Il fantasma nel baby monitor

Salendo per le scale, ieri sera
Ho incontrato un uomo che non c’era
[Antigonish]

Venerdì 18 ottobre, Chicago, notte. Maritza Cibuls aveva appena messo il figlio di diciotto mesi a dormire, quando si accorgeva che nel suo baby monitor c’era qualcosa di strano. Accanto al bambino addormentato era apparsa una faccia. Non era solo un gioco di ombre: il volto aveva i contorni definiti di un altro neonato, la testolina un po’ più piccola di quella del figlio, la bocca aperta in un pianto disperato. 

Allarmata, la trentaduenne era subito piombata nella stanza del figlio facendosi luce con il cellulare. Nel lettino non c’era nessuno, a parte il bambino che continuava a dormire sereno.

La donna passò una notte insonne, non senza aver condiviso la foto con il marito e i parenti, che cercarono di tranquillizzarla. Era forse soltanto un riflesso? Eppure non c’era nessun oggetto che potesse rifrangere la luce, in quella dannata stanza! Sempre più allarmata, la donna chiese consiglio su Facebook ad altri genitori nei “gruppi delle mamme”. Il post divenne immediatamente virale, raggiungendo le 300.000 condivisioni.

Poi, il giorno dopo, la soluzione: tutta colpa dell’etichetta del materasso. Il marito, cambiando le lenzuola, aveva dimenticato di mettere il coprimaterasso. La penombra aveva fatto il resto, trasformando l’etichetta, che rappresentava un bambino piangente, in un fantasma horror. Per qualcuno, una parabola su tutte quelle ansie inutili che vengono a galla quando si diventa madri. Per noi scettici, l’ennesima dimostrazione di come il paranormale possa avere spiegazioni del tutto ordinarie, e generare esperienze che in fondo potrebbero succedere a chiunque.

La Cibuls ha raccontato al Washington Post:

“Ero così imbarazzata… Intendo, ero sollevata, ma anche così a disagio da chiedermi se aggiornare sul fatto i miei gruppi delle mamme”.

Lo fece comunque, e possiamo essergliene grati, perché in questo modo il mistero ha avuto una soluzione inequivocabile. 

Perché in fondo è questo a rendere speciale questo piccolo episodio fantasmatico: senza la “confessione” della stessa protagonista, quella di Chicago sarebbe diventata l’ennesima fotografia creepy che alimenta l’industria del paranormale. 

Come volontaria CICAP posso garantire che casi simili non sono così inusuali; capita sovente che le persone contattino il Gruppo Indagini per sottoporre fotografie con particolari – di primo acchito – strani, curiosi, preoccupanti. Spesso, con qualche analisi e un po’ di fortuna, è possibile risalire alle cause. Un esempio eclatante è quello riguardante un uomo che scrisse al CICAP Piemonte allegando la foto di un distributore automatico di bevande. Nell’immagine, sovrimpressa alla macchinetta, si osservava a perfezione il volto di una giovane. Risalendo al modello di distributore si scoprì – sorpresa sorpresa! – che la foto della donna si trovava davvero sul distributore di bevande: semplicemente, chi aveva scritto non l’aveva notata dal vivo, nonostante ci fosse passato davanti più volte. 

La cosa non deve stupire. Così ci spiega Agnese Picco, responsabile del gruppo indagini piemontese, che ha riassunto l’episodio per l’ultimo Quaderno del CICAP (Detective dell’Incredibile, a cura di Andrea Berti e Luigi Garlaschelli):

Non è infrequente, infatti, notare a posteriori, grazie a una fotografia, particolari anche macroscopici di una scena vista ad occhio nudo. Questo perché la fotografia, per ragioni legate all’ottica, fornisce una prospettiva generalmente diversa da quella dell’occhio umano, oltre a offrire la possibilità di esaminare con calma tutti i particolari della scena. Capita normalmente, dunque, di non accorgersi di un dettaglio in una stanza o di una persona che ci passa davanti mentre scattiamo una foto, fino a quando, riguardando l’immagine, la troviamo lì e siamo convinti che si tratti di un’anomalia, mentre c’è sempre stata. 

Gli occhi non sono macchine da presa: il nostro cervello “scarta” spesso i dettagli “irrilevanti” di una scena, evitando di sovraccaricare la memoria. Ne è riprova il cosiddetto esperimento del gorilla, in cui un particolare macroscopico – un uomo travestito da gorilla, appunto  – non viene registrato da chi guarda il video, troppo concentrato sul resto della sequenza. 

Il che, a volte, può giocarci qualche scherzo, a Torino come a Chicago.

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