Blue Whale: c’è un giudice a Milano?

La vicenda Blue Whale è tornata sulle prime pagine dei giornali italiani dopo che un giudice del Tribunale di Milano ha condannato una ragazza di circa 25 anni, che era imputata per atti persecutori e violenza privata aggravati. Ma questa sentenza dimostra davvero la realtà del fenomeno Blue Whale? Le cose, come sempre, sono più complesse se le si guarda approfonditamente. E soprattutto, in questo caso, se si presta attenzione alla sequenza temporale degli eventi. Proviamo a ricostruirla.

Da voce priva di riscontri a fatto certo

La storia della Blue Whale compare per la prima volta sulla stampa italiana nel marzo 2016, quando su La Stampa viene pubblicato un articolo intitolato “Istigazioni social al suicidio, panico in Russia per le chat della morte. Ma è solo un brutto scherzo”. In quel pezzo si riprende la storia, uscita sul periodico moscovita Novaya Gazeta, di un gioco che avrebbe portato al suicidio decine di adolescenti russi, istigati da una rete di curatori a compiere atti di autolesionismo sempre più gravi. L’articolo de La Stampa ha un taglio critico sin dal titolo e riprende la notizia presentandola come una voce circolante sul web della quale mancano riscontri certi.

Passa un anno, e nel marzo 2017 ecco la storia ricomparire su Il Messaggero e Il Giornale. Questa volta però la vicenda è presentata come autentica e i suoi risvolti sono descritti in termini drammatici: “Blue Whale: il gioco che ha già portato al suicidio 130 adolescentiscrive la testata romana, “Un nuovo gioco dell’orrore spopola tra i giovani: il Blue Whaletitola il quotidiano milanese. Nonostante l’allarme lanciato da queste e altre testate, la notizia non pare suscitare particolare clamore e la sua eco si spegne nel giro di pochi giorni.

Il caso invece esplode il 14 maggio 2017, quando la trasmissione tv Le iene dedica al tema un lungo servizio. È un pezzo carico di emotività, che mostra in primo piano volti di genitori straziati dal dolore per il suicidio dei figli. Nelle loro parole emerge in termini drammatici la convinzione che quei suicidi non possano essere avvenuti per caso, che quelle vite giovani e innocenti si siano interrotte perché delle persone, che vengono identificate come i curatori del gioco denominato Blue Whale, hanno spinto quei poveri adolescenti a suicidarsi. A queste testimonianze vengono affiancati filmati ancora più terribili, in cui si vedono persone che si lanciano nel vuoto da alti palazzi andando incontro a morte certa. Nel loro commento a queste immagini, gli autori del servizio de Le Iene spiegano che le riprese sono state effettuate da qualcuno che stava  seguendo le regole di quel macabro gioco rituale.

Grazie ai videomaker di Alici come prima si scoprirà nel giro di un paio di settimane che i video sono falsi, o che nulla hanno a che vedere con la Russia e con il presunto gioco che in quel paese spopolerebbe. Ma intanto, in seguito a quel servizio de Le Iene, si accumulano sui media italiani le notizie di presunti casi di adolescenti coinvolti nel gioco che tentano il suicidio anche nel nostro Paese, si susseguono gli editoriali allarmati che invitano i genitori a fare qualcosa e gli appelli di operatori di polizia che chiedono di controllare da vicino i giovani con comportamenti anomali. Insomma, quel servizio de Le Iene ha scatenato una paura forte e diffusa.

A distanza di quattro anni, sappiamo che nessuno di quei casi che hanno coinvolto carabinieri, polizia e diverse procure della Repubblica ha prodotto nulla, nessun legame è mai stato dimostrato con la presunta rete dei curatori di Blue Whale.

Tutti finiti in nulla, tranne uno, quello che si è appena concluso con una sentenza. Vediamo allora cosa è successo.

Dai media alla realtà

La vicenda che ha portato al processo di Milano inizia quando una collaboratrice della testata Il Giornale.it crea una serie di profili su vari social nei quali si finge una quindicenne alla ricerca di un curatore, desiderosa di intraprendere il percorso di sfide della Blue Whale. L’idea di questa finzione è venuta in redazione proprio dopo il servizio de Le iene, che appunto ha alimentato la convinzione dell’esistenza di questo gioco online. E la giornalista che si finge adolescente in cerca di suicidio viene contatta da qualcuno che si presenta come un curatore desideroso di dar seguito alla sua richiesta. È la prova della realtà del fenomeno? Se ci si vuole credere, certamente sì. Altrimenti esiste almeno un’altra ipotesi altrettanto plausibile da considerare. E cioè che come la giornalista interpreta il ruolo della giocatrice dopo averne sentito parlare in tv, così quello stesso servizio può aver spinto altri a interpretare la parte dei curatori, offrendosi in rete a chi li sta cercando. Fatto sta che non si conclude nulla, quei contatti non proseguono abbastanza a lungo perché ci sia materiale da scriverne qualcosa.

Ma tra le persone che contattano la giornalista c’è un caso che la colpisce. È quello di una giovane che le racconta che anche lei sta cercando un curatore. Anche lei per un certo tempo non ha trovato nessuno che corrispondesse alle sue attese, ma da qualche giorno è entrata in contatto con una curatrice, seguendo gli ordini della quale è entrata nel gioco. Per questo si è procurata delle ferite al corpo, che ha fotografato e inviato come prove alla curatrice che gliele aveva ordinate, è stata sveglia di notte a guardare video di persone che si suicidavano e che la hanno spaventata, ha ascoltato musica che giudica sgradevole. Insomma, è certa di seguire il rituale, proprio quello che Le Iene hanno raccontato. E sì, perché anche in questo caso la curiosità è maturata in seguito a quella trasmissione, ed ha condotto a lanciare appelli nella rete alla ricerca di qualcuno che le ordinasse di eseguire questi rituali. La sua ricerca non è sempre andata bene però, per esempio perché è stata contattata da persone che le chiedevano di fare dei rituali che, racconta, non corrispondevano a quelli che aveva trovato descritti cercando Blue Whale su Google. Quando questo è successo, la nostra vittima ha lasciato perdere quelle persone, che appunto non corrispondevano alle sue attese su come deve comportarsi un vero curatore.

Proviamo allora a conoscere un po’ da vicino questa ragazza. È una giovane di 14 anni che vive tra Palermo, dove da qualche tempo si è trasferita con la madre, e Roma, la sua città di origine, dove sta con il padre. Sta affrontando una fase difficile, a causa della separazione dei suoi genitori e della difficoltà di integrarsi nel nuovo contesto palermitano. Una situazione che, racconta il padre agli inquirenti, vive con molta sofferenza, tanto che da un certo tempo è in cura da una psicologa. Anche perché una delle manifestazioni del suo disagio è che da tempo si autoinfligge delle ferite. Come peraltro emerge da alcuni video che gli inquirenti rintracciano sul suo cellulare e che sono stati girati alla fine del 2016, senza alcun nesso con la Blue Whale. L’autolesionismo non è purtroppo un comportamento raro tra le persone adolescenti e alcuni studi mostrano proprio la correlazione di questo disturbo con condotte suicidarie. Nonostante queste difficoltà, non si tratta di una ragazza debole, e certamente non è vittima imbelle in questa situazione, al di là di ogni fantasia sul potere della suggestione. La ragazza racconta infatti alla giornalista che vuole lasciare il gioco e denunciare la curatrice, la quale la ha spaventata con le sue minacce di far del male alla sua famiglia, ma spiega di non saper bene bene come farlo. A quel punto, per evitare pericoli maggiori, la giornalista denuncia quanto ha scoperto alla polizia, che, rintracciata la ragazza e i suoi familiari, arriva grazie ad una serie veloce di controlli a colei che si spacciava per curatrice della BlueWhale. Si tratta di una ragazza all’epoca ventitreenne, che abitava in una comunità che accoglie persone con una tossicodipendenza. E così siamo arrivati alla giovane appena condannata a Milano.

Unire i puntini

Proviamo allora a mettere in fila alcuni elementi. Fino al servizio de Le Iene che ha suscitato tanto scalpore non era mai emerso in Italia alcun caso legato alla Blue Whale. In seguito a quel servizio, invece, i media hanno riportato diverse storie di presunte vittime del gioco in tutta Italia, ma per nessuna di queste vicende la magistratura ha accertato alcun legame con il presunto gioco. L’unico caso per il quale si è arrivati a una condanna prende le mosse dopo il servizio de Le Iene e vede due persone aprire account fasulli proprio per cercare qualcuno che si presenti come curatore del gioco. Una delle due persone è una giornalista che sta cercando di scrivere un servizio sul presunto fenomeno di cui ha sentito in tv. L’altra è una ragazza con precedenti di autolesionismo e una condizione di sofferenza psicologica accertata. Entrambe incontrano di fatto un solo curatore, con il quale il gioco sembra andare avanti. Nessuna delle due è così coinvolta nella vicenda da non riuscire a tirarsene fuori.

A questo punto lasciamo a chi legge la scelta: la sentenza di Milano è la prova che il gioco online esisteva, oppure è la prova che se i media parlano di un fenomeno con grande enfasi allora è possibile che diverse persone, le quali magari stanno vivendo momenti di fragilità, si incuriosiscano e si attivino per prendervi parte, rendendolo in questo modo vero?

Il problema in questa discussione è che in una società dominata da una retorica del rischio, in particolare sui giovani, è difficile riuscire ad analizzare la questione senza che la paura tenda ad imporsi. Quando ho provato a farlo, per esempio discutendo questo caso in alcune conferenze, alla fine venivo sempre raggiunto da qualcuno dei partecipanti che mi raccontava di aver conosciuto una persona che si era suicidata, o mi spiegava che se in una famiglia qualcuno si suicida l’impatto è molto grave, in particolare se si tratta di un giovane. Tutte questioni vere e serie, che però di per sé non c’entravano con l’analisi critica che io portavo di questo caso mediatico. Se non perché, a fronte del tentativo di offrire una lettura alternativa di una presunta epidemia di suicidi generata da un presunto gioco online, alcune persone sentivano il bisogno di ribadire che per loro il problema del suicidio era molto rilevante. E allora concludo dicendo che dovremmo fare sempre uno sforzo di guardare con lucidità a storie come quella della Blue Whale, che esprimono paure sociali diffuse, per essere certi che quelle storie siano fondate e che non ci costringano invece a vivere impauriti da fantasmi.

3 thoughts on “Blue Whale: c’è un giudice a Milano?

  • 12 Giugno 2021 in 13:25
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    https://saint-petersburg.ru/m/society/grachev/353694/
    Caro Lorenzo, capisco che non crediate nell’ esistenza reale di Satana, ma non capisco come mai non crediate nell’ esistenza dei suoi seguaci. Purtroppo l’ unica spiegazione logica è che siano riusciti a infiltrarsi tra di Voi e, prima di Voi, tra i Vostri Maestri del CSICOP. Di questo passo arriverete a pubblicare articoli in cui metterete in dubbio la confessione di Ambra, Milena e Veronica, che magari fu estorta. Forse la Satanista era Suor Maria Laura?

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    • 25 Luglio 2021 in 14:38
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      Ho capito che la rete satanista globale è reale e potentissima (non si sa bene cosa possano sperare di ottenere incitando gli adolescenti a suicidarsi ma questi son dettagli).

      Pagano bene? Come faccio a contattarli per mandare il CV, dovrei rivolgermi direttamente a quelli del CICAP? Al Vaticano? Alla sede delle Giovani Marmotte più vicina? Sono stanco di fare il metalmeccanico, mi piacerebbe una bella carriera da satanista.

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    • 28 Luglio 2021 in 13:16
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      Buongiorno Aldo, il satanismo è un fenomeno completamente diverso da quello della vulgata – ne parla egregiamente Massimo Introvigne (ex presidente di Alleanza Cattolica e direttore del Centro Studi Nuove Religioni, da lui fondato – di certo non sostenitore del satanismo!). Semplificarlo a “siccome ci sono dei casi spaventosi di persone che si dichiarano sataniste, ALLORA il satanismo è mostruoso” è un grave errore, perché, allora, bisogna ricordarsi che Charles Manson pensava di essere l’incarnazione di Cristo, la strage di Utoya era “in nome del Cristianesimo” e ci sono n-mila altri esempi. Se poi si cerca in casa degli assassini, c’è di gran lunga più probabilità di trovare un testo cristiano che uno satanico. Questo, ovviamente, non significa nulla. Anche per questo motivo, collegare il satanismo a questi fenomeni sociali è fuorviante, ed è uno “scaricabarile” nocivo: le malefatte sono fatte dai satanisti? Se è satanismo ogni crimine efferato, la Chiesa era guidata da un satanista quando Papa Innocenzo III ordinò il genocidio degli albigesi?
      Il satanismo con questi fenomeni non c’entra nulla, fino a prova contraria e ammesso che il fenomeno non sia creato dal buzz dei media. Che, poi, è esattamente quello che accade col Satanic Panic, citato anche da Introvigne, per cui movimenti pseudosatanisti nascono DOPO le fobie di fenomeni satanici, non prima.

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