La mappa di Vinland è un falso

La mappa di Vinland, per anni ritenuta la prova inconfutabile che gli antichi norreni avessero esplorato il continente americano prima di Colombo, è stata realizzata con inchiostro in commercio negli anni ‘20 del Novecento.

La scoperta di questa nuova terra, dove cresceva la vite selvatica, è raccontata nella Saga di Erik il Rosso e nella Saga dei Groenlandesi. I libri narrano le gesta di Erik e dei suoi figli, secondo le quali il giovane Erik fu cacciato dalla Norvegia a causa di un omicidio che aveva commesso. Si recò dunque in Islanda con gli uomini che gli erano fedeli, ma anche qui si macchiò presto di un crimine fatale. Decise così di prendere le sue navi e i suoi uomini e di dirigersi ancora più a ovest, verso una terra che era stata avvistata da alcuni navigatori, ma che non era ancora stata esplorata. 

Intorno al 985-86 approdò in questa nuova terra che chiamò Groenlandia, la “Terra verde”. 

Negli stessi anni il mercante Bjarni era rientro in Norvegia dopo un lungo viaggio, scoprendo che il padre era partito con Erik. Salpò dunque con la propria nave diretto verso la Groenlandia, ma una tempesta lo portò fuori rotta. I marinai avevano perso l’orientamento ed erano dispersi in mare,  ma quando tutto pareva perso avvistarono una terra lussureggiante e piena di vite selvatica, che Bjarni chiamò Vinland, la “Terra del vino”. La scorsero dal mare ma non vi sbarcarono, preferendo invece continuare il viaggio verso nord, seguendo la costa. Incontrarono così altre due terre: Markland, piena di pini e di alberi, e Helluland, una terra rocciosa e inospitale. Infine riuscirono a raggiungere la Groenlandia e raccontarono a Erik ed ai suoi figli il meraviglioso viaggio che avevano fatto.

Leifr, figlio di Erik, intorno all’anno Mille decise di intraprendere il viaggio che lo avrebbe portato in Vinlandia, ripercorrendo al contrario la rotta descritta da Bjarni. Durante la navigazione avvistò dalla nave sia Helluland che Markland, ma non si fermò. Infine i marinai raggiunsero Vinlandia e si fermarono, costruendo un campo per passarvi l’estate. 

Dopo di lui, sempre secondo le saghe, altri norreni come Thorvaldr, Thorfin e sua moglie Gudridr e la sorellastra Freydis, si recarono in Vinlandia, ma il viaggio si concluse con una tragedia. 

Dopo questo breve periodo nel quale le navi dei Norreni arrivavano nella remota Vinlandia, raccoglievano materiali – soprattutto legname – e poi ripartivano nel giro di poco tempo, nelle saghe non abbiamo altri viaggi simili.

Anche se gli eventi raccontati sono precedenti, la Saga dei Groenlandesi compare per la prima volta su un manoscritto del tardo XIV secolo (il cosiddetto manoscritto Flateyjarbok), ma si pensa che il racconto risalga al XIII secolo La Saga di Erik il Rosso ha una datazione simile: la prima versione è riportata in due manoscritti del XIV-XV secolo (Hauksbók e  Skálholtsbók), ma la prima stesura potrebbe risalire al XIII.  

Fino a tempi recenti le saghe nordiche erano ritenute storie di fantasia, o al massimo il racconto di eventi storici che poteva celarsi dietro una narrazione molto alterata, anche in relazione al tempo trascorso (duecento anni) prima di una stesura in forma scritta.  

Negli anni ‘60 del Novecento, però, gli archeologi Henge e Anna Ingstad fecero una scoperta sensazionale nella località denominata L’Anse aux Meadows, sull’isola di Terranova, in Canada. Si trattava di un insediamento con i caratteri tipici della cultura norrena dell’anno 1000. Le long house, le officine e i reperti rinvenuti non lasciavano dubbi: qualcuno proveniente dalle isole scandinave era stato lì nel IX secolo. Forse le saghe non erano soltanto folklore, ma contenevano il racconto, seppur mitizzato, di eventi realmente successi. E proprio negli stessi anni, l’Università di Yale acquistava una mappa manoscritta raffigurante l’Europa, una parte di Asia e Africa e, all’estremità più occidentale, di fianco alla Groenlandia, un’isola denominata Vinlandia. 

Poteva trattarsi davvero della più antica rappresentazione di questa terra, ritenuta mitica dai più, e quindi in grado attestarne la storicità?

La mappa, rilegata insieme ad altre due opere, fu comprata dal collezionista americano Laurence Claiborne Witten da un privato europeo. Nel 1965 lo stesso Witten la rivendette all’Università di Yale. 

Fin da subito gli esperti si divisero sul valore del documento. Alcuni ritenevano che si trattasse di un manoscritto prodotto in Europa settentrionale nel XV sec. e dunque che fosse contemporanea agli altri due manoscritti con i quali era rilegata, lo Speculum historiale, parte di un’opera più vasta scritta da Vincenzo di Beauvais, e la Hystoria Tartarorum, un racconto etnografico del viaggio di due giovani chierici nell’impero mongolo (manoscritto Beinecke MS 350). Altri invece la ritennero un falso moderno.

Dopo anni di dibattiti e la rilevazione di alcune tracce di inchiostro moderno già riscontrate su alcune parti della mappa, l’Università di Yale ha deciso di porre fine alla diatriba analizzando l’intera superficie del manoscritto con tecnologie prima inaccessibili, come la fluorescenza a raggi X, che è stata usata per la scansione bidimensionale dell’intero oggetto. 

I risultati non lasciano dubbi: la mappa è stata disegnata con un inchiostro prodotto negli anni ‘20 del Novecento.

Gli scribi medievali normalmente per scrivere usavano un inchiostro ferrogallico composto da solfato di calcio, polvere di noci di galla e da un legante. L’analisi della mappa ha rilevato poca o nessuna presenza di ferro, zolfo o rame, che avrebbero  invece dovuto essere consistenti, vista la composizione dell’inchiostro impiegato nel Medioevo. 

Nell’inchiostro della falsa mappa sono invece presenti titanio e bario, in particolare ce ne sono nella parte della mappa che presenta l’isola di Vinlandia.  Si tratta di sostanze contenute negli inchiostri commerciali negli anni ‘20. 

Per confermare questi risultati i ricercatori hanno confrontato i dati da loro prodotti con quelli ricavabili da cinquanta manoscritti conservati nella collezione della biblioteca dell’università di Yale attribuibili con sicurezza al XV secolo, riscontrando negli inchiostri una bassa o nulla percentuale di titanio e un’alta concentrazione di ferro.

Ma non è tutto. Gli studiosi hanno anche trovato la prova che la truffa fu intenzionale. 

Sul retro della mappa, infatti, si trova un’iscrizione in latino che in origine era una nota del rilegatore per l’assemblaggio del manoscritto contenente lo Speculum historiale,  ritenuto autentico. Questo testo è stato sovrascritto con l’inchiostro moderno per renderlo così una nota per la rilegatura della mappa in relazione agli altri due testi. Abbiamo dunque anche la dimostrazione che la pergamena antica sulla quale è disegnata la mappa apparteneva a questo secondo manoscritto. 

Studiando insieme i tre manoscritti gli studiosi hanno definito meglio anche i rapporti intercorrenti fra essi. La mappa di Vinlandia in origine era collocata all’inizio, probabilmente in uno dei risguardi dello Speculum historiale, ma quando arrivò a Yale faceva parte della rilegatura moderna della Historia Tartarum (il primo manoscritto fu acquistato solo in seguito). I due manoscritti autentici, datati al radiocarbonio ad un periodo compreso tra il 1440 e il 1460, furono forse redatti in occasione del Concilio di Basilea, poiché sono scritti con lo stesso stile. È plausibile che a redigerli sia stata la stessa persona.

La mappa quindi è senza dubbio un falso, creato deliberatamente per essere inserito all’interno del manoscritto dello Speculum historiale. La mappa di Vinland non ci racconta la storia dei viaggi di esplorazioni delle popolazione norrene, ma ce ne racconta un’altra, forse persino più interessante. Grazie a moderne tecnologie utilizzate in modo innovativo, gli esperti hanno potuto mettere la parola fine ad un dibattito pluridecennale. Risulta ormai chiara la volontà di frodare di un falsario del XX secolo con la creazione di un manufatto che probabilmente riteneva rilevante. E poi, come ha affermato Raymond Clemens, curatore della sezione manoscritti alla Yale’s Beinecke Rare Book & Manuscript Library:

“La mappa è diventata un oggetto storico in sé e per sé. È un ottimo esempio di un falso che ha avuto un impatto internazionale”. 

Immagine in evidenza: Yale University Press – Yale University, Pubblico dominio 

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