuso. Qualche investigatore riteneva anche che “Martha” fosse un po’ troppo evasiva su alcuni dettagli che le venivano ulteriormente richiesti.

Il caso del bambino nella scatola era quindi tornato freddo, nonostante tutti gli sforzi. Poi all’improvviso, il primo dicembre del 2022, è arrivata la breaking news in cui tanti speravano e pochi credevano: era stata trovata una corrispondenza per il DNA. Addirittura, grazie a GEDmatch, gli investigatori erano risaliti alla famiglia d’origine e avevano già contattato alcuni fratelli e sorelle ancora in vita di quello che non era più “il bambino nella scatola”, ma Joseph-Augustus Zarelli, [6] nato il 3 gennaio del 1953.

Philadelphia Police • Fair use

È molto interessante notare la scelta di parole fatta dalla polizia durante la conferenza stampa: il bambino veniva da “una prominente famiglia” della contea di Delaware, in Pennsylvania. Ma sul nome dei genitori, la reazione dei familiari viventi alla notizia, le ipotesi su come sia arrivato in quella scatola dopo una vita di sofferenze viene ancora mantenuto il massimo riserbo. Una voce che corre, nei cunicoli di quelle tane di conigli neri dove andiamo a cercare i nomi dei fantasmi, è che Zarelli sia il cognome sul certificato di nascita, ma non quello del padre, e che i familiari contattati abbiano affermato che esiste “una connessione biologica, non familiare”.

Forse Joseph era nato fuori dal matrimonio ed era un impiccio per chi non poteva veder rovinato il proprio “prominente” buon nome, così ha vissuto quattro anni di inferno ed è stato gettato via.

Ma questa è la parte di storia che ancora non conosciamo, e che oggi abbiamo un po’ più di speranza di venire a scoprire. Nel frattempo, ci accontentiamo di pensare che c’è un fantasma di meno e una vittima commemorata in più.

Note

  1. Sono infatti disponibili servizi online che ti inviano a casa il kit per prelevare il tuo DNA, da reinviare alla casa madre per ottenere il tuo profilo genetico: ti dicono quali sono le etnie da cui discendi, ma soprattutto se sono registrate altre persone con lo stesso genoma. Così si ritrovano parenti perduti o se ne scoprono di nuovi, e si ricostruiscono genealogie e discendenze familiari. All’inizio erano dedicati in particolare a chi svolgeva ricerche genealogiche e cercava antenati e parenti, ora sono molto diffusi in varie forme, e uno in particolare, GEDmatch, viene utilizzato spesso dalle forze investigative americane. Le indagini che utilizzano queste banche dati per mappare i DNA di vittime sconosciute si chiamano “genealogia genetica” e stanno cambiando il mondo forense quasi quanto hanno fatto le tecniche stesse di estrazione del DNA.
  2. L’elenco completo è in questo thread.
  3. Fra i commenti di questo post su Reddit, si discute a lungo del fatto che le cicatrici sulle caviglie potrebbero essere state lasciate da flebo somministrate quando era molto piccolo, forse perché nato prematuro. 
  4. https://www.vidocq.org/
  5. Il che sarebbe assolutamente non sorprendente se davvero si trattava di un bambino abusato. Nota personale: questo tipo di evidenza (o assenza di) è, a mio modestissimo avviso, estremamente labile. Gli archivi criminologici, purtroppo, sono pieni di vicini che non hanno visto e sentito nulla, o sono stati testimoni di abusi che qualche decennio fa venivano ritenuti legittimi (si pensi alle punizioni corporali più gravi) e quindi non percepiti come tali. In più, certi ambienti degradati e poveri rendono abbastanza facile tenere nascoste al mondo le vittime.  
  6. Anche in questo dettaglio, la testimonianza di “Martha” non è del tutto trascurabile, Jonathan ha qualcosa in comune con Joseph Augustus.

Per approfondire

Immagine: la tomba presso Ivy Hill Cemetery, foto di TheXuitts, da Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

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