Piantine che mangiano l’elettrosmog. O forse no

Articolo di Matteo Matassoni*

Si chiama Dracaena ed è un genere di piante sempreverdi della famiglia delle Aspargacee, originaria delle zone tropicali di Africa, Asia ed America; la specie fragrans è quella comunemente conosciuta come “tronchetto della felicità”. A parte l’indubbio piacere estetico procurato da una piantina sempreverde da appartamento, le dracene non presentano caratteristiche straordinarie rispetto ad altre piante sempreverdi.

Eppure nel corso degli anni su queste piante in particolare si sono riversate molte attenzioni da parte di chi attribuiva loro proprietà sorprendenti. In particolare, dalla Dracaena cinnabari si ottiene il Sangue di drago, una resina di colore rosso dalle proprietà coagulanti usata già in tempi antichi per guarire ferite o eczemi o, più genericamente, come tintura o per laccare il legno. Non mancano i riferimenti a rituali magici. Bruciato come incenso il Sangue di Drago veniva usato nelle cerimonie magiche, dall’alchimia al Voodoo, principalmente per purificare i luoghi dalle influenze negative.

Nel 1966 una piantina Dracaena fu la protagonista di una serie di esperimenti ad opera di Cleve Backster, un funzionario della CIA esperto di poligrafo (la cosiddetta “macchina della verità”, scientificamente inattendibile). Backster collegò per scherzo un poligrafo ad un “tronchetto della felicità” che la segretaria aveva portato in ufficio e, notando variazioni sulla macchina, provò a fare alcuni esperimenti e si convinse che le piante avessero una specie di potere extrasensoriale e riuscissero a leggere i suoi pensieri.

Sulla scia di questi racconti la RAI nel 1975 realizzò una serie TV in quatto puntate dal titolo La traccia verde, in cui si racconta la storia di Thomas Norton, uno studioso di criminologia pratico di macchine della verità che, collegando il poligrafo ad una pianta presente sul luogo di un omicidio, riesce a scoprire l’autore di un assassinio. Nei titoli di coda, alla fine di ogni puntata, scorrevano queste parole:

Fatti e personaggi di questo racconto sono immaginari, ma gli esperimenti sulle piante e le ipotesi relative fanno ormai parte del patrimonio scientifico acquisito negli ultimi anni attraverso studi condotti negli Stati Uniti e nell’Unione Sovietica. In particolare sono considerate fondamentali le esperienze del ricercatore statunitense Cleve Backster.

Ovviamente tutti gli studi controllati che cercarono di replicare gli esperimenti di Backster ebbero esito negativo, inclusi quelli con strumenti più sensibili del poligrafo, e le teorie di Backster vennero respinte dalla comunità scientifica.

Nel 1989, la Dracena è rientrata nell’elenco delle piante studiate dalla NASA che ricercava modi per pulire l’aria nelle stazioni spaziali. Da quegli esperimenti è scaturito uno studio in cui si sviluppava l’ipotesi che alcune comuni piante d’appartamento potessero rimuovere inquinanti volatili come benzene, formaldeide e tricloroetilene. Da allora la capacità delle piante d’appartamento di assorbire sostanze volatili è stata largamente studiata in laboratorio, e successivi studi, come questo, non sono riusciti a replicare i risultati dello studio della NASA Il fatto che le piante da interno riescano o meno a purificare l’aria dipende da una serie enorme di variabili: la specie delle piante, il loro tasso di crescita, l’intensità della luce, la temperatura o la concentrazione ed il tipo di inquinanti presenti nell’ambiente. Una review del 2020 ha comunque concluso che le piante filtrano l’aria a una velocità molto inferiore alla velocità di ventilazione di un normale edificio: arieggiare un ambiente semplicemente aprendo una finestra è più efficace dell’utilizzo di piante o altri dispositivi, ai fini della salubrità di un ambiente chiuso (salvo che non ci si trovi, appunto, in una stazione spaziale).

Con queste premesse appare logico che, da allora, la Dracena abbia incrociato la strada anche di molte dottrine pseudoscientifiche, dalle teorie olistiche alle energie sottili. Attualmente, forse inevitabilmente, le miracolose proprietà antinquinanti della Dracena sono state aggiornate e vengono riproposte per sconfiggere il nuovo nemico del vivere salutare: l’elettrosmog.

Questa idea non è del tutto nuova. Verso la fine degli anni ’80, quando i Personal Computer cominciarono ad avere una certa diffusione, non era infrequente vedere sulle scrivanie degli uffici delle piantine di cactus, perché si era diffusa la falsa convinzione che queste assorbissero le radiazioni emesse dai monitor.

Innanzi tutto una precisazione sul temine elettrosmog. Esso indica la presenza in un ambiente di campi elettromagnetici prodotti da apparecchiature ed impianti elettrici ed elettronici principalmente legati al trasporto e all’utilizzo di energia elettrica o per le telecomunicazioni.

Non è un termine derivato dalla letteratura scientifica, è stato coniato abbastanza recentemente dal linguaggio giornalistico e viene utilizzato con un’accezione sempre negativa e, a volte, per creare terrore immotivato. Nella realtà i campi magnetici sono stati ampiamente studiati e con essi gli effetti che causano sul corpo umano. Sono anche stati definiti dei limiti ben al di sotto dei valori che causano questi effetti. Parlare genericamente di elettrosmog senza tenere conto di questo fatto non è corretto e induce preoccupazioni e timori ingiustificati.

Tornando alla Dracena, anche La Repubblica, oltre ad altre testate locali, nel novembre 2021 ha dedicato spazio alla descrizione delle sue capacità antielettrosmog, descrivendo le magiche doti di PianTina, una pianta prodotta dalla ditta Hydro Ware, sulla quale

grazie a un trattamento omeodinamico in grado di attivare la parte silente del DNA della pianta, secondo la ditta, la naturale capacità di assorbire le sostanze nocive è stata potenziata del 22%.

Sul sito della ditta che la produce si legge che la pianta di Dracena da loro proposta

è in grado di ridurre gli effetti dei campi elettromagnetici o CEM” e che “le capacità di ridurre gli effetti dei CEM di PianTina, già attive per la sua natura di dracena compacta, sono potenziate tramite il trattamento con granuli di argilla espansa impregnati con un prodotto naturale.

A dimostrazione di quanto affermato, viene proposto un report prodotto da un istituto di ricerca denominato EUREKA che avrebbe realizzato una serie di prove sperimentali arrivando alla conclusione che

le metodiche sviluppate riducono gli effetti dei CEM sul vivente senza peraltro interferire nel corretto funzionamento dell’apparato utilizzatore.

In realtà, da come si presenta il loro sito, Eureka non sembra un istituto di ricerca, ma una normalissima azienda che commercia “rimedi naturali”, tanto è vero che è presente uno shop in cui vengono proposti in vendita apparati per rivitalizzare gli ambienti, grazie ai prodotti omeopatici con cui sono impregnati o al fatto che mantengono le proporzioni della sezione aurea terapeutica.

Il report relativo alla Dracena mangia-elettrosmog riporta una serie di esperimenti atti a verificare gli effetti di un preparato omeopatico di loro invenzione, il Repel CEM, applicato su granuli di argilla posti sotto l’apparato radicale della pianta. Il report cerca di verificare se le doti di protezione dai CEM della pianta nella sua condizione naturale, che si danno già per scontati, possano essere aumentate grazie all’applicazione del loro preparato omeopatico.

La fonte inquinante scelta per questo test è stata una postazione da ufficio costituita da computer, stampante e monitor e ne è stata esaminata l’azione sulla germinazione di grano Kamut, in presenza della pianta di Dracena, senza la pianta di Dracena e, infine, con la pianta di Dracena trattata con 4 granuli di argilla impregnati dal Repel CEM.

Il risultato è esposto nella figura che segue, in cui viene indicata la variazione della capacità vitale dei campioni sottoposti all’esperimento.

Occorre uno sforzo di fiducia notevole per accettare i risultati proposti da un esperimento del genere. Intanto per la metodologia utilizzata, visto che non viene specificato se e come è stato misurato il campo elettromagnetico prodotto dalla postazione di ufficio, con quali strumenti è stata fatta tale misura e se questi erano tarati. Non essendo specificato il valore del campo elettromagnetico prodotto dalla sorgente, si può desumere che questo non sia stato misurato, quindi non si sa se fosse presente, quanto fosse intenso e se fosse costante o variabile nel tempo.

Inoltre non è specificato cosa si intenda per “capacità vitale” del campione vegetale, né come questa sia stata misurata. Sull’asse delle ordinate in verticale a sinistra sono riportati dei numeri, ma senza unità di misura. Quindi cosa significano? Sono i centimetri di crescita della pianta? O è stata misurata l’aura delle foglie con la fotografia di Kirlian?

L’istogramma a sinistra relativo alla Sessione 1 è sotto l’asse delle ascisse, quindi la “capacità vitale” è negativa. Cosa significa? Con che grandezza è stata correlata per poterla definire negativa?

Nella foto seguente è mostrato l’ambiente in cui sono stati eseguiti i test.

Dispositivo a braccia rotanti per mantenere l’illuminazione costante durante le prove di crescita delle plantule. Al centro la postazione “ufficio” (dal paper di Eureka)

Risulta evidente che la prova non è stata eseguita in un ambiente schermato, quindi non è possibile sapere se il campo magnetico prodotto dal computer sia stato il solo presente o vi fossero anche influenze esterne.

Tanto più che alcune delle finestre sono aperte. Per quanto tempo lo sono state? Durante tutte e tre le sessioni degli esperimenti o solo per una? E come si può escludere che non siano entrati inquinanti esterni a condizionare i risultati? O che questi non siano dipesi da fattori estranei al controllo degli operatori, come giornate più o meno piovose o soleggiate o variazioni più o meno intense di temperatura o umidità?

Si potrebbero fare anche altre osservazioni sulla scarsa attendibilità di esperimenti come quello descritto, ma non aggiungerebbero niente all’ovvia conclusione che così tanta approssimazione ha ben poco di scientifico e che i risultati presentati nel report sono tutt’altro che dimostrati.

Il report però non si ferma qui, ma continua con un altro esperimento, eseguito su una persona che si dichiara elettrosensibile.

Il test presentato si presta a numerose critiche già nella prima parte della descrizione: è estremamente soggettivo, poiché basato sulle sensazioni di una singola persona, non è in cieco, quindi il soggetto vede benissimo la presenza della pianta o della fonte di CEM e può essere fortemente influenzato da questa informazione ed inoltre l’esperimento non può dare risultati statisticamente significativi, perché effettuato su un solo soggetto.

I dubbi iniziali diventano certezza quando vengono descritte le sorgenti di campo elettromagnetico. Anche in questo caso non viene fatta nessuna misurazione, ma si considera l’intensità del campo in base alla potenza nominale degli apparecchi, cioè un telefono cordless ed un forno (rispettivamente da 100 e da 2000 Watt). Questa cosa è concettualmente sbagliata. La potenza nominale di un apparecchio elettrico indica la potenza assorbita dall’apparecchio nel suo funzionamento, e non l’intensità del campo magnetico emesso. Sarebbe come pretendere di capire quanta acqua consumiamo per fare la doccia basandoci sulla portata della tubazione dell’acquedotto.

Senza contare che il dato di partenza su cui si basa l’analisi, cioè che “l’apparecchiatura telefonica toglie al soggetto il 20% di forze”, è stato ottenuto attraverso un test muscolare Kinesiologico, che non ha assolutamente alcuna valenza scientifica ed è stato bollato da tempo come ciarlataneria (si veda ad esempio l’articolo sul Power Balance, il “braccialetto dell’equilibrio” che andava di moda alcuni anni fa, e il cui funzionamento veniva “dimostrato” con lo stesso test). Anche nel report Eureka viene spiegato che questo metodo diagnostico non viene accettato dalla medicina “ufficiale”, dove la parola ufficiale è scritta tra virgolette accentuandone una valenza dispregiativa. Anche le conclusioni di questo secondo esperimento, quindi, sono completamente prive di valenza scientifica.

Come in ogni favola che si rispetti il meglio arriva alla fine. Nel terzo ed ultimo esperimento un soggetto viene esposto ai CEM (si suppone con la stessa meticolosa metodica di misura descritta prima) con e senza la piantina. La valutazione clinica viene fatta tramite un test di “cristallizzazione sensibile” (una tecnica pseudoscientifica usata anche come “esame alternativo” per il cancro e la cui storia vi avevamo raccontato qui).

Questo test consiste nel mescolare un campione (che nel caso in esame è del sangue) con una soluzione acquosa di cloruro di rame. Il campione viene fatto riposare fino a che l’acqua non evapora e il cloruro di rame cristallizza. L’esame della forma dei cristalli dovrebbe dare informazioni sullo stato di vitalità del campione.

Il valore di questo genere di test è assolutamente inconsistente, perché anche se la cristallizzazione avviene in condizioni controllate di temperatura e umidità ed in assenza di vibrazioni, il fenomeno della cristallizzazione è assolutamente casuale. Inoltre l’interpretazione della forma dei cristalli è qualitativa, non esattamente misurabile e lasciata alla soggettività di chi fa l’analisi, che ci può vedere tutto quello che gli pare o il suo esatto contrario, un po’ come nella lettura dei fondi di caffè. Maggiori chiarimenti su questo metodo si possono leggere in questo articolo di Silvano Fuso.

Nel caso del test di Eureka, la descrizione dei risultati della cristallizzazione sensibile per il soggetto sottoposto a CEM si commenta da sola, infatti viene data in questo modo:

determina in esso [il paziente] una esaltazione delle forze fisiche della “frantumazione-disgregazione” […] e delle forze fisiche del calore estinguente (forze dell’”appassire-sdivenire” […] Questi due centri determinano una dinamica di dualismo/contrapposizione. I gesti dei cristalli che si dipartono dai due centri si dirigono, incontrandosi ed affiancandosi a livello della metà orizzontale della piastra di cristallizzazione, “a riempire” appieno rispettivamente le aree delle forze fisiche di gravità e tenebra e delle forze della sottonatura del magnetismo ed elettricità. Questo quadro quindi suggerisce che le forze fisiche di frantumazione e calore estinguente esaltate dal CEM ad alta frequenza portino l’organismo, con tutti i suoi processi, verso il mondo della gravità-tenebra, caratterizzati dall’appesantimento e dalla tendenza alla sclerosi e alla rigidità dei processi vitali.

Ed è accompagnata dalla seguente immagine.

Soggetto esposto ai CEM del Wi Fi – Mappa di lettura delle forze Anti-Vita

Non è necessario essere fisici teorici per capire che sia la descrizione dei risultati che la mappa delle forze anti-vita non hanno senso. Entrambi rappresentano un insieme di termini per lo più inventati messi insieme come delle verdure in un frullatore, come “sdivenire” o “sottonatura” nella prima e “frantumazione” e “calore estinguente” nella seconda. Cosa sia poi la forza definita “tenebra” è (e rimarrà) uno dei più grandi misteri della storia.

Le avventure esoteriche della nostra ignara Dracena molto probabilmente non finiranno qui ed in futuro sarà di nuovo la protagonista di qualche appassionato ma inutile esperimento come questi. La speranza è che venga apprezzata e scelta dagli amanti del giardinaggio da interni per la sua bellezza ornamentale e non per doti magiche che non ha.

* Matteo Matassoni è un ingegnere elettrico libero professionista e si occupa di impianti elettrici e innovazione aziendale.

Fotografia in evidenza di Rojypala da Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0

One thought on “Piantine che mangiano l’elettrosmog. O forse no

  • 9 Marzo 2022 in 19:03
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    Un articolo interessantissimo, incredibile come la gente si faccia fregare dai ciarlatani.
    Già solo il passaggio “grazie a un trattamento omeodinamico in grado di attivare la parte silente del DNA della pianta” dovrebbe far rizzare le antenne!

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