Tre cose da sapere sulla storia dei kit diagnostici “rubati” dagli USA

Il 19 marzo il sito di Repubblica ha lanciato una notizia bomba: avevamo mezzo milione di kit diagnostici in Italia, ma ce li siamo fatti “soffiare sotto il naso” dagli Stati Uniti.

Prodotti nell’area focolaio dell’epidemia in Italia, sarebbero bastati per le esigenze di tutto il Nord. I kit diagnostici sono stati invece venduti agli Usa e trasferiti con un aereo militare. L’azienda: tutto regolare, non c’è carenza. Qualcuno nel nostro Paese lo sapeva?

Il tono dell’articolo sembra fatto apposta per suscitare indignazione: 500.000 tamponi necessari per la diagnostica prodotti a Brescia sono stati fatti partire con un aereo militare dalla base aerea statunitense di Aviano, in Friuli, alla volta di Memphis, in Tennessee. Il volo in effetti c’è stato, come ha confermato anche il portavoce del Pentagono Jonathan Hoffman alla rivista militare Defense One. Gli “elementi al contorno”, però, sono tutti sbagliati, a cominciare da un semplice dato di fatto: in Italia, al momento, non c’è carenza di tamponi.

Ecco tre cose utili da sapere per discuterne in modo serio e pacato, senza facili complottismi.

1. Chi produce i tamponi?

La Copan è una multinazionale con sede a Brescia, ma con impianti di produzione anche all’estero (USA, Cina, Giappone). Qui in Italia ha circa 600 dipendenti. Secondo Wall Street Italia, a inizio 2020 l’azienda produceva 900.000 kit tampone a settimana, aumentati a circa 1,2 milioni a inizio marzo e poi ancora all’attuale capacità produttiva di 10 milioni a settimana. Fondata nel 1979 da Giorgio Triva e attualmente diretta dalla figlia Stefania, il suo successo si basa essenzialmente su un brevetto del 2004, un tampone in nylon floccato (FLOQSwabs) che si è rivelato più efficiente dei precedenti sistemi utilizzati. La Copan ha iniziato a collaborare con gli USA nel 2009, in occasione del virus H1N1; circa il 90% della sua produzione è esportata, e non solo negli USA (ma anche Cina, Corea del Sud, Giappone, diversi Paesi dell’Unione Europea; gran parte dei tamponi usati a Whuan sono prodotti dalla Copan). Tra i clienti ci sono ovviamente anche molti italiani, tra cui la regione Lombardia: a quest’ultima vengono forniti, stando al Giornale di Brescia del 2 marzo, circa 200.000 tamponi a settimana.

Il carico decollato da Aviano il 16 marzo, comunque, non è stato venduto direttamente al governo degli Stati Uniti, ma a diversi enti, pubblici e privati, sparsi per tutto il Paese. E’ una cosa possibile: a differenza di altri dispositivi medici su cui c’è attualmente un divieto di esportazione (le mascherine, ad esempio), per i tamponi non ci sono restrizioni. La spedizione è stata effettuata dall’Areonautica USA per una ragione molto semplice: non c’erano altri aerei disponibili.

2. Il tampone è solo una parte dell’esame

Il tampone è una cosa, l’esame per rilevare la presenza del virus è un’altra. La Copan, come abbiamo detto, produce i cosiddetti “dispositivi floccati”, necessari per raccogliere campioni di materiale biologico dai pazienti (tampone naso-faringeo) e conservarlo in gel. Il tutto deve poi essere inviato al laboratorio per l’analisi.

Questa sfrutta alcune tecniche di biologia molecolare: il materiale genetico presente nel campione viene amplificato grazie alla RT-PCR (le molecole di RNA presenti vengono convertite nella loro sequenza di DNA complementare, dopo di che vengono amplificate per evidenziarle), tramite strumenti chiamati “termociclatori“. Infine si procede cercando alcune porzioni note e specifiche del virus. Se sono presenti, si parlerà di test positivo, altrimenti di test negativo. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito di Microbiologia Italia.

3. Non abbiamo carenza di kit, ma di laboratori e personale

L’articolo di Repubblica afferma che

In Italia c’era una colossale riserva di test diagnostici, disponibile a poche decine di chilometri dall’epicentro del Covid-19: strumenti che le nostre regioni cercano in tutti i modi per arginare la diffusione del morbo ma che non riescono a trovare.

Il problema sta tutto in quel “che non riescono a trovare”. E’ falso che in questo momento ci siano carenze di tamponi oro-faringei. Il “collo di bottiglia” che sta limitando la nostra capacità diagnostica non è nei supporti materiali (che ci sono), ma nei laboratori e nel personale in grado di analizzarli. In un’intervista al Corriere della Sera e nel comunicato stampa rilasciato questa mattina, la Copan afferma di aver fornito all’Italia un milione e centomila kit di prelievo dall’inizio della crisi. I dati diffusi nel bollettino del 19 marzo parlavano invece di 182.000 test effettuati. Il problema quindi non sta lì, ma nel passo successivo, nella capacità di far fronte a una grossa mole di materiale da analizzare.

La diagnostica infatti non può essere fatta ovunque: servono macchine per la PCR adeguate, laboratori certificati e personale addestrato a seguire determinati protocolli. Un esame del genere deve essere il più possibile affidabile, altrimenti è come non farlo. Detto questo, è purtroppo vero che nelle zone più colpite dall’epidemia non si stanno testando tutte le persone che si dovrebbe (le attuali linee guida richiedono che il test sia fatto a tutti i sintomatici e a tutti coloro che hanno avuto contatti con una persona risultata positiva al coronavirus). Sono in corso diversi tentativi di aumentare il nostro attuale volume di testing, ricorrendo ad esempio a biologi molecolari volontari provenienti da università e enti pubblici non direttamente coinvolti nella gestione dell’epidemia (Arpa, ad esempio). Come segnala l’infettivologo Stefano Vella in un’intervista al Manifesto, inoltre, il comitato tecnico-scientifico ha raccomandato di allargare la rete dei laboratori autorizzati alla diagnostica.

Una situazione, quindi, molto diversa da quella descritta dall’articolo di Repubblica, che parte da alcuni assunti sbagliati e rischia di scivolare nel complottismo. In questo momento particolare, ricordiamo il nostro appello lanciato alla stampa:

Il CICAP chiede ai mass media di onorare la propria importante responsabilità sociale e di esercitare la massima cura nella verifica delle notizie. In questa fase di emergenza la ricerca dello scoop a tutti i costi e la diffusione di notizie non verificate sono più che mai inopportune.

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