SARS-CoV-2, variante Delta: i vaccini funzionano?

Articolo di Graziella Morace

L’argomento di attualità di questi giorni è il diffondersi della variante Delta a livello mondiale. Partita dall’India, dove è stata osservata per la prima volta tra marzo e aprile, e arrivata in Inghilterra dove ha quasi soppiantato in breve tempo la variante Alfa (la variante “inglese”), la Delta è stata classificata dall’OMS come VOC, cioè variante che desta preoccupazione.

Questa variante rappresenta veramente una minaccia per il nostro Paese ed il mondo intero? Cerchiamo di capire, basandoci sui dati che abbiamo a disposizione.

La variante B.1.617.2, o variante Delta, è un mutante di SARS-CoV-2 che presenta 13 mutazioni nella proteina Spike, molte delle quali già osservate in altre varianti e note per aumentare la contagiosità del virus.

La contagiosità di questa variante è molto elevata, più alta del 40-60% rispetto alla variante inglese, che già era del 50% più contagiosa del virus originale di Wuhan.

Per quanto riguarda la virulenza, analisi condotte in Inghilterra e Scozia sembrano mostrare un aumento del rischio di ricovero ospedaliero nei casi positivi per la variante Delta rispetto a quelli infettati con la variante Alfa, ma un tasso di mortalità inferire rispetto all’Alfa a 28 giorni (0,3% rispetto 2,0%), anche se questi dati sono ancora preliminari e devono essere presi con cautela [1].

Ma come e perché avvengono le mutazioni?

Quando il virus si replica all’interno della cellula, ogni volta che viene generata una nuova copia del suo RNA c’è la possibilità che si verifichi un errore, ovvero una mutazione. Se pensiamo al filamento di RNA come una sequenza di lettere di una lunga frase, possiamo definire una mutazione come una specie di errore casuale di battitura, con la sostituzione o la perdita di una o più lettere.

Le mutazioni avvengono in maniera casuale (non sono intenzionali per sfuggire alla pressione immunitaria!) e la maggior parte risultano dannose per il virus, perché ne alterano la capacità infettiva o replicativa, quindi le varianti che le presentano non si propagano. Alcune però possono casualmente conferire un vantaggio, aumentando per esempio la trasmissibilità del virus o la sua capacità di replicarsi, perciò sono selezionate positivamente e le varianti che le posseggono si moltiplicano.

Ovviamente più il virus è lasciato libero di circolare nella popolazione e riprodursi, più copie del virus saranno prodotte, più sarà possibile che si verifichino errori di copiatura dell’RNA e quindi che compaiano varianti.

È chiaro perciò che è necessario limitare la circolazione del virus riducendo quanto più possibile il numero di persone suscettibili all’infezione e questo obiettivo può essere raggiunto tramite la vaccinazione.

Sappiamo però che le mutazioni presenti nella proteina Spike della variante Delta conferiscono al virus la capacità di sfuggire parzialmente alla risposta immunitaria indotta da infezioni precedenti o dai vaccini attuali, che contengono l’informazione per la proteina Spike del virus originario. Ciò, unito alle informazioni sulla sua amplissima diffusione in UK, dove pure un’ampia parte della popolazione è stata vaccinata, fa sorgere la preoccupazione che i vaccini attualmente disponibili possano non essere efficaci.

I dati provenienti da Scozia e Inghilterra mostrano che i vaccini Pfizer e AstraZeneca presentano una minore efficacia nel prevenire l’infezione sintomatica solamente nelle persone vaccinate con una sola dose, con una perdita di attività del 15-20%. Mentre contro la variante Alfa una sola dose di vaccino protegge oltre il 50%, la protezione cala al 30% con la variante Delta [2].

Purtroppo la scelta inglese di ritardare la seconda dose di AstraZeneca per aumentare il numero di persone vaccinate almeno parzialmente, confidando nel 50% di protezione conferito da una singola dose contro il virus originario e contro la variante Alfa, non si è rivelata una scelta ottimale con questa nuova variante. Anche ritardare la somministrazione della seconda dose di vaccino Pfizer non è una buona opzione allo stato attuale, come dimostrato da uno studio pubblicato su Lancet  [3].

Diversi Paesi europei, inclusa l’Italia, hanno deciso di seguire la strada inglese, tuttavia è necessario che tale scelta venga riconsiderata alla luce dei nuovi dati relativi alla variante Delta.

Fortunatamente nelle persone che hanno completato il ciclo vaccinale sia con il vaccino Pfizer che con l’AstraZeneca l’efficacia, anche se un po’ più bassa, risulta circa 88% e 60% nella prevenzione dell’infezione sintomatica [4] [5] ed entrambi mantengono un’elevata capacità di prevenzione del rischio di ospedalizzazione, rispettivamente pari al 96% e al 92% [6] [7].

L’elevatissima capacità di propagazione della variante Delta si traduce in un aumento di R0 (tasso di diffusione medio), ovvero del numero medio di persone che, in assenza di misure di contenimento e precauzione, verrebbero contagiate da un soggetto infetto. La variante Delta ha un R0 tra 5 e 10, mentre quello del virus “originale” era 2,5-3. Da R0 dipende la percentuale minima di persone vaccinate necessaria per raggiungere l’immunità di popolazione: con R0= 3 è circa il 70%, con R0=5 è l’80%, con R0=10 è oltre il 90%, cioè quasi tutta la popolazione deve essere vaccinata.

Ecco perché in Inghilterra i casi sono in netta crescita, anche se il 60% è pienamente vaccinato e circa 82% è vaccinato con una dose.

Per fortuna i numeri che vengono dall’Inghilterra ci mostrano che la maggior parte dei casi si verifica in individui giovani, con mediamente meno complicazioni e per ora il tasso di letalità si mantiene molto molto basso, mentre gli over 60, che appartengono alle fasce di età maggiormente vaccinate, sono stati in larga parte risparmiati. Purtroppo si è verificato qualche decesso, ma soprattutto in persone molto anziane e con comorbidità, in cui l’efficienza del vaccino è più bassa a causa del decadimento delle difese immunitarie con l’avanzare dell’età.

In Italia, nonostante la variante Alfa sia ancora la più diffusa, con una percentuale del 74,9%, la diffusione della variante Delta (e di un suo sottotipo, Kappa) è in rapido aumento, essendo passata dal 4,2% nel mese di maggio, al 16,8% al 21 giugno [8].

Questi dati concordano con le previsioni del Centro Europeo per la Prevenzione ed il Controllo delle infezioni (ECDC), che pochi giorni fa ha stimato che la variante Delta costituirà il 90% dei virus SARS-CoV-2 circolanti nell’Unione Europea entro la fine di agosto [9].

Per uscire dalla situazione di pandemia e tornare ad una vita “normale” è necessario mantenere bassa la circolazione del virus Delta, continuando ad applicare le misure di salute pubblica che sono state utili per controllare la circolazione delle altre varianti.

È inoltre fondamentale che la campagna vaccinale prosegua rapidamente, vaccinando più persone possibile con due dosi in tempi rapidi, non solo gli adulti, ma anche i giovani e gli adolescenti dai 12 anni in su. Infatti i ragazzi che si infettano sono spesso asintomatici o con sintomi molto lievi e perciò continuano a frequentare gli altri contribuendo alla circolazione del virus e aumentando il rischio della comparsa di nuove varianti.

Inoltre, come raccomanda anche l’ECDC, è necessario che la seconda dose di vaccino non venga più ritardata, ma venga somministrata entro l’intervallo minimo autorizzato dopo la prima dose (3 o 4 settimane, a seconda del tipo di vaccino), per evitare di esporre a rischio le persone più vulnerabili.

Bibliografia

  1. ECDC, Implications for the EU/EEA on the spread of the SARS-CoV-2 Delta (B.1.617.2) variant of concern

  2. VOC Technical Briefing

  3. Wall EC, Wu M, Harvey R, Kelly G, Warchal S, Sawyer C, Daniels R, Hobson P et al. Neutralising antibody activity against SARS-CoV-2 VOCs B.1.617.2 and B.1.351 by BNT162b2 vaccination. Lancet. 2021 Jun 19; 397 (10292): 2331-2333 

  4. Lopez Bernal J, Andrews N, Gower C, Robertson C, Stowe J, Tessier E et al.  Effectiveness of the Pfizer-BioNTech and Oxford-AstraZeneca vaccines on COVID-19 related symptoms, hospital admissions, and mortality in older adults in England: test negative case-control study BMJ. 2021 May 13; 373: n1088

  5. Lopez Bernal J, Andrews N, Gower C, Gallagher E, Simmons R, Thelwall S, Stowe J et al. Effectiveness of COVID-19 vaccines against the B.1.617.2 variant

  6. Gov UK, Vaccines highly effective against hospitalisation from Delta variant

  7. Stowe J, Andrews N, Gower C, Gallagher, Utsi L, Simmons R et al. Effectiveness of COVID-19 vaccines against hospital admission with the Delta (B.1.617.2) variant.

  8. Dati Istituto Superiore di Sanità

  9. ECDC, Statement on the SARS-CoV-2 Delta variant in the EU/EEA

One thought on “SARS-CoV-2, variante Delta: i vaccini funzionano?

  • 14 Luglio 2021 in 13:47
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    Cara Graziella, il Tuo articolo dimostra che chi si è vaccinato completamente ha meno probabilità di infettarsi rispetto a chi non si è vaccinato per nulla. Ma ldimostra anche che il Covid è vivo e lotta contro di noi. Valeva la pena di intraprendere la battaglia delle 40ene, dei tracciamenti, delle vaccinazioni di massa? Possono l’ Economia e la Pace sopportare due anni di restrizioni? Dove è finito il Primum non Nuocere?

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