Il sogno del chimico

Fare scoperte scientifiche importanti sognando. Non per ottenere i numeri al lotto dallo zio defunto, o per ricevere la visita della divinità che preferiamo. Niente di tutto questo: ottenere conoscenze razionali, portare un mattone più o meno grande al progresso scientifico, mentre si dorme. Nel senso letterale del termine.

Avrete già letto da qualche parte dell’aneddoto più famoso di questo genere di storie: quello su August Kekulé, che in sogno avrebbe visto, sotto forma di un serpente che si mordeva la coda, la struttura ad anello del benzene. Una versione da lui raccontata nel 1890, venticinque anni dopo la prima pubblicazione della sua scoperta e ben presto questa rivelazione diventata popolarissima. Un racconto preso con entusiasmo da un gigante della cultura occidentale del XX secolo, Carl Gustav Jung, che la portò all’attenzione di un gran numero di lettori nell’introduzione a uno suoi libri più celebri, Psicologia del transfert (1946), in cui era collegata senza remore al pensiero alchemico, che lo psicologo svizzero rilanciò in modo possente.

Oggi sappiamo che l’essenziale della struttura esagonale del benzene, centrale per capire gli idrocarburi aromatici che poi saranno fondamentali nei processi di industrializzazione, era già noto a Kekulé ben prima del suo primo articolo e del sogno che l’avrebbe preceduto. Una conoscenza che dipendeva dagli scambi che il tedesco intratteneva con il chimico francese Auguste Laurent (1807-1853), che l’aveva intuita da parecchi anni occupandosi del cloruro di benzoile.

Questa circostanza che ridimensiona alquanto la versione del “sogno” è stata chiarita a sufficienza da due biochimici americani, John H. Wotiz e Susanna Rudofsky, che hanno verificato le fonti pubblicando poi l’esito delle loro indagini sulla rivista Chemistry in Britain (“Kekulé’s dreams: Fact or fiction?”, vol. 20, 1984, pp. 720-723) – anche se alla cosa è seguito poi un lungo dibattito polemico tra studiosi, alcuni dei quali (ad esempio Albert Rothenberg e Franz Struntz) hanno continuato a difendere la plausibilità delle fonti sul racconto di Kekulé.

Cosa analoga si può dire per un altro sogno “rivelatore” di uno scienziato, quello del farmacologo Otto Loewi, Nobel per la Medicina nel 1936, che avrebbe scoperto il ruolo dell’acetilcolina come neurotrasmettitore in maniera improvvisa, mentre dormiva.

Stavolta le cose sembrano stare assai peggio che per Kekulé. Le verifiche di George W. Baylor, che in passato ha lavorato presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Montreal, di fatto portano a pensare che di questo sogno – nelle cose lasciate da Loewi ai posteri – in pratica non vi sia traccia.

Baylor ha spiegato l’esito dei suoi controlli sulla storia del sogno di Loewi in un lavoro (“What Do We Really Know About Mendeleev’s Dream of the Periodic Table?”) pubblicato nel numero di giugno 2001 di Dreaming, la sola rivista accademica peer-reviewed ad occuparsi di sogni, creata nel 1991 dalla American Psychological Association.

Ma Baylor in quel saggio ha fatto assai di più. Ha portato all’attenzione della comunità scientifica la realtà documentale del presunto sogno decisivo di Dmitrji Mendeleev, uno degli astri di prima grandezza del secolo della chimica, Il XIX. Da poco sul grande scienziato russo è uscito Il segreto degli elementi (Hoepli), il nuovo libro dello storico della scienza e socio effettivo CICAP Marco Ciardi, che celebra così il 150° anniversario della comparsa pubblica della prima versione del sistema periodico degli elementi.

Come per Kekulé, Loewi ed altri, anche a Mendeleev è stato attribuito un sogno che secondo alcune versioni si sarebbe rivelato determinante per la risoluzione dei problemi che presentava la sua tavola.

Le menzioni del sogno di Mendeleev sono numerose. Soltanto alcuni esempi, sia di scritti più vecchi, sia di occasioni recenti. Lo si trova, ad esempio, nel 1986 in uno dei mille volumi sulla creatività, quello di Gerard I. Nierenberg, The art of creative thinking (New York, Simon & Schuster, p. 201), poi in un articolo uscito nel 1993 ancora su Dreaming, in un saggio della psicologa Deirdre Barrett sull’incubazione della risoluzione dei problemi che si manifesterebbe nei sogni e, l’anno dopo, in un testo di più ampia circolazione, il libro Our dreaming mind (New York, Ballantine, p. 35), di Robert L. Van de Castle, che è stato presidente della “International Association for the Study of Dreams”. Van de Castle, scomparso nel 2014, ha avuto anche interessi più eterodossi nell’ambito della parapsicologia.

Per l’Italia, si va dagli utilizzi in ambito francamente esoterico-occultistico, come questo che attribuisce al sogno la versione della tavola periodica dotata di capacità predittive sulla presenza di elementi ancora non scoperti, a quelli assai più avvertiti delle difficoltà di capire che cosa dicono le fonti disponibili, come nel caso di Elisabetta Intini su Focus nel 2016, che in poche righe riesce a far intuire che la faccenda è poco chiara. Ci sono poi interventi ragionevoli come quello recente per il blog Sul romanzo, ma che, nel presentare il sogno del chimico, non rinunciano al fascino romantico dell’atto semi-cosciente nel quale avviene, quasi per un rapimento, l’attingimento della chiarezza su ciò che ci arrovella da tempo.

Ad ogni modo ormai la storia del sogno di Mendeleev è moneta corrente, come in precedenza lo è diventata quella di Kekulé.

A questo punto a parecchi sarà venuto il dubbio che anche George Baylor ha cercato di chiarirsi nel suo studio pubblicato su Dreaming.

Quali sono queste benedette fonti, i documenti che raccontano l’incredibile sogno di Mendeleev? Perché, a rifletterci un attimo, se il pensiero che in sogno compaia un serpente attorcigliato, tutto sommato, dopo 120 anni di psicoanalisi ci colpisce un po’ meno, in che cosa dovrebbe esser consistito il “sogno rivelatore” di una struttura complessa e per niente facile da intuire al primo sguardo, com’è quella della tavola degli elementi?

Baylor riconduce la possibilità di capire come stanno le cose al lavoro meritevole dello studioso sovietico Bonifaty Mikhailovich Kedrov (1903-1985), che fu soprattutto uno storico e filosofo della scienza.

Il problema, come tante altre volte, è che per lungo tempo nessuno ha pensato di risalire alla prima volta in cui Kedrov presentò il frutto delle sue ricerche su alcuni aspetti del lavoro di Mendeleev, che derivavano da una lunga frequentazione delle carte del chimico, che erano state ritrovate nel 1949 e che poi erano state rese disponibili presso il Museo Mendeleev dell’Università di San Pietroburgo, dove lo scienziato aveva svolto buona parte della sua attività di ricerca.

Fu grazie a quelle carte che Kedrov pubblicò un articolo in russo (“Sulla questione della psicologia della creatività scientifica”) nel volume 3 dell’anno 1957 della rivista Voprosy Psikologji (“Questioni di Psicologia”, pp. 91–113).

In quell’articolo fu presentata, fra le altre, la questione del “sogno”.

Di che cosa si trattava, in realtà? Beh, di un ricordo di seconda mano, riferito tutt’al più nel 1919 (minimo cinquant’anni dopo il fatto!) da Alexander A. Inostrantzev (1843-1920), pioniere della microbiologia. Sulla base delle carte reperite, Kedrov scriveva:

Stando alle sue parole, Mendeleev non era riuscito a dormire per tre giorni e tre notti cercando di mettere insieme i risultati dei suoi costrutti mentali sulla tavola… Alla fine, assai affaticato, andò a letto e prese sonno all’istante. Circa quanto è successo dopo, egli lo riferì parecchie volte a Inostrantzev:

“Vidi in un sogno una tavola in cui tutti gli elementi andavano nel posto giusto. Svegliatomi, scrissi subito tutto su un pezzo di carta. Fu necessaria una sola correzione in un certo punto”.

Inostrantzev suggerì che questo pezzo di carta potrebbe essersi conservato (è questa una sua dichiarazione fatta al più tardi nel 1919).

La scoperta del materiale archivistico non solo conferma le congetture fatte in precedenza, ma ha permesso di verificare l’accuratezza del resoconto di Inostrantzev. Le date di cui disponiamo per questo materiale mostrano che l’intera scoperta, come fu messa insieme e data alle stampe in forma stampata col titolo Tentativo per un sistema di elementi in base ai loro pesi atomici e alle loro funzioni chimiche fu fatta nella sola giornata del 17 febbraio 1869. Dunque il racconto delle tre notti insonni appare assai esagerato. Invece, è necessario chiarire ciò che Mendeleev aveva in mente quando disse che “gli elementi andavano a posto come si doveva”.

Per farlo è necessario spiegare sin dal principio di quale tavola stava parlando. Ad ogni modo, non si può trattare delle note riprodotte in fig. 1 (la potete vedere qui sotto)

 

poiché presentano parecchie correzioni, mentre secondo Inostrantzev nella tavola del sogno di Mendeleev “fu necessaria una sola correzione in un certo punto”.

Questa condizione è soddisfatta dalla bella copia delle note che fu inviata alle stampe. Su questa c’era in effetti una sola correzione, fatta in un secondo momento. Ma, se è così, comparando le tavole, le note nella copia mandata al tipografo ci permettono di decidere in via definitiva che cosa significa la frase “andavano nel posto giusto”.

Nella nota gli elementi sono disposti in colonne verticali, secondo un peso atomico decrescente. La cosa risulta dal fatto che facendo le differenze aritmetiche fra numeri, di solito i più piccoli sono collocati sotto i più grandi. Ma questa disposizione non mostra la continuità dell’intera serie. La continuità si conserverebbe leggendo dal basso in alto, ma non è il nostro caso. Di conseguenza, Mendeleev non ignorava che la forma di questa tavola non rappresenta l’intera struttura in modo tale da dare a colpo d’occhio l’idea dell’essenza della legge, che può riassumersi – come la formulò Mendeleev scrivendo l’articolo in cui comunicò la scoperta per la prima volta –  “gli elementi, disposti secondo le grandezze dei loro pesi atomici, presentano una chiara periodicità delle loro proprietà”.

Possiamo supporre che, avendo finito di comporre il puzzle e sentendo un gran bisogno di riposarsi, Mendeleev abbia rinviato la decisione circa la questione della forma in cui presentare il sistema che aveva costruito e che si coricò con l’idea di considerare la questione, ma senza aver ancora eliminato i difetti.

In questo caso potrebbe davvero aver sognato di una tavola nella quale “gli elementi andavano al posto giusto”, ossia in colonne che si leggono verso il basso secondo l’aumento del peso atomico, non della sua diminuzione.

Al risveglio, avrebbe scritto ciò che aveva visto in sogno.

Questa è la bella copia della tavola, quella che inviò al tipografo”.

Allora, che cosa ci resta della storia secondo la quale “la tavola periodica degli elementi apparve in sogno a Mendeleev”?

Beh, un breve aneddoto di seconda mano, e solo ad opera della rievocazione del microbiologo Inostrantzev, cinquant’anni dopo l’evento. Non c’è da stupirsi che i ricordi e le trasformazioni proprie del racconto orale, se messe a confronto con il materiale d’archivio consultato da Kedrov, NON indichino in alcun modo che Mendeleev abbia “inventato” la tavola degli elementi tramite un sogno.

Al massimo, con un po’di buona volontà, è possibile supporre che, in quelle ore convulse, preso dal problema, anche i processi propri del sonno abbiano contribuito a far sì che, al risveglio, Mendeleev vergasse la sua meravigliosa tavola in una forma migliore e più completa rispetto alla variante preparata qualche ora prima. Il grosso del lavoro era già stato fatto, anche se ne mancava un pezzo.

L’articolo di Bonifaty Kedrov fu reso in inglese nell’estate del 1967 su The Soviet Review, che traduceva dal russo un gran numero di scritti altrimenti inaccessibili agli occidentali.

Ridurre i percorsi complessi, lunghi e incerti che hanno condotto alla pubblicazione, fra il 1869 e il 1871, delle due versioni fondamentali della tavola periodica ad un atto istantaneo, subconscio, ad opera di una specie di scatola nera – l’imagerie onirica – non è soltanto, come ci dicono le carte, impossibile. Prima di questo, vuol dire rinunciare, per irrazionalismo, al dovere di spiegare, come per qualsiasi altro fatto umano, ciò che accade agli scienziati. Anche a quelli ai quali, per dirla con Thomas Kuhn, si può attribuire un cambiamento di paradigma, cioè un mutamento delle basi stesse di una teoria scientifica di generale accettazione.

Scrive Marco Ciardi nel suo già menzionato volume su Mendeleev, Il segreto degli elementi (p. 93):

Come hanno dimostrato gli storici,  la costruzione della prima tavola da parte di Mendeleev non fu un processo semplice e lineare, ma il frutto di numerosi tentativi e aggiustamenti, un gioco di spostamenti e di incastri durato oltre un anno e testimoniato dalla progressiva pubblicazione dei diversi fascicoli del suo manuale.

Alla fine, il guaio più grosso di coloro che menzionano sovente i “sogni degli scienziati” non è tanto quello della possibile, totale infondatezza dei racconti dei protagonisti o di chi avrebbe ricevuto quei racconti. Come visto, per Kekulé e il suo sogno del benzene si continua a discutere animatamente. Il problema più serio è piuttosto che, di solito, queste vicende di scoperte fatte in stato onirico servono a sostenere idee specifiche sui sogni, sulla creatività, sull’inconscio.

Ipotesi magari interessanti e che meritano di essere esaminate con cura – anche se a volte difficilissime da sottoporre a test. Il problema è che, sotto questo profilo, i “sogni degli scienziati” servono a poco. Invocano a loro favore testimonianze riconducibili a una delle fallacie logiche più tradizionali, quella dell’appello all’autorità, peraltro impropria, visto che queste persone, ottimi studiosi, di sogni non se ne sono occupati, versati com’erano nelle scienze della natura.

Anche per questo dovrebbero essere prese con molle particolarmente lunghe e sensibili.

Non si capisce bene, in buona sostanza, perché un aneddoto sul sogno di un grande scienziato della natura (ammesso poi che lo abbia fatto sul serio, che se lo ricordi bene, che non lo abbia menzionato decenni dopo a fini retorici) possa in seguito avvalorare teorie sulla psiche come quelle junghiane o anche, per restare un po’ più coi piedi per terra, questo o quel modello interpretativo sui processi creativi della mente.

Immagine in evidenza: Mendeleev, olio su tela di Nikolai A. Yaroshenko (1886).

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