Questione di fiducia: gli italiani e la seconda ondata Covid

Ormai da quasi vent’anni, Observa – Osservatorio Scienza Tecnologia e Società, che ha sede a Vicenza, ha un ruolo meritorio: analizza come cambiano le opinioni e gli atteggiamenti concreti degli italiani nei confronti delle scienze e delle tecnologie, le loro aspettative e preoccupazioni immediate. In quest’ottica, l’Osservatorio sta seguendo con molta attenzione le questioni suscitate dalla pandemia.

Una prima ricerca al riguardo era stata condotta ad aprile, al culmine della prima ondata epidemica. Con l’arrivo della seconda, a metà ottobre è stata prodotta un’analoga ricerca, fatta attraverso un campione significativo di 1001 persone. 

Ne è venuto fuori un panorama in movimento, per certi versi non privo di sorprese e di indicazioni. 

La zona grigia 

Per prima cosa, una conferma: i negazionisti in senso stretto, ossia quelli che pensano che il virus sia stato inventato “per giustificare decisioni politiche ed economiche” sono e rimangono una porzione minima (anche se non irrilevante) del pubblico: il 6,5%. A questo livello di analisi non è possibile dire quali decisioni i negazionisti pensano stiano dietro quella che ritengono un’invenzione, ma una prima cosa si può azzardare: in termini di azioni immediate, questa minoranza, per quanto vociferous, rumorosa, continua a rimanere esigua. 

Da questo dato potrebbe venire una possibile inferenza per gli scettici: riflettiamo sui negazionisti, d’accordo, e cerchiamo di capire chi sono e come mai sono arrivati ad arroccarsi su quelle posizioni, ma senza pensare che stiano per travolgere tutto. Non ci sono particolari indicazioni di una recente crescita dell’adesione alle loro idee.

Invece, a fronte di un solido 60,3% di italiani che ritengono la malattia “un’emergenza grave” per la quale è necessario adottare “molte precauzioni”, esiste anche una parte consistente di popolazione che appartiene a quella che potremmo chiamare la zona grigia. Di fatto, il 29,8% del campione pensa che il virus ci sia e che sia un rischio per la salute, ma che questo rischio sia “sopravvalutato da politici e media”. Non solo questa zona grigia, fatta di incerti e di persone che potenzialmente potrebbero scivolare verso idee più radicali, è assai ampia, ma è assai più ripartita dal punto di vista demografico rispetto ai negazionisti hard. Questi ultimi sono in maggioranza giovani adulti (30-44enni), con basso livello di istruzione formale, maschi e concentrati in alcune aree geografiche; i “grigi” sono invece più distribuiti fra le varie fasce della popolazione. 

Un patrimonio dilapidato?

Il dato più macroscopico (in negativo), tuttavia, è un altro: la perdita di fiducia del pubblico nei confronti di tutti gli attori sociali, ossia l’indebolimento dei punti di riferimento che, in primavera, tutto sommato avevano retto. Ci si fida molto meno dell’OMS, delle regioni, della Protezione civile, anche se in generale gli enti locali sono visti come più attendibili. Il governo centrale, seppur in discesa, regge un po’ meglio, mentre, a sorpresa, recupera parecchi consensi l’Unione Europea, il cui ruolo era valutato in senso positivo dal 17% appena, ed  ora invece è apprezzato da un terzo esatto degli interrogati. Forse, ipotizza l’Osservatorio, su questo cambiamento ha pesato la percezione dell’UE come garante economico della tenuta dei conti nazionali e dell’immissione di finanziamenti massicci nei nostri bilanci.  

Però, l’attenzione dell’Osservatorio, e anche la nostra, è stata attirata dal vero crollo di attendibilità subita dagli “esperti”, un termine con cui si intende, per esser più precisi, gli “esperti scientifici nazionali”. Assumiamo il riferimento sia quello ai vari operatori del settore sanitario (virologi, epidemiologi, immunologi, rianimatori, urgentisti, microbiologi, esperti di statistica medica…) che da marzo in poi sono onnipresenti  sui media.  

Se ad aprile, insieme alla Protezione civile, godevano del più ampio consenso (il 72,4% giudicava come positivo il loro operato), a fine ottobre questo “tesoretto” si era depauperato sino a scendere  al 49,5%. 

In particolare, il ruolo comunicativo degli esperti è stato ritenuto inadatto, insufficiente e, soprattutto, foriero di confusione. Alla fine di ottobre era il 61,9% degli intervistati a pensarla così, mentre un 20% scarso ne riteneva “chiari ed efficaci” gli interventi in pubblico (a marzo erano stati salutati con favore da un terzo esatto del campione). 

In sostanza, un po’ tutti, ma soprattutto gli scienziati e chi si occupa per professione di salute, avrebbe dilapidato in poco tempo buona parte del patrimonio di fiducia che l’opinione pubblica, appena otto mesi fa, gli aveva affidato. 

Cosa accadrà con l’arrivo dei vaccini? 

Questo “spreco di consensi” per l’Osservatorio potrebbe avere conseguenze assai concrete nel 2021, quando, presumibilmente, disporremo di più di un vaccino efficace e sicuro. 

È qui che Observa lancia un vero e proprio avvertimento: solo il 36% del campione a metà ottobre si diceva disponibile a farsi inoculare il vaccino “subito, appena sarà disponibile”. Molti altri, il 38% del totale, sembrano attendisti. Mi vaccinerò, certo, “ma non subito”, rispondono. Questo enorme bacino di persone di solito è meno informato sulla malattia della prima porzione (quelli che vorrebbero vaccinarsi all’istante), ospita al suo interno un gran numero di individui sfiduciati dagli esperti, usa i social assai più del resto della popolazione per avere notizie sulla pandemia. 

Questa tendenza “attendista” sottolineata da Observa può essere confrontata da quanto emerge da altri sondaggi pubblicati in questi giorni. Il 23 novembre è infatti uscito un resoconto pubblicato da radar settimanale SWG. Qui, a una domanda secca sulla disponibilità a vaccinarsi, il 37% degli italiani si sarebbe detto contrario (campione di 800 persone, intervistato fra il 18 e il 20 novembre 2020 con metodo CATI-CAMI-CAWI) . 

Da costoro – se le strategie comunicative e informative non saranno tempestive, univoche e adeguate per forme e contenuti – potrebbe venire una forte resistenza alle vaccinazioni. 

E aggiungiamo noi: forse proprio nel 2021, quello che potrebbe diventare l’anno delle vaccinazioni, la piccola proporzione dei negazionisti “duri” – quelli che finora in Italia non sono riusciti più di tanto a far breccia – potrebbe trovare un terreno assai più fertile, spostando il suo baricentro ideale dalla retorica della “finta malattia” a quella più fruttuosa dei “vaccini che uccidono”.  

5 thoughts on “Questione di fiducia: gli italiani e la seconda ondata Covid

  • 28 Novembre 2020 in 07:53
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    Articolo decisamente anti scientifico.
    È normalissimo avere dei dubbi.
    Se gli “esperti” non hanno credibilità che riflettano sulla propria professionalità.
    Vi inviterei a non usare il termine negazionisti, grazie.

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  • 29 Novembre 2020 in 18:33
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    Condivido in pieno con Cristina…È normale avere dei dubbi, specie quando i cosiddetti esperti che vanno in TV, non sono loro stessi d’accordo.. Per quanto concerne i politici, stendiamo un velo pietoso, dato che se la memoria non mi tradisce coloro che si ergono a paladini del virus, erano i primi a deriderlo.. Infine che un vaccino trovato in fretta possa esser dannoso, non è del tutto fuori luogo: la talidomide docet.

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    • 1 Dicembre 2020 in 11:06
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      Gentile Alfredo, come fautori dell’approccio scientifico alle cose, siamo preoccupati e critici anche sulla questione della credibilità di chi parla. Molti concorderebbero sul fatto che, da varie parti, in quest’anno tragico si è dato cattiva prova di capacità comunicative. Che cosa fare per migliorare? Questa è una domanda più che lecita. Discutere con sguardo vigile, ad esempio, i processi di sviluppo dei vaccini più promettenti, è cosa utile per affilare i nostri strumenti: gli errori, nella scienza, sono eventualità scontata. Lei menziona l’antica vicenda del talidomide. Beh, come lei sa è difficile usarlo a raffronto con l’argomento di questo sondaggio sociologico. Non solo parliamo di un’altra era della chimica, ma, nel primo caso nemmeno di un vaccino, ma di un farmaco. Solo per sollecitare un’ulteriore riflessione da tutti noi: il talidomide, famigerato per la sua teratogenicità, da una ventina d’anni si è rivelato utile per malattie terribili, dai mielomi multipli, al lupus eritematoso, ad un tipo particolare di cancro… La stessa molecola del talidomide è stata modificata, di recente, con l’aggiunta di alcuni tipi di corticosteroidi. Insomma, quello che ci terremmo a dire: la scienza è una cosa complicata. E non abbiamo modi per scappare a questa complessità. Grazie per il suo contributo!

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      • 3 Dicembre 2020 in 01:05
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        Vi ringrazio per la risposta e la spiegazione dettagliata sulla questione del vaccino .
        Distinti saluti

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  • 9 Dicembre 2020 in 19:06
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    Riguardo alla credibilità della scienza, ogni argomento, ogni settore, sono particolari.
    Prendiamo il negazionismo in campo climatico: pur trattandosi di un fatto scientificamente acclarato, i negazionisti hanno buon gioco a sostenere la loro posizione, anche perché numericamente sono una fetta rilevante della popolazione, e in determinate condizioni socioeconomiche potrebbero diventare il gruppo prevalente.
    Se invece parliamo di vaccini, è un altro discorso: l’eventualità di prendere certe malattie rende molto poco disposte le persone a rischiare in nome di certi principi (in parte sicuramente fondati, come la capacità dell’organismo di combattere da solo determinati patogeni) la propria salute. Anche se il confronto fra i due rischi non sempre è agevole, se la malattia in questione è seria (ad esempio la poliomielite) si sceglie sicuramente il vaccino.
    L’opinione degli scienziati può però fare ben poco per influenzare l’opinione pubblica.
    Anche perché a sostenere certe posizioni negazioniste (ad esempio in campo climatico) sono persone non qualificate, ingegneri, geologi e chi più ne ha più ne metta, mai climatologi, ma dai media vengono comunque implicitamente avallati come esperti, visto che si chiede la loro opinione sull’argomento.
    Se il discorso poi verte sull’economia, lì è buio pesto. La maggior parte delle persone che parla sui media di argomenti economici non è titolata per farlo, e molte persone che lo sono o dicono cose palesemente false o, più frequentemente, omettono fatti fondamentali, un modo poco elegante ma efficace per mentire.

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