“Le piramidi sono state costruite da schiavi”. Sarà vero?

La civiltà egizia ha per molti un fascino straordinario, ed è un tema ricorrente di un’infinità di credenze e leggende. Ciò che però rappresenta maggiormente il simbolo di un’intero popolo è perfettamente condensato nell’immagine delle maestose e mastodontiche piramidi. Ritenute a buona ragione dei mausolei funerari, sono, ancora oggi, rappresentate da alcuni come un progetto costruito nell’arco di decenni a suon di frustate sulla schiena di prigionieri trasformati in forza lavoro, costretti a trascinare enormi blocchi di pietra a costo della vita. Ma sarà vero che le piramidi furono edificate con la forza di innumerevoli schiavi?

Il contesto

Vista satellitare dell’Egitto moderno; è ben visibile l’ancora oggi limitatissima superficie coperta da vegetazione.

L’Antico Egitto corrisponde alla civiltà sviluppatasi tra il IV e il I millennio a.C. nella valle del Nilo, dalla sua foce nel Mediterraneo ai confini dell’attuale Sudan. In quasi quattro millenni di storia – tre volte la durata della civiltà romana – si sono succedute numerose epoche, molto diverse fra loro. In particolare, l’epoca che ne contiene la caratteristica più nota – la costruzione delle piramidi – si estende dal regno di Zoser, conclusosi nel 2.660 a.C., al 1.500 a.C., con il cenotafio di Ahmose I, quando si erano già diffusi nuovi monumenti sepolcrali. Il periodo di diffusione di circa un millennio vede un’estesa evoluzione del concetto di “piramide”. La prima, in particolare, fu costruita sull’idea della “mastaba”, un antico tumulo a forma di parallelepipedo o piramide tronca, edificato a protezione della struttura interrata, corrispondente alla tomba vera e propria di un sovrano. Il monumento sepolcrale di Zoser è infatti composto da più mastabe sovrapposte, componendo una struttura “a gradoni”. Da questo approccio prendono poi forma le piramidi “canoniche”, composte da quattro lati triangolari edificati su una base quadrata, la cui diffusione perdura fino all’epoca del Nuovo Regno (dal 1570 a.C.), quando si diffondono sempre di più le tombe scavate e decorate – come la maestosa necropoli della Valle dei Re. L’epoca delle piramidi in Egitto è a questo punto definitivamente tramontata, lasciandoci più un centinaio di monumenti conosciuti.

La piramide rappresenta una costruzione diffusa – con le dovute differenze – in più civiltà, con scopi non sempre equivalenti (ad esempio, quelle mesoamericane erano più probabilmente strutture sacre cerimoniali). La piramide egizia, almeno per quasi tutta la sua diffusione storica, è la parte visibile della tomba di un sovrano o di una persona di alto rango. Poiché all’interno del complesso sepolcrale vengono lasciati beni di grande valore, il progetto prevede spesso ingressi murati e/o occultati, e apparati per dissuadere eventuali ladri. Nonostante l’intento (e considerato l’enorme quantità di tempo a disposizione di generazioni malintenzionati!), il risultato è stato perlopiù fallimentare: sono pochissimi i corredi funebri sopravvissuti ai tombaroli. All’interno della piramide si trovano una o più camere sepolcrali, nelle quali il corpo di ciascun defunto è preparato con la complessa procedura della mummificazione, e inserito in uno o più sarcofagi. Ciò che forse è meno conosciuto è che, al tempo dell’edificazione, le piramidi più diffuse erano esteriormente composte da pareti molto regolari (“lisce”), utilizzando apposite pietre calcaree, e avevano sulla cuspide un puntale di materiale pregiato, chiamata (in latino) “pyramidion“, equivalente a quello rappresentato anche sulla punta degli obelischi. Nel corso dei secoli, non furono solo gli oggetti preziosi ad essere trafugati: le piramidi vennero spogliate quasi interamente delle loro ricoperture, lasciando esposti i grandi blocchi di pietra sottostanti.

La Grande Piramide di Cheope. In prossimità della cuspide è sopravvissuta una parte della copertura liscia in pietra calcarea.

In merito alla tecnica di costruzione delle piramidi egizie, ciò che oggi resta poco chiaro è il metodo utilizzato per portare i blocchi sulle file superiori del monumento funebre. Se, da un lato, è probabile che fossero costruite rampe progressive per raggiungere la parte alta dell’edificio, non esistono (ancora) prove storiche definitive. Quello che invece è ben conosciuto è il fatto che fosse necessario un numero elevatissimo di lavoratori, al punto di richiedere la costruzione dell’equivalente di una vera e propria cittadina nei pressi del cantiere. Erodoto, il celebre storico greco del V secolo a.C., dichiara che, per costruire la grande piramide di Cheope, fossero necessari 100.000 schiavi, ma una simile forza lavoro è indubbiamente esagerata; più probabile che fossero richiesti dalle 20.000 alle 30.000 persone.

Sarà vero che le piramidi sono state costruite da schiavi?

Falso. Già alla fine del secolo scorso erano note prove che le piramidi furono costruite da lavoratori specializzati. Nel 2002, inoltre, un’equipe del Harvard University Giza Plateau Mapping Project, guidata dall’archeologo Mark Lehner, scoprì, nella piana di Giza (dove si trovano la Sfinge e le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino), i resti di una cittadina di varie migliaia di abitanti, probabilmente lavoratori temporanei ben nutriti (a carne, pesce, pane e birra) e a cui veniva offerta un’assistenza medica di tutto rispetto. Questi lavoratori, circa il 75% dell’intera forza lavoro, erano molto probabilmente privi di paga, anche se non significa che fossero schiavi. Se non volontari, è possibile che facessero parte delle corvé trimestrali¹ dei lavoratori dedicate a lavori socialmente utili al regno. Tutti erano tenuti a quello che oggi potrebbe essere considerato un “servizio civile obbligatorio”, e i ricchi spesso si affrancavano dall’obbligo pagando un corrispettivo. Chi, fra questi lavoratori (volontari o di corvèe che fossero) moriva nel cantiere veniva sepolto in tombe apposite nei pressi di quella del faraone, un privilegio certamente non riservato a degli schiavi. A questi lavoratori temporanei si aggiungono poi lavoratori fissi stipendiati, trasferitisi permanentemente in loco con le proprie famiglie, dedicati a mansioni specialistiche.

In breve

  • La costruzione di una piramide poteva richiedere una squadra gigantesca di lavoratori: si stima che, per la piramide di Cheope, fossero necessarie 20-25.000 persone per un totale di oltre vent’anni di lavoro.
  • La forza lavoro dedicata alla costruzione delle piramidi era composta da lavoratori specialisti stipendiati e personale di corvèe (una specie di servizio civile) convocato in turni di servizio, solitamente lunghi tre mesi.
  • Il personale di corvée non era composto da schiavi, ma da normali cittadini; questo tipo di servizio poteva essere richiesto anche alle famiglie più ricche, che si affrancavano dall’obbligo pagando una quota all’amministrazione locale.
  • Il popolo ebraico non ha nulla a che fare con la costruzione delle piramidi. La religione stessa si diffuse successivamente alla costruzione dell’ultima piramide conosciuta (il cenotafio di Ahmose I).
  • Il principale colpevole del mito che le piramidi siano state costruite da schiavi è lo storico greco Erodoto, che visse 2 millenni dopo la costruzione della piramide di Cheope, quando la conoscenza dell’Antico Regno era ormai perduta, e le fonti storiche disponibili erano poco più che leggende.

Le origini

Una delle principali fonti della credenza che le piramidi fossero state costruite da schiavi è molto, molto antica: è infatti Erodoto che scrive, nel secondo libro delle sue Storie (capitolo 124), che Cheope, per decenni, rese schiavi centinaia di migliaia di sudditi, al fine di edificare la Grande Piramide di Giza:

Erodoto, vissuto nel V sec. a.C.

I sacerdoti dicevano che, fino al re Rampsinito, c’era stato in Egitto un ordine perfetto e grande prosperità. Mentre Cheope, il suo successore, l’avrebbe ridotto alla più squallida miseria. Anzitutto, dicono chiuse tutti i santuari e proibì i sacrifici; quindi impose a tutti gli Egiziani di lavorare per lui. Agli uni impose di trascinare pietre fino al Nilo dalle cave dei monti Arabi, ed ad altri di ricevere le pietre che avevano passato il fiume su battelli, e di trascinarle fino ai monti chiamati Libici. Ogni trimestre lavoravano a turno centomila uomini. E il popolo si logorò dieci anni per costruire la strada sulla quale venivano trascinate le pietre. (…) Per la costruzione della Piramide occorsero vent’anni.

Erodoto, tuttavia, viaggiò in Egitto a decine di secoli dalla costruzione delle piramidi, in un’epoca in cui si era completamente persa la conoscenza della civiltà dell’Antico Regno – inclusa la capacità di comprendere i geroglifici. Le sue “fonti” sono completamente parziali e inaffidabili, basate prevalentemente dall’interpretazione greca di una società ormai perduta e a loro completamente aliena.

All’epoca di Tutankhamon (14 sec. a.C.) era già ampiamente conclusa l’epoca delle piramidi egizie.

Altrettanta confusione proviene dall’idea che la schiavitù degli ebrei in Egitto, raccontato nell’Esodo che fa parte sia della Torah (il testo sacro ebraico) che dell’Antico Testamento nella Bibbia cristiana, abbia a che fare con la costruzione delle piramidi. Se può essere vero che sono esistiti schiavi ebrei nella terra dei faraoni, è sicuramente successivamente all’epoca in oggetto, dato che la stessa religione ebraica molto probabilmente giunge in Egitto quando la tradizione delle piramidi è già stata abbandonata. La stele di Merneptah, che risale al 1.200 a.C., potrebbe contenere, secondo alcuni storici, la più antica menzione egizia dell’esistenza degli ebrei – a oltre 3 secoli dall’ultima piramide conosciuta; di certo non si trattava di multicentenari costruttori!²

Può essere ancora più interessante il fatto che la schiavitù fiorì effettivamente nell’Antico Egitto proprio nel Nuovo Regno, ovvero successivamente alla diffusione delle piramidi. Beninteso: la schiavitù esisteva, con modalità non dissimili a quella romana posteriore, anche nell’Antico e nel Medio Regno, ma fu solo con l’espansione dei domini nei territori degli attuali Israele, Siria e Sudan che l’antico Egitto ebbe un flusso rilevante di prigionieri. C’è da dire che, nei periodi più antichi, resta probabile il coinvolgimento degli schiavi nell’agricoltura lungo le rive del Nilo, necessaria anche al sostentamento anche dei lavoratori dei cantieri per le piramidi; in qualche modo, quindi, se non si può dire che le piramidi vennero edificate dagli schiavi, essi non ne furono esclusi.

Note

[1] nel contesto europeo, a titolo di esempio, l’usanza feudale che il popolo (civile) dovesse al proprio signore un numero di giornate di lavoro all’anno si è protratta sino al XIX secolo in Italia.

[2] La stele racconta la sconfitta del popolo di Israele e di altri popoli confinanti da parte del faraone che diede il nome al reperto, Merenptah, e della presa di schiavi.

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