Valerij Vladimirovič Poljakov: le ragioni dietro a un record

Lo scorso 19 settembre, all’età di 80 anni, è morto Valerij Vladimirovič Poljakov, il cosmonauta che deteneva il primato del più lungo volo spaziale ininterrotto della storia. A dare la notizia è stata la Roscosmos, l’agenzia spaziale russa. 

Prima di conseguire il suo record, Poljakov era già stato una volta in orbita a bordo della stazione spaziale sovietica Mir tra il 1988 e il 1989, per una missione durata 240 giorni durante la quale condusse studi medici e scientifici. La Mir sopravvisse alla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991 e, tre anni dopo, il cosmonauta vi fece ritorno per la sua seconda missione, questa volta per un tempo più lungo di ogni altro essere umano prima e dopo di lui: ben 437 giorni, dall’8 gennaio 1994 al 22 marzo 1995.

Non si trattò di un traguardo fine a sé stesso: Poljakov era un medico e in passato si era occupato per diversi anni di medicina spaziale. Con la sua lunga permanenza nello spazio volle verificare la capacità umana di resistere ai lunghi viaggi richiesti da una futura missione umana verso Marte (almeno un anno e mezzo tra andata e ritorno). Dopo essere stato estratto dalla Sojuz al suo secondo ritorno sulla Terra, il cosmonauta rifiutò di lasciarsi portare di peso al vicino veicolo di trasporto, come avviene di solito dopo missioni prolungate, e ci andò a piedi, per dimostrare che il corpo umano fosse in grado di adattarsi immediatamente alla gravità terrestre dopo un periodo in orbita. 

Anche questa era, infatti, una circostanza che avrebbero dovuto affrontare gli astronauti del futuro, chiamati a sbarcare su Marte senza poter beneficiare di una squadra di supporto pronta ad assisterli. Gli esperimenti condotti prima, durante e dopo la missione di Poljakov dimostrarono che le sue funzioni cognitive erano rimaste inalterate.

Rimanere a lungo in ambiente di microgravità è piuttosto nocivo per il corpo umano, nonostante l’esercizio fisico e le precauzioni degli astronauti: i muscoli si atrofizzano e le ossa si indeboliscono a causa di un fenomeno che assomiglia all’osteoporosi. Oltre a queste e altre conseguenze fisiche, la lunga convivenza forzata in uno spazio ridotto è molto gravosa dal punto di vista psicologico. Questo aspetto è stato studiato in numerose simulazioni condotte a terra, durante le quali i partecipanti sono rimasti per molti mesi in uno spazio limitato che, pur non riproducendo la microgravità, simula le altre restrizioni della vita a bordo di una stazione spaziale, come quelle relative al cibo e alla mancanza di un normale ciclo di luce e buio.

Durante uno di questi studi, condotto nel 1999 all’Istituto di Problemi Biomedici di Mosca, scoppiò una rissa tra due dei partecipanti e proprio Poljakov fu chiamato a calmare gli animi. Gli effetti a lungo termine della permanenza umana nell’ambiente spaziale sono complessi e le ricerche sono tuttora il corso. Tra il 2015 e il 2016 l’astronauta americano Scott Kelly trascorse 11 mesi sulla Stazione Spaziale Internazionale, mentre il suo gemello identico Mark Kelly rimase sulla Terra. Confrontando i due fratelli dopo il volo, la NASA riscontrò diversi cambiamenti nel DNA e nel sistema immunitario, oltre a un lieve declino nelle facoltà cognitive di Scott. Ulteriori studi sono necessari per comprendere meglio la portata di tali effetti: se un giorno riusciremo ad andare su Marte senza rischi per gli astronauti, il merito sarà anche di pionieri come Valerij Poljakov.

Immagine da mil.ru, licenza CC BY 4.0.

Andrea Ferrero

Ingegnere, lavora presso un’importante azienda aerospaziale italiana. Ha partecipato al progetto di moduli abitati della Stazione Spaziale Internazionale e di satelliti per osservazione terrestre. È coordinatore nazionale del CICAP.

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