Il caso strano di Nessie a Milano

Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Era il luglio 1935, nel pieno di quel periodo estivo senza grosse notizie che gli anglosassoni chiamano silly season e che all’epoca i giornali nostrani definivano stagione dei serpenti di mare

Certo, l’Italia fascista si preparava ad invadere l’Etiopia, ma alla quasi totalità dei nostri concittadini i tamburi di guerra non preoccupavano affatto – anzi, entusiasmavano. E fu proprio una domenica di quel mese, in piena atmosfera balneare, che un serpentone apparve davvero. Non una creatura marina, però, ma di fiume: il mostro del Lambro era stato avvistato, si diceva, a pochi chilometri da Milano. 

Secondo la ricostruzione apparsa su una pagina di cronaca locale del Corriere della Sera (ed. pomeriggio) del 15 luglio 1935 le cose andarono così. Il giorno prima, il 14, era stata una domenica afosa, e la folla aveva invaso bagni, piscine e laghetti del circondario. Il quotidiano stimava che circa 4600 bagnanti avessero optato per il cosiddetto “porto di mare” di Milano, Cava Manara, comune della provincia di Pavia. In quel punto non distante dalla confluenza con il Ticino un’ansa del Po aveva creato un luogo ideale per i bagnanti, assai frequentato dai milanesi e diventato a inizio Novecento tristemente famoso per i numerosi annegamenti, spesso frutto di inesperienza o d’imprudenza. Certo, quella fiumana di gente non doveva piacere troppo al cronista del Corriere, che ne parlava in questi termini:

Lo spettacolo della gente in mutandine, gocciolante di sudore e d’acqua, distesa a rosolarsi al sole o protetta dalle cabine più o meno improvvisate, dalle stuoie, dai tendoni, dai rustici ombrelli, è stato tale da degradare la più popolosa spiaggia balneare […]

Il regime fascista a parole disdegnava manifestazioni frivole come i balli o il prendere il sole, ma non le combatteva troppo. Permettevano salute fisica ed esercizio senza troppi pensieri.  

In quest’atmosfera di consenso generale nei confronti della dittatura, aveva fatto la sua comparsa il mostro. Era stato visto in località Morsenchino, poco prima di Monluè, nei pressi di quello che allora era l’attivissimo Idroscalo: una zona ormai inglobata nella periferia milanese, ma che all’epoca vedeva il Lambro disperdersi in piccole anse in mezzo alla boscaglia. Già allora, una zona ideale per i milanesi in cerca di refrigerio che non potevano raggiungere la frequentatissima ma più distante Cava Manara. 

Lì, alcuni ragazzi avevano visto emergere dall’acqua del Lambro uno “strano e grosso bestione” con testa di coccodrillo, grosse pinne dorsali e coda mobile che schiaffeggiava le rive; una specie di caimano che aveva fatto immediatamente balzare fuori dall’acqua i bagnanti. In breve, la notizia si sparse e si deformò. Raccontava il Corriere:

L’avevano visto in dieci, in cento, e naturalmente sulla sua presenza e sulle sue proporzioni giuravano in mille, attribuendogli le più fantastiche mastodontiche forme, le intenzioni più voraci. 

Alcuni assicuravano che il “caimano” aveva un collo breve, occhi diabolici e fauci pronte, con protuberanze sulla schiena e coda simile a quella delle sirene. Altri raccontavano che era più simile a uno squalo, e aggiungevano di averlo visto tuffarsi e poi riemergere all’improvviso, per poi farsi trasportare dalle onde. 

Di fronte a quelle voci in molti erano scappati, ma tantissimi altri erano accorsi sul posto, nella speranza di scorgere il mostro. C’era addirittura chi voleva organizzare una battuta di caccia – o di pesca. Sul luogo però era giunto anche il vice-commissario del quartiere di Porta Vittoria, poco convinto dell’esistenza della belva. Il funzionario aveva battuto tutta la zona, e aveva finito ben presto per risolvere il mistero. 

La sua attenzione era stata richiamata da un uomo sulla cinquantina che sembrava divertirsi un mondo a rimirare il panico dei bagnanti. Nelle sue tasche, il vice-commissario aveva effettivamente trovato il mostro: un animale di gomma di quelli da gonfiare, un semplice gioco da spiaggia in forma di lucertolone. Il burlone lo aveva gonfiato, lo aveva messo a galleggiare in acqua e lo pilotava da una certa distanza grazie a una cordicella, imprimendogli movimenti minacciosi, facendolo scomparire e poi riapparire. 

Una volta terminato lo scherzo, aveva poi ripiegato il tutto e l’aveva messo via. 

Scoperto, aveva confessato la burla al dirigente di Pubblica sicurezza, mostrandogli anche il metodo usato. Dimostrazione che era avvenuta però a una certa distanza dal luogo iniziale, per evitare nuovi equivoci e magari qualche reazione da parte della folla. 

Concludeva il Corriere:

L’incubo è poi dileguato, le minacciose apparizioni non si sono più ripetute, e la stagione balneare ha potuto riprendere in pieno, convinti oramai tutti che coloro che avevano gettato l’allarme erano dei visionari. 

Certo, il panico era stato spropositato, ma forse era un po’ ingiusto considerare i testimoni dei “semplici” visionari. Alla riuscita dello scherzo dovevano aver contribuito i tanti avvistamenti di “mostri” che, dopo la nascita del mito di Nessie nell’estate del 1933, popolavano anche le pagine dei periodici italiani. L’immensa pubblicità data al mostro scozzese aveva lanciato infatti la grande stagione dei “dinosauri lacustri” in un buon numero di Paesi: Francia, Svezia, Russia, Norvegia… L’ondata criptozoologica aveva investito anche l’Italia: si parlò del “grandissimo serpente” del lago di Cavazzo, in Friuli, risalente al Cinquecento e ritirato fuori per l’occasione, della “bestia rettiliforme” delle acque di Siracusa e dei simpatici mostri del Lago Maggiore e del Lago d’Orta, per non dire di quelli costieri e di fiume.

Tutto questo senza dimenticare che, pochi mesi prima, nel marzo del 1935, sempre in Lombardia e a soli 25 chilometri dal punto della comparsa del mostro gonfiabile, una misteriosa belva aveva tenuto in scacco per diverso tempo la zona di Torrevecchia Pia, nel Pavese, uccidendo pecore e seminando il panico. 

Anche in questo caso l’animale era stato visto scomparire sul greto del Lambro. Insomma, i bagnanti estivi della zona dell’Idroscalo avevano buon diritto a considerarlo un fiume pericoloso, e a risentirsi della fama di visionari che gli era stata affibbiata… 

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