Il crocifisso di San Marcello al Corso (Roma) e il “miracolo” della peste

In viaggio con gli scettici è una rubrica dedicata ai presunti luoghi misteriosi del nostro Paese, dove ne raccontiamo le leggende e le verità. Ognuno con il proprio stile, gli autori forniscono una spiegazione storica e razionale per far luce su qualche oscuro mistero locale. Questa puntata è di Valentina Nardecchia e Giorgio Vecchiarelli del Cicap Lazio.

San Marcello al Corso e il suo crocifisso

La chiesa di San Marcello al Corso, in via del Corso nel rione Trevi a Roma, risale alla tarda antichità. La chiesa medievale, dal 1369 officiata dall’Ordine dei Servi di Maria, a causa di un incendio andò però completamente distrutta nella notte fra il 22 e il 23 maggio 1519. Secondo la tradizione si salvò solo un crocifisso ligneo: datato dagli esperti agli anni Settanta del XIV secolo, è attualmente attribuito ad un artista locale (mentre precedentemente si era parlato di scuola senese)  ispirato da quello più antico di San Lorenzo in Damaso. Il suo aspetto ha dato luogo ad una storia senza fondamento sulla sua realizzazione, che noi per ora abbiamo trovata documentata solo dagli ultimi decenni del secolo scorso: “il verismo del quale è tale da aver fatto nascere la leggenda che lo scultore, per procurarsi il modello, avesse ferito a morte un carbonaio, ritraendone l’agonia[1].

La sua salvezza fu vista dai fedeli come un prodigio e al crocifisso la tradizione successiva attribuisce molti miracoli. Il più celebre, raccontato sul sito web che riporta la storia della chiesa stessa, sarebbe quello avvenuto nel 1522 quando avrebbe salvato i romani e Roma in occasione della peste che flagellava la città: all’inizio di agosto, per 16 giorni, il crocifisso sarebbe stato portato in processione per tutti i rioni, fatto cui fu attribuita la cessazione della pestilenza in corso.

Conservato in una cappella (la quarta a destra dall’ingresso) del San Marcello riedificato nel Cinquecento, di recente il crocifisso è tornato a far parlare di sé: papa Francesco lo ha prima visitato, il 15 marzo 2020, recandosi in San Marcello pregando per la fine della pandemia, poi lo ha voluto con sé sul sagrato di San Pietro il 27 marzo in occasione di un “momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia”. Dopo tale occasione l’opera d’arte, di proprietà dello Stato italiano, ha mostrato “alcuni problemi conservativi” solo in parte legati alla copiosa pioggia cui è stato esposto, ed è attualmente sottoposto a restauri in Vaticano.

In realtà, già nella prima decade di marzo – come ha documentato Sofia Lincos di Query online – circolava su Whatsapp una sorta di catena con la foto del crocifisso “che fermò la peste nel 1600”, con l’invito a fare girare il messaggio, come riportato anche da un quotidiano romano il 6 marzo.

Abbiamo allora deciso di studiare un po’ più a fondo le origini di questa storia.

La pestilenza del 1522

Una premessa: in quegli anni molte epidemie erano etichettate come “peste” o “pestilenza”. Non possiamo quindi essere certi che quella del 1522 (ma non solo, come vedremo) sia una vera “peste”, come la intendiamo oggi, cioè provocata dal batterio Yersinia pestis, un episodio, quindi, della Seconda pandemia di peste che, a ondate, imperversò in Europa, nel bacino mediterraneo e nel Medio Oriente tra il 1346 e il XIX secolo [2]. Ecco come un veneziano al servizio di un alto dignitario ecclesiastico romano, Girolamo Negri (1492-1557) descriveva i sintomi in una lettera ad un amico [3]:

[…] In che modo gli si appiccasse non si può intendere, né sapere. Visse quattro dì. Gli apostemi furon cinque, il primo in dextro inguine, la notte seconda ne diedero fuora quattro altri, uno sub ala dextra, & tre sopra la schiena.  […] Et non solamente la casa sua, ma tutta Roma per tal caso s’è posta in spavento, pensando, che un tal’huomo vecchio di LXVIII. anni, regolarissimo, & mondissimo, come sapete, sia incorso in tal disgratia

È possibile che lo sia, ma considereremo questa precisazione ininfluente al fine delle conclusioni di questa analisi.

La pestilenza, da quel che abbiamo potuto appurare dallo studio delle fonti utilizzate, dovette manifestarsi nella Capitale almeno già durante il giugno del 1522. Roma, allora, era senza un papa (presente): Adriano VI (Adriaan Florensz Boeyens, 1459-1523, di Utrecht, negli attuali Paesi Bassi) era stato eletto dal conclave nel gennaio precedente in absentia mentre si trovava in Spagna e in Vaticano non era ancora arrivato. Giunse solo alla fine di agosto.

Il 20 (o il 22) giugno il consiglio comunale emanò un decreto per trovare confessori, medici, “facchini”, inservienti e luoghi adatti per accogliere malati e sospetti [4]. In un’altra lettera, il 26 giugno, Negri informava l’amico che

Novissimamente s’è appiccata la peste in diversi luoghi di Roma, altro no[n] mancava à ruinar questa infelice Terra, & s’ella procede (il che dubito per le poche provisioni che vi si fanno) ciò sarà occasione, che il Pontefice non verrà questa estate […] [5]

Il 18 luglio è ancora Negri che scriveva di una Roma con poca gente in giro, da cui molti erano scappati o stavano scappando: “[é] partita, & del continuo parte di Roma grandissima moltitudine di genti per questi sospetti di peste, i quali ora crescono, ora calano, tal che, apparent rari per templa, & strata viarum[6], tanto che a fine mese, il consiglio comunale, per mezzo di un altro decreto, stabilì punizioni per i fuggiaschi [7]. Qualche settimana più tardi il mantovano Baldassarre Castiglione (1478-1529) arriverà a stimare in quarantamila le persone che avevano allora abbandonato Roma [8]: forse una sopravvalutazione, se è vero che nel censimento voluto da Clemente VII (il fiorentino Giulio Zanobi di Giuliano de’ Medici, 1478-1534) alla fine del 1526 risultavano circa cinquantacinquemila “bocche” nella città.

Riti in emergenza

Fra chi era rimasto nella città, nel cercare di sfuggire alla malattia si arrivò a rasentare la vera e propria “idolatria” (come fu definita già allora) quando, nella seconda metà di luglio un greco, tale Demetrio Spartano, si fece portare un toro furioso (che la notte precedente sarebbe stato condotto “per tutti li Rioni di Roma”, come scriveva Castiglione al marchese Gonzaga) forse con l’intenzione di immolarlo, oppure solo di vantare le virtù prodigiose di una certa fonte contro la pestilenza. Toro subito domato: “[s]i dice lo fa per incantamento, per modo che tutta Roma li coreva dietro”, come notò Marin Sanudo (1466-1536) nel suo diario, dopo aver letto le lettere dell’ambasciatore veneziano a Roma. “[E] dicono molte infinite baie, cioè che adosso el toro caddero stelle dal celo, e certe vampe di foco, e che se videro quattro cani negri e millaltre cose, il che non è vero, ma la mansuetudine del toro è verissima” scriveva invece ancora Castiglione. Tre decenni dopo, nella sua Historiarum sui temporis (1552), l’umanista Paolo Giovio (1483-1552) poteva ironicamente commentare: “[n]on ingannò del tutto la speranza della credula moltitudine perché dopo la felice cerimonia di quel vuoto sacrificio il morbo cominciò ad indebolirsi” (traduzione nostra) [9].

Alla fine di quel luglio, in effetti, l’epidemia può sembrarci dalle fonti che abbiamo consultato essersi rallentata: per Castiglione (24 luglio) “[i]l Greco è stato bandito e la peste in vero è poca, e spero che senza Toro se ne andarà” e, ancora, (5 agosto) “ancor non è estinta, nientedimeno è poca” (ma, il 12 agosto, “la peste invero fa pur gran danno, ma non è ancora entrata in persone nobili”); per Negri, il 15 agosto, “questa buona nuova della venuta del Papa ha fatto mandar quasi in oblivione la peste[10].

Tornando al nostro crocifisso, sono comunque giorni in cui Roma è invasa da processioni.

Ogni dì vanno certe Compagnie in processione a queste Chiese principali, e portano talor la testa di S. Sebastiano, e una figura di S. Rocco, e si fermano alle case infette, e dicono certe orazioni, e chiamano misericordia a Dio. Ma quelli che fariano forte pianger l’Anna [la figlia, allora di quattro anni circa Ndr], sono un gran numero di puttini tutti nudi dalla cintura in su, che vanno in processione battendosi, e chiamando misericordia, e dicendo Parce Domine populo tuo; e con loro sono certi certi che gli fanno andar ad ordine, e li vanno cibando [Castiglione, 12 agosto, alla madre [11]

*

[…] non si cessa di far’ ogni dì processioni, & di portar fuora tutte le imagini, & crocifissi, & santi celebri, & esperimentati in questi casi. […] Vanno in processione una infinita moltitudine di zitelli seminudi, battendosi & gridando Misericordia. Et così huomini vestiti da battuti, gridando tutti Misericordia, seguendo poi la turba delle matrone con le candeele accese piangendo, come se cadessero [i malati di peste, Ndr] per le strade à centinaia il dì […]. Per correggere l’errore dell’idolatria del toro, si sono conversi à tante preci & tali, che al tempo, che gli huomini cadevan morti, non se ne fecero di maggiori [Negri, 15 agosto]

Siamo di fronte ad una particolare forma di quei “riti in emergenza” descritti, in altre situazioni, dall’antropologo Giovanni Gugg. Processioni penitenziali e propiziatorie, certo, ma anche “dispositivi folklorici [ma pure pratiche organizzate dalle autorità, che fungono come strumento di rinnovo dell’ordine, Ndr] utili a riassorbire lo shock causato da un disastro e, allo stesso tempo, a tentare di tenere insieme una collettività dopo un trauma”, “effettuati nel periodo che, localmente, è ritenuto di crisi: essi hanno luogo non solo durante la fase acuta del disastro, ma anche dopo, perché […] il disastro non è il semplice scatenarsi di un evento fisico, bensì un processo sociale che dura nel tempo”.

La processione del crocifisso di San Marcello

Il crocifisso di San Marcello non è menzionato direttamente dalle nostre due “guide”, Castiglione e Negri, come invece fanno, l’uno o l’altro, per altri oggetti venerati a Roma contro le pestilenze: il capo di San Sebastiano, la Madonna del Portico (e altri oggi di difficile identificazione). Dell’immagine di Santa Maria del Portico, allora conservata in Santa Galla, nel rione Ripa, sappiamo da altre fonti che il 14 agosto fu portata in processione a Santa Maria Maggiore, dove rimase la notte e la mattina seguente, mentre nel pomeriggio del 29 agosto, Adriano VI appena entrato a Roma, incontrò la processione dalle parti del rione Ponte: “già 13 giorni viene portata intorno per la pestilentia con grandissima devotione, et tra le altre cose numero 500 mammoli nudi quali si bateano inanti a lei” scrisse il 1 settembre il veneziano Luigi Lippomano (1496-1559) [12].

Senz’altro è comunque in questo contesto che andrà collocata la vicenda che stiamo indagando, fra i “crocifissi” citati da Negri. È alla compagnia, poi arciconfraternita, sorta dopo quegli eventi che si devono le “ricostruzioni a posteriori”  – come le ha recentemente definite lo storico David Armando – del miracolo oggi in circolazione. La versione più antica che abbiamo rintracciato risale al 1565, negli Statuti di quella associazione, quando probabilmente qualcuno dei partecipanti era ancora in vita [13]:

considerando i suddetti devoti [del Crocifisso, Ndr], con alcuni religiosi, che l’opere pie con l’orationi, placano l’ira de Dio, lo conferirono coll’Illustrissimo & Reverendissimo Cardinal di Vico Spagnuolo [Guillén-Ramón de Vich y de Vallterra, cardinale presbitero di San Marcello, Ndr], & insieme confidorno [confidarono, Ndr] con il stendardo del miracoloso & Santissimo Crocefisso sopradetto impetrar’ gratia per la liberatione di questa Città […] andando in processione à San Pietro & portando questa gloriosa Imagine per ciasch’un Rione, accompagnata da molti figliuoli scalzi gridando Misericordia, per gratie & benignità dell’onnipotente Iddio, & della Passione di N. Signore Iesù Christo, la peste cessò [….] 

Un affresco del pittore romano Paris Nogari (c. 1536-1601) realizzato intorno al 1583-1584 per la controfacciata dell’Oratorio del Ss. Crocifisso (in piazza dell’Oratorio) ci permette di vedere come alla fine del Cinquecento era rappresentata la vicenda di sessant’anni prima.

Nel 1625, poi, in un’edizione postuma di una sorta di guida di Roma, Ottavio Panciroli (1554-1624) aggiungerà che il crocifisso sarebbe stato portato in processione, rione per rione, fra l’8 e il 24 agosto: forse il primo e l’ultimo giorno partenza e rientro a Trevi, mentre negli altri giorni la peregrinazione fra i tredici rioni e il Borgo?  “E cessò il castigo della pestilenza[14].

La continuazione della pestilenza

Ma davvero la “la peste cessò” dopo la peregrinazione del nostro crocifisso o dopo le altre processioni allora avvenute? Oppure dopo i magheggi del Greco? No, l’epidemia continua ad essere documentata nelle lettere e nelle cronache dei mesi successivi. E in una forma molto più grave. Già l’11 settembre si contavano oltre 30 morti al giorno; il culmine fu raggiunto fra ottobre e novembre, ed iniziò a scemare ai primi di dicembre per poi continuare a manifestarsi almeno fino alla tarda estate del 1523 [15].

In una serie di lettere scritte fra ottobre e novembre 1522 Castiglione – che successivamente riuscì ad abbandonare Roma per rientrare nel Mantovano – appare sempre più sfiduciato nei confronti della pestilenza e dei suoi tragicissimi effetti. Ad esempio, il 31 ottobre [16]:

Miseria estrema è uscire di casa per la moltitudine di morti che se vedeno, et le voci et strida che se sentono per le case, et li amalati che se veggono alle finestre et per le strade, et delle diece persone che vano per Roma gli otto hanno la insegna della pest, et pochissimi sono in Roma, et io mi dubito che N. S. Dio non voglia estirpare di questa città ogniuno atteso che tanti ne moreno, et così pochi ve ne sono, sono stanchi li beccamorti et preti, et medici, et la magior parte morti, et chi non ha de li suoi che li sepelisca, resta lì […]

Come dicevamo, solo a dicembre si iniziò a vedere un qualche miglioramento: “La peste è calata più di due terzi,” scrisse Negri il 10 dicembre “e si spera che per li freddi, & tramontane, che fanno, che all’anno nuovo se ne partirà del tutto”. Ma l’epidemia non era ancora sconfitta. Riemerse all’inizio di febbraio, come ci è ricordato da lui stesso: “la qual pareva essere quasi estinta, da certi dì in qua si rinforza”. Il  17 marzo 1523 potè però raccontare che “[l]a peste di Roma non è in tutto estinta, ma c’è poco male, tal giorno sei, tal giorno due, tal niuno. Si spera bene” [17]. Il 21 maggio, scriveva Sanudo, una lettera dell’ambasciatore veneziano informava che “la peste continuava et era intrata in caxa dil cardinal Corner et dil cardinal Aus”. E così ancora nei mesi successivi, fino forse ad agosto, quando in due lettere inviate a Mantova, Paolo Giovio e Alessandro Gabbionetta scrissero rispettivamente che “Roma trionfa senza peste” e “[l]a peste va pur picigando, ma non fa molto danno[18].

Qualche mese dopo, a partire da febbraio 1524, quando c’era già un nuovo papa, Clemente VII, la pestilenza tornò a colpire Roma [19], ma è bene che ci fermiamo qui.

In forma di conclusione

Dispiace dirlo, ma la processione del crocifisso di San Marcello, anzi le processioni delle varie reliquie ed oggetti, le arti magiche del Greco non portarono alcuna salvezza per i cittadini di Roma. Anzi, come abbiamo appena visto, nelle settimane e nei mesi successivi l’epidemia peggiorò. Se però qualcuno vuole continuare a credere ad un miracolo che non c’è stato, chi siamo noi per impedirlo? Del resto, parafrasando il celebre e non scientifico scritto di Antoine Magnan (1934), “la struttura alare del bombo, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”.

Gli autori ringraziano vivamente Roberto Labanti per il supporto essenziale nella ricerca delle fonti storiche, la professionalità, la passione e la vicinanza dimostrata, senza le quali la ricerca non avrebbe raggiunto né lo stesso spessore, né la stessa valenza.

Note

[1] Cesare Jannoni Sebastianini; Le piazze di Roma, Roma, Schwarz & Meyer 1972, p. 120

[2] Da ultimo Maria Spyrou et al.; Phylogeography of the second plague pandemic revealed through analysis of historical Yersinia pestis genomes, «Nature Communications», vol. 10 (2019), art. 4470. Cfr. Monica H. Green (a cura di); Pandemic Disease in the Medieval World – Rethinking the Black Death,  «The Medieval Globe», vol. 1 (2014), pp. 1-326.

[3] Lettera di Girolamo Negri a Marc’Antonio Micheli (tutte le lettere di questo autore che citeremo in seguito hanno questo destinatario), 28 febbraio 1523, in Girolamo Ruscelli; Lettere di principi, le quali o si scriuono da principi, ò à principi, ò ragionan di principi. Libro primo […], in Venetia, appresso Giordano Ziletti 1562, pp. 81v-82r.

[4] Anna Esposito; Il bando come comunicazione. Esempi romani del primo Cinquecento, in Per Enzo. Studi in memoria di Vincenzo Matera (a cura di Lidia Capo e Antonio Ciaralli), Firenze, Firenze University Press 2015, p. 109; Rodolfo A. Lanciani; Storia degli scavi di Roma e notizie intorno le collezioni romane di antichità. Volume I, Roma, Loescher 1902, p. 214.

[5] Girolamo Ruscelli, 1562, op. cit., p. 76r; il 4 luglio il cronachista modenese Tomasino Bianchi (1473-1554) annotò che era arrivata la notizia che a Roma “se ge scoperto la peste” (Cronaca modenese di Tommasiino de’ Bianchi detto de’ Lancellotti. Volume I, Parma, Pietro Fiaccadori 1862, p.  225).

[6] Girolamo Ruscelli, 1562, op. cit., p. 77v.

[7] Rodolfo A. Lanciani, 1902, op. cit., p. 214.

[8] Lettera alla madre Luigia Gonzaga, 12 agosto 1522, in Baldassarre Castiglione; Lettere del conte Baldessar Castiglione […] Tomo primo, in Padova, presso Giuseppe Comino 1769, p. Lettere famigliari/84. Data la situazione contingente, non è stato purtroppo possibile consultare l’edizione dell’intero corpus delle Lettere famigliari e diplomatiche apparso presso Einaudi nel 2016 a cura di Angelo Stella et al.

[9] Marino Sanuto; I diarii di Marino Sanuto. Tomo XXXIII, a Venezia, s.i.e. 1892, p. 401; lettera di Castiglione a Federico Gonzaga del 28 luglio, parzialmente pubblicata in Alfonso Corradi; Annali delle Epidemie occorse in Italia dalle prime memorie fino al 1850. Aggiunte – Correzioni – Indici, «Memorie della Società Medico-Chirurgica di Bologna», vol. 6, fasc. 9, pp. 3740-3741; Paolo Giovio; Historiarum sui temporis Tomus Scundus, Florentiae, in officina Laurentii Torrentini 1552, p. 11. Su questa vicenda cfr. anche le lettere di di Girolamo Negri del 15 agosto e s.d. ma dell’agosto 1522 in, rispettivamente, Girolamo Ruscelli, 1562, op. cit., p. 106v e Jacopo Sadoleto; Jacobi Sadoleti Epistolarum appendix […], Romæ, excudebat Generosus Salomonius 1767, pp. 1-11.

[10] Lettere di Castiglione a Federico Gonzaga, 24 luglio, cit.; alla madre,  5 agosto, in Castiglione, 1769, op. cit., p. Lettere famigliari/83; alla madre, 12 agosto, cit.. Lettera di Negri, 15 agosto, in Girolamo Ruscelli, 1562, op. cit., 78v.

[11] Il passaggio è sostanzialmente analogo a quello nella lettera dello stesso giorno inviata a Francesco Gonzaga, in Alfonso Corradi, 1892, op. cit., p. 3741: “Fanosi provisioni assai e racomandationi a Dio. Hanno portato in processione alquante volte la testa de S. Sebastiano con divotione assai, e firmatisi alle case infette chiamando misericordia a Dio. Vanno ancor in processione quasi ogni matina alcune compagnie tra li quali è un gran numero de puttini che vanno nudi dalla cintura in su, che se ne vanno continuamente battendo, e dimandano misericordia a Dio, cosa che commuove molto, e pare che si speri che per li meriti di quelli innocenti Dio debba pur remettere questo flagello debito alli molti errori che se fanno in ogni loco, e maxi.tee in questa cità”.

[12] Cfr., rispettivamente, il diario di Giacomello de Cuttinellis, citato in Anna Esposito, 2015, op. cit., p. 109 e Martino Sanuto, 1892, op. cit., p. 437.

[13] Statuti, et ordini della venerabile Arcico[m]pagnia del Santiss. Crocefisso in Santo Marcello di Roma con l’origine d’essa, Romae, apud Antonium Bladii 1565, s.i.p.

[14] Ottavio Panciroli; Tesori nascosti dell’alma citta’ di Roma […]., in Roma, appresso gli heredi d’Alessandro Zannetti 1625, p. 371.

[15] Un sommario è presentato in Ludwig von Pastor, Storia dei papi dalla fine del medio evo. Volume 4/2, Roma, Desclée & C. 1930, pp. 66-70, 699 attraverso, fra l’altro, estratti di lettere dell’inviato fiorentino Galeotto de’ Medici. Cfr. Alfonso Corradi, 1892, op. cit., pp. 3743-3744.

[16] Lettera a Federico Gonzaga, 31 ottobre, in Alfonso Corradi, 1892, op. cit., pp. 3742-3743.

[17] Lettere del 10 dicembre 1522, del 28 febbraio e del 17 marzo 1523, in Girolamo Ruscelli, 1562, op. cit., pp. 80r, 81v-82r, 84v.; cfr. Ludwig von Pastor, 1930, op. cit., p. 81.

[18] Marino Sanuto; I diarii di Marino Sanuto. Tomo XXXIV, a Venezia, s.i.e. 1892, p. 188; lettera di P. Giovio a M. Mario Equicola dell’8 agosto in Will Braghiroli; Lettere inedite di alcuni illustri italiani, Milano, P. Ripamonti Carpano 1856, pp. 25-26; lettera di Gabbionetta del 10 agosto citata in Ludwig von Pastor, 1930, op. cit., 134. Sul periodo maggio-agosto, cfr. sempre quest’ultimo, p. 81.

[19] Lettera di Negri del 31 marzo 1524, in Girolamo Ruscelli, 1562, op. cit., p. 90r. Ludwig von Pastor, 1930, op. cit., p. 169.

Immagini di Sailko, 2016, da Wikimedia Commons, licenza CC BY 3.0

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