La drammatica storia della carenza di affetto e contatto fisico nei bambini

Fra’ Salimbene de Adam da Parma nella sua Chronicon racconta un triste episodio, ma particolarmente singolare, su Federico II di Svevia re di Sicilia. Federico II, incuriosito su quale lingua avrebbero potuto utilizzare i bambini se dal momento della nascita non avessero mai parlato con nessuno, diede ordine alle nutrici ed alle balie di occuparsi delle necessità fisiche di un gruppo di bambini, nutrendoli e lavandoli, ma senza che potessero comunicare con loro o toccarli. L’intento di Federico II era di capire quale sarebbe stata la lingua originale utilizzata dai bambini senza altre influenze, ma senza le adeguate cure affettive tutti i neonati sottoposti a questa prova non riuscivano a sopravvivere.

Quella che potrebbe essere una semplice leggenda del passato racchiude una triste verità riscoperta ad inizio del 1900 a causa dell’elevata mortalità infantile registratasi negli orfanotrofi e negli istituti minorili. Nel 1915 il noto pediatra Henry Dwight Chapin [1] fece notare come negli istituti americani ci fossero percentuali di decessi dei bambini nel secondo anno di vita particolarmente alti (tra il 32% ed il 70%). Il tema era stato discusso anche l’anno prima da Chapin ad un meeting annuale di pediatria, dove ulteriori interventi confermarono questi dati ed anzi descrissero situazioni ancor più gravi, come gli esempi di Baltimora, dove il 90% dei neonati negli orfanotrofi moriva entro il primo anno e di un istituto a Philadelphia dove la mortalità era pari addirittura al 100% [2, 3, 4].

Questo fenomeno venne definito ospedalismo e per diversi anni si ipotizzò che la causa di questa problematica fosse legata a forme di marasma, malnutrizione, difficoltà di assorbimento dei cibi, infezioni o disturbi ancora sconosciuti [2, 5]. Nonostante negli anni successivi si fossero evidenziate delle riduzioni nelle percentuali di mortalità, quello che continuava a colpire gli studiosi era che, nonostante le condizioni igieniche ed alimentari negli istituti fossero migliorate, si continuassero ad osservare percentuali alte [2, 5]. Bakwin descrisse il quadro dei sintomi di questi infanti con:

indifferenza, deperimento e pallore, relativa immobilità, quiete, mancanza di risposta agli stimoli come un sorriso o un vagito, appetito indifferente, l’assenza del corretto aumento di peso nonostante l’ingestione di cibi che, in casa, sono del tutto adeguati, feci frequenti, scarso sonno, una comparsa di infelicità, predisposizione a episodi febbrili, assenza della tendenza alla suzione” [i] [2, pag. 512].

Quelle osservate da Bakwin erano le manifestazioni di disturbi dell’accrescimento nei bambini che nelle condizioni più estreme giungevano alla morte per deperimento organico [2].

Gradualmente si notò che i bambini negli ospedali avevano dei miglioramenti quando ricevevano maggiore cure da parte delle infermiere o venivano affidati ai genitori [2, 5], e si iniziò ad osservare come dei disturbi dell’accrescimento potessero essere legati non solo a difficoltà di natura organica, ma anche da carenza di adeguata stimolazione sensoriale e contatto fisico [6]. La questione divenne ancora più evidente quando si notarono di ritardi nello sviluppo non solo in orfanotrofi ed in istituti ospedalieri, ma anche in famiglie benestanti dove il cibo non mancava e le condizioni igieniche erano sicuramente tra le migliori del tempo [6, 7, 8, 9]. La conclusione a cui arrivò il pediatra Bakwin fu quindi che tra le cause di questo deperimento organico potesse esserci la deprivazione sensoriale ed affettiva vissuta dai neonati [2, 5].

Attività che oggi sembrano scontate come accarezzare, baciare, e coccolare un neonato erano spesso considerate inopportune in quegli anni ed erano anche profondamente sconsigliate da diversi pediatri ed esperti del comportamento infantile. L’esempio più autorevole ed emblematico era quello di Luther Emmett Holt, Professore di pediatria della Columbia University e del Policlinico di New York, che scrisse nel 1894 il libro The Care and Feeding of Children [10]. Questo libro divenne particolarmente influente, arrivando nel 1935 alla quindicesima edizione e venendo riconosciuto tra i volumi scritti prima del 1900 ad aver maggiormente influenzato la vita e la cultura degli americani [11, 12]. Il libro di Holt forniva una descrizione accurata su come affrontare alcune delle tipiche situazioni con i bambini e raccoglieva una sintesi di raccomandazioni sull’alimentazione, la salute, l’igiene e l’educazione secondo le conoscenze del tempo. Nonostante i preziosi ed utili consigli medici presenti nel testo, le modalità di interazione con i neonati erano basate prettamente sulla limitazione del contatto fisico e la rigida indicazione di non cullarli o tenerli in braccio. Il testo era organizzato con una serie di domande e risposte come ad esempio:

È necessario cullare?
Non c’è alcun motivo di farlo. È un’abitudine che si acquisisce facilmente, ma difficile da spezzare, e molto inutile e talvolta dannosa [ii] [13, pag. 158-159].

C’è qualche vantaggio nel tenere un bambino tra le braccia […] nei primi cinque o sei mesi quando lo si porta a prendere aria?
Assolutamente nessuno. Un bambino può trovarsi molto più comodo in una carrozzina ed allo stesso modo può essere ben protetto durante l’esposizione da coperte e dalla chiusura della carrozzina [iii] [13, pag. 30].

Come gestire un bambino che piange per rabbia, abitudine o per essere viziato?
Bisognerebbe semplicemente lasciarlo libero di “gridare”. Questo spesso può richiedere un’ora e, in casi estremi, due o tre ore. Una seconda volta durerà raramente più di dieci o quindici minuti e una terza sarà raramente necessaria. Tale attività non può essere eseguita se non si ha la certezza della causa del pianto abituale [iv] [13, pag. 164].

A che età si può iniziare a giocare con i bambini?
Non si dovrebbe mai giocare con i bambini sotto i sei mesi e meno si fa meglio è per il bambino in qualsiasi momento [v] [13, pag. 167].

Alla base di questo orientamento, è probabile che ci fosse la volontà di ridurre il rischio di diffondere infezioni attraverso il contatto diretto con individui fragili come i bambini. Emblematico nel testo è infatti la risposta alla domanda “Ci sono valide obiezioni sul baciare i bambini?”, in cui Holt scrive che

ci sono molte serie obiezioni. Tubercolosi, difterite e molti altri gravi disturbi possono essere trasmessi con questa modalità. Non dovrebbe essere mai permesso in alcuna circostanza di baciare gli infanti sulla bocca da parte di altri bambini, di infermieri o di altre persone in generale. I neonati dovrebbero essere baciati, al massimo, sulla guancia o sulla fronte, ma meno possibile meglio è” [vi] [13, pag. 170] .

Infatti, sebbene in quegli anni c’era stata una crescente conoscenza nella comunità scientifica medica dei processi infettivi e dei rischi legati a virus e batteri, le conoscenze sul ruolo dell’affetto ed il contatto fisico erano ancora limitate. In un contesto socio-culturale come questo risultava non particolarmente insolito che negli ospedali e negli istituti di cura per minori i neonati avessero limitati contatti fisici. Per proteggersi dalle infezioni venivano intensificati i metodi di isolamento, con piccoli box separati per ogni bambino [5]. Venivano utilizzate elaborate e costose strumentazioni automatiche, per alimentare e monitorare i neonati limitando la necessità che venissero toccati da mani umane. I genitori erano rigidamente esclusi tranne che per brevi visite settimanali. Veniva fortemente scoraggiato la manipolazione ed il contatto con i bambini per ridurre il rischio di scambio batterico [5]. I germi ricevevano quindi molte più attenzione dei bambini stessi [14] e, considerando che spesso ciascun operatore sanitario aveva la responsabilità di un numero elevato di neonati, aumentava il rischio che la quantità e la qualità di cure fossero davvero limitate. Tutte queste considerazioni portarono Bakwin a scrivere nel suo articolo the “Loneliness in Infants”, se fosse

“[…] ragionevole chiedersi se le misure utilizzate per prevenire le infezioni non fossero deleterie per il bambino” [vii] [15, pag. 31].

Oggi sappiamo che il contatto fisico nei primi mesi di vita facilita lo sviluppo cognitivo, motorio e neuropsicologico, ed inoltre che i bambini hanno bisogno non solo di cure fisiche, ma anche di attenzioni affettive e stimolazioni sensoriali e sociali [15, 16, 17, 18, 19]. L’affetto ed il contatto fisico attivano nei neonati una serie di processi neurobiologici che stimolano i meccanismi legati alla crescita, facilitano la regolazione dello stress e sono indispensabili per uno sviluppo positivo [17, 20, 21]. L’assenza continuativa di adeguate cure da parte dei caregivers può infatti strutturarsi in vere e proprie forme di maltrattamento ed incuria e portare a sviluppare dei disturbi dell’accrescimento fisico degli infanti oltre che problematiche psicosociali [22, 23, 24, 25]. Tuttavia, già intorno agli anni ‘30 diverse istituzioni iniziarono a comprendere che per ridurre il problema dell’ospedalismo fosse necessario fornire una maggiore attenzione alle modalità di cura. Chaplin, per cercare di abbassare i livelli di mortalità, suggerì l’inserimento dei bambini in casa affidandoli a delle famiglie, Brennemann nel 1932 [26] prese l’iniziativa di inserire come regola nel proprio ospedale che ogni bambino venisse preso in braccio, dondolato, e coccolato per diverse volte al giorno. Allo stesso modo Spence [27] iniziò ad ospitare le madri in ospedale quando il figlio aveva necessita di essere ricoverato diversi giorni per una operazione chirurgica. Al Bellew Hospital attraverso una campagna iniziata nel 1930 volta a soddisfare i bisogni psicologici dei bambini nell’unità neonatale riuscirono nel 1938 ad abbassare dal 35% al 10% la mortalità dei bambini entro il primo anno di vita [5]. Nonostante l’efficacia evidenziata da questi interventi, ci volle parecchio tempo affinché avvenisse un cambiamento strutturale. In risposta alle considerazioni di Bakwin, un medico scrisse una lettera all’editore della rivista scientifica The British Medical Journal affermando che visto l’estremo rischio di infezioni nei bambini, il problema della loro “solitudine” fosse qualcosa di secondario ed irrilevante in considerazione che a quell’età i neonati non potessero ancora socializzare [28]. Furono gli studi successivi sui processi relazionali ed affettivi di Harlow, Spitz, Goldfarb, Bowlby, Robertson ed in generale della psicologia dello sviluppo che facilitarono il consolidamento in campo pediatrico di queste conoscenze e portando ad una graduale rivoluzione nella visione del neonato e nell’approccio alla cura dell’individuo sin dalla nascita [29, 30, 31, 32, 33].

Non possiamo sapere con certezza se l’episodio raccontato da Fra’ Salimbene su Federico II sia veramente accaduto, ma sicuramente oggi possiamo confermare che i bambini per crescere sani non hanno bisogno solo di cure mediche, ma anche di un adeguato supporto affettivo e relazionale. Questo episodio dimostra come il percorso della scienza sia spesso lungo e tortuoso e che frequentemente quello che oggi consideriamo scontato e banale sia in realtà il frutto di molti anni di studi che hanno poi scardinato credenze e convinzioni strutturate nella società. Nel campo della genitorialità è abbastanza comune ritrovarsi bombardati da consigli e suggerimenti disparati e spesso contrastanti da parte di amici, parenti, e conoscenti. Navigando su internet è facile trovare siti pronti a prescrivere i 3, 5, o 10 “segreti” per i neo genitori ed in circolazione esistono numerose mini-guide al genitore perfetto con titoli decisamente accattivanti. Probabilmente, il fatto che tutti siano stati un tempo figli e che molti nella vita abbiano avuto esperienza con bambini sembra facilitare l’idea di poter dare la propria opinione su questo tema. Tuttavia, come in tutti i campi della scienza anche quello dello sviluppo e dell’educazione necessita di studi rigorosi per evitare che delle credenze e convinzioni erronee possano consolidarsi e causare gravi conseguenze.

Bibliografia

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  • [33] Van der Horst, F. C., & Van Der Veer, R. (2009). Changing attitudes towards the care of children in hospital: a new assessment of the influence of the work of Bowlby and Robertson in the UK, 1940–1970. Attachment & Human Development, 11(2), 119-142.

Testi originali

  • [i] Testo Originale: “The outstanding features are listlessness, emaciation and pallor, relative immobility, quietness, unresponsiveness to stimuli like a smile or a coo, indifferent appetite, failure to gain weight properly despite the ingestion of diets which, in the home, are entirely adequate, frequent stools, poor sleep, an appearance of unhappiness, proneness to febrile episodes, absence of sucking habits” [2, pag. 512].
  • [ii] Testo Originale: “Is rocking necessary?
    By no means. It is a habit easily acquired, but hard to break, and a very useless and sometimes injurious one” [13, pag. 158-159].
  • [iii] Testo Originale: “Is there any advantage in having a child take its airing during the first five or six months in the nurse’s arms?
    None whatever. A child can be made much more comfortable in a baby carriage, and can be equally well protected against exposure by blankets and the carriage umbrella[13, pag. 30].
  • [iv] Testo Originale: “How is an infant to be managed that cries from temper, habit, or to be indulged?
    It should simply be allowed to “cry it out.” This often requires an hour, and in extreme cases, two or three hours. A second struggle will seldom last more than ten or fifteen minutes, and a third will rarely be necessary. Such discipline is not be carried out unless one is sure as to the cause of the habitual crying[13, pag. 164].
  • [v] Testo Originale: “At what age may playing with babies be begun?
    Babies under six months old should never be played with; and the less of it at any time the better for the infant” [13, pag. 167].
  • [vi] Testo Originale: “Are there any valid objections to kissing infants?
    There are many serious objections. Tuberculosis, diphtheria, syphilis, and many other grave diseases may be communicated in this way. The kissing of infants upon the mouth by other children, by nurses, or by people generally, should under no circumstances be permitted. Infants should be kissed, if at all, upon the cheek or forehead, but the less even of this the better[13, pag. 170].
  • [vii] Testo Originale: “It is, however, reasonable to ask whether the measures used to prevent infection may not be harmful to the child” [15, pag. 31].

Immagine in evidenza: Sole of foot of an infant held between the middle finger and the ring finger of an adult hand for size comparison, Fair use.

3 thoughts on “La drammatica storia della carenza di affetto e contatto fisico nei bambini

  • 1 Luglio 2021 in 10:11
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    Articolo molto interessante. Sarebbe possibile continuare con altri sugli effetti della carenza di affetto in adolescenti, giovani e adulti? Oggi mi pare che molti vivano una solitudine devastante che li priva di qualcosa che è altrettanto necessario del cibo.

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  • 5 Luglio 2021 in 05:47
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    “Questo episodio dimostra come il percorso della scienza sia spesso lungo e tortuoso e che frequentemente quello che oggi consideriamo scontato e banale sia in realtà il frutto di molti anni di studi che hanno poi scardinato credenze e convinzioni strutturate nella società“

    Quello che oggi è scontato e banale sarà completamente ribaltato nei prossimi anni visto che la pedagogia è la disciplina dove gli esperti dicono tutto e il contrario di tutto secondo me senza capirci nulla nessuno!

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  • 8 Luglio 2021 in 13:26
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    Grazie per il grande rispetto della Storia. Per me la Sindrome Catatonica di troppi bambini Siriani in Svezia è collegabile.

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